La macchina del tempo è un quaderno a righe

Durante l'ultimo trasloco mi sono tornati in mano gli appunti di una riunione del 2007 con un gruppo di venture capital che stavamo cercando di convincere a investire in Microcinema. Il progetto era ambizioso per l'epoca: distribuzione cinematografica digitale via satellite, un'infrastruttura che usava Eutelsat per portare i film nelle sale senza passare dalle pizze e dai corrieri. Oggi sembra ovvio, allora non lo era affatto e i VC ti guardavano come se stessi spiegando la radio a Marconi con quindici anni di ritardo, o con quindici di anticipo, dipendeva dall'umore.
Scrivo malissimo, una calligrafia che peggiora di anno in anno e in quella riunione mi ero messo a fare disegnini. All'epoca usavo un blocco A4 a quadretti da un centimetro, la geometria come illusione di precisione, la tranquillità che dà una figura già inquadrata in cui far stare i disegnini-pensieri senza che scappino storti. Triangolini che rappresentavano attori del sistema, frecce che ne disegnavano i flussi, un satellite stilizzato che assomigliava più a una stella marina, le sale come quadratini allineati. Una specie di proto slide per fissare i concetti, un linguaggio tutto mio, che non serviva a niente di operativo. Servivano a me, per inquadrare meglio la situazione in un secondo momento, quando dopo la riunione avrei dovuto ricostruire cosa era stato detto e cosa non era stato detto.
Ho ritrovato e riaperto quel blocco diciotto anni dopo, aspettandomi, come chiunque si aspetta in queste occasioni, di scoprire qualcosa di nuovo negli appunti, una frase sottolineata che allora non pesava e che oggi risuona, un avvertimento che avevo scritto a me stesso e poi ignorato. Non è successo. Nei disegnini non ho visto nulla che nel 2007 non avessi già visto. Ho visto qualcosa di diverso, e più interessante: ho rivissuto la stanza.
Non in senso metaforico ma oserei dire onirico. La riunione è tornata come un film, completa: la disposizione intorno al tavolo, le facce di chi parlava e di chi taceva, il tono con cui un certo partner aveva liquidato una mia obiezione tecnica, la sensazione fisica di capire a metà discussione che stavamo perdendo la trattativa e che era una questione di linguaggio prima che di sostanza. Il mio stato mentale di allora era accessibile con una nitidezza che il mio stato mentale di sei mesi fa non ha più. Diciotto anni di distanza contro sei mesi e vinceva il taccuino.
Questa cosa, se la si prende sul serio, dice qualcosa di preciso su come funziona la memoria quando è ancorata a tracce fisiche prodotte con ritardo cognitivo. Negli ultimi anni ho smesso progressivamente di usare sistemi digitali di gestione delle note. Non per ideologia, nemmeno per sospetto ma piu' per constatazione empirica: accumulavo archivi sempre più ordinati di materiale che non rileggevo mai. La ricerca per parola chiave mi restituiva la nota esatta che cercavo, ma la nota esatta era spesso inutile, perché quello che mi serviva non era il contenuto della nota ma era il contesto in cui l'avevo scritta. Quel contesto, nei sistemi digitali, evapora. Il taccuino lo conserva, perché contiene tracce che il sistema digitale non registra: la grafia peggiorata di un giorno di stanchezza, l'inchiostro di una penna diversa presa al volo, una macchia di caffè, un disegnino fatto mentre qualcuno parlava di cose che non ti interessavano.
I neuroscienziati della memoria usano la distinzione tra memoria semantica e memoria episodica: la prima conserva i fatti, la seconda conserva le esperienze complete. Ora le tecnologie di feedback rapido, pensate per l'efficienza informativa, sono ottimizzate per la memoria semantica e sono penalizzanti per la memoria episodica. Quello che recuperi è il dato, non il momento in cui il dato ti era arrivato. Il dato senza il momento è un'informazione castrata, perché il giudizio, quello vero, che serve per decidere cose che contano, si forma sulla combinazione di dato e contesto. Del resto è lo stesso meccanismo per cui alcuni hanno proficienza nell'uso degli LLM ed altri ottengono risposte banali o troppo accondiscendenti.
Qui c'è il punto che vale la pena esplicitare, perché altrimenti il discorso suona come nostalgia per la carta ed è una lettura pigra. Non è la tecnologia il problema, no, no, è la velocità del feedback che certe tecnologie impongono e che altre non impongono. Un archivio digitale ben costruito, uno schedario cartaceo abbandonato, un quaderno a righe riempito con calma, un sistema di gestione bibliografica usato da vent'anni: tutti questi possono essere architetture di feedback lento, se chi li usa accetta il ritardo tra cattura e rilettura. Il problema nasce quando la piattaforma spinge verso il recupero istantaneo, verso la ricerca per parola chiave, verso l'assenza di attrito tra pensiero e sua registrazione. In quella condizione la memoria episodica non si forma più, perché nulla costringe il pensiero a depositarsi in una forma fisica specifica legata a un momento specifico.
Quando nel 2007 ho disegnato quel satellite maldestro sul taccuino, il gesto ha legato insieme tre cose: il concetto che volevo rappresentare, la mia difficoltà calligrafica e lo stato d'animo di quella riunione. Diciotto anni dopo, vedere il disegnino attiva tutte e tre contemporaneamente e il ricordo è completo. Se avessi scritto le stesse note su un laptop in sala, avrei salvato il concetto e avrei perso le altre due. Avrei avuto più informazione e meno memoria.
La domanda che sento arrivare dal lettore sofisticato è se non stiamo romantizzando l'inefficienza. Domanda legittima, tanto che la alzo io per primo ogni volta che sento parlare di slow qualcosa. La risposta onesta è che non stiamo romantizzando niente, semplicemente stiamo descrivendo un meccanismo cognitivo preciso: alcune decisioni, soprattutto quelle strategiche, migliorano se chi le prende ha accesso a molti stati mentali passati da confrontare con lo stato presente. Non a molte informazioni passate, a molti stati mentali. Gli stati mentali si conservano solo se sono stati ancorati, al momento della loro formazione, a tracce corporee specifiche: un luogo, un gesto, un oggetto, una calligrafia, un disegnino brutto.
Chi opera su feedback rapido accumula informazione e perde stati mentali. Chi opera su feedback lento accetta di perdere informazione, ma conserva stati mentali. Il secondo, a parità di esperienza accumulata, produce giudizi strategici migliori del primo, perché può confrontare sé stesso di ora con sé stesso di allora. Se questa tesi fosse falsa, dovremmo osservare che i professionisti dei domini a feedback rapido, trading algoritmico, social media management, ottimizzazione continua via A/B testing, producono giudizi strategici superiori a quelli dei domini a feedback lento, diplomazia, private banking di vecchia scuola, critica letteraria, restauro. L'evidenza empirica di trent'anni va sistematicamente nella direzione opposta e chi lavora in quei settori lo sa, anche se non lo dice mai in modo articolato.
C'è un'obiezione ulteriore, più sottile. Si potrebbe dire che quelli che vediamo ancora lavorare bene col feedback lento sono i bravi che ce l'hanno fatta per altre ragioni e che quindi il metodo non c'entra. Obiezione seria, ma si può testare osservando cosa succede quando un professionista di feedback lento viene forzato a passare a feedback rapido. Il deterioramento del giudizio è osservabile, documentabile e quasi sempre descritto da chi lo subisce come una perdita di qualcosa che non sa nominare. Ecco, quel qualcosa è l'accesso ai propri stati mentali passati.
Torno al taccuino perché è il punto dove il ragionamento astratto tocca la pratica. Negli ultimi mesi ho ricominciato a tenerne uno, senza programmi elaborati, senza sistemi Bullet Journal, senza feticismo da cancelleria. Un semplice libricino A5 a righe, una stilografica e la regola implicita che lì dentro finisce solo quello che penso valga il gesto di scriverlo a mano. Non più il blocco a quadretti di allora, perché nel frattempo ho capito che la gabbia geometrica era una promessa di precisione che ai disegnini-pensieri non serviva davvero. Le righe bastano e avanzano, anzi si fanno volentieri ignorare quando serve. Scrivo malissimo, continuo a fare disegnini e ogni tanto, a distanza di mesi, lo riapro. Non cerco informazioni, ma cerco stati mentali, miei, passati, che voglio confrontare con quello attuale. Il confronto produce, quasi sempre, un giudizio più limpido di quello che avrei avuto affidandomi alla sola memoria di lavoro del presente.
La sensazione di essere diventato più saggio non dipende dall'aver staccato la spina, che sarebbe magia, ma che non mi interessa. Dipende dall'aver ricostruito, senza saperlo all'inizio, le condizioni fisiche in cui il giudizio può maturare: silenzio sufficiente, attesa tollerata, ripetizione dell'osservazione sullo stesso oggetto in momenti diversi, possibilità di cambiare idea senza dichiararlo pubblicamente. Il taccuino con i disegnini brutti è uno degli strumenti di questa ricostruzione. Non l'unico, nemmeno il più importante, Ma uno di quelli che ho verificato empiricamente, con diciotto anni di ritardo e che ho ripreso ad usare.
Proust aveva capito tutto questo senza bisogno di neuroscienziati e lo aveva legato a una madeleine inzuppata nel tè. Aveva capito che certi oggetti, certi sapori, certi gesti contengono, compressi, interi stati mentali passati e che la loro riattivazione produce una qualità di pensiero diversa, più profonda, più capace di giudicare le cose importanti. Oggi la madeleine, per chi ha la fortuna di essersene costruita una, è spesso un quaderno a righe con dentro disegnini che non avrebbero senso per nessun altro. Vale la pena custodirlo. Vale la pena, soprattutto, continuare a riempirlo, sapendo che ogni disegnino brutto fatto adesso sta costruendo, senza chiedere permesso, l'archivio dei propri stati mentali futuri.
Se lo sai, lo sai. Se non lo sai, probabilmente stai cercando un'app migliore.
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