La monarchia entra in bilancio

Nella settimana in cui i Sussex hanno annunciato il trasferimento definitivo dalla California all'Inghilterra, la frase che pesa di più l'ha pronunciata Andy Burnham giovedì scorso e sembra chiudere il discorso mentre lo apre. La protezione di Harry e della sua famiglia, ha detto il primo ministro, è una questione privata. Burnham è a Downing Street dal 20 luglio. Tuttavia il comitato che decide chi ha diritto alla scorta armata pagata dal contribuente, RAVEC, opera sotto l'autorità dell'Home Office, quindi sotto di lui, quindi definire privata una decisione che dovrà firmare il proprio governo è una manovra che vale la pena guardare da vicino, perché dice qualcosa sulla monarchia britannica che i sondaggi non dicono.
Del corpo istituzionale della Corona ho già scritto due volte quest'anno, a febbraio sull'arresto di Andrew Mountbatten-Windsor e a fine aprile sulla giornata di Carlo al Congresso americano, quindi ci torno perché questa volta la storia si muove sul terreno della contabilità ordinaria, che è dove le istituzioni si logorano sul serio, molto più che negli scandali.
I fatti nudi sono pochi. RAVEC ha avviato una nuova valutazione del rischio prima ancora che il duca comunicasse l'intenzione di rientrare in via permanente e il risultato non c'è, infatti la stima circolata in questi giorni, attribuita a un ex ministro, parla di una cifra fra i tre e i cinque milioni di sterline l'anno per proteggere una famiglia di quattro persone ventiquattro ore su ventiquattro. L'ultima valutazione completa del rischio individuale di Harry risale all'aprile 2019, quando fu classificato al livello sette su sette, il massimo previsto dalla scala. Nel gennaio 2020, con l'uscita dai ruoli operativi, la protezione automatica è saltata e nel maggio 2025 il duca ha perso l'appello in High Court e ha parlato di un vecchio buon insabbiamento dell'establishment, formula che gli somiglia e che non ha aiutato la sua causa.
Qui viene il punto che nessuno sta guardando e non perché sia nascosto ma perché è noioso. Il Sovereign Grant, ovvero la dotazione annuale che il Tesoro paga al sovrano per le spese delle funzioni ufficiali, quest'anno vale 137,9 milioni di sterline. I Royal Trustees, a giugno, hanno stabilito che dal prossimo esercizio scenderà a 99,9 milioni, completato il programma di rifacimento degli impianti di Buckingham Palace. Il taglio però non può avvenire da solo, perché il Sovereign Grant Act del 2011 vieta che l'assegno alla Corona diminuisca da un anno all'altro. Serve una legge nuova e il Sovereign Grant Bill arriverà in aula nei prossimi mesi per la prima volta in quindici anni affinché il Parlamento britannico possa discutere in modo sostanziale quanto costa il proprio capo di Stato.
Tre milioni contro centotrentotto, o cinque nella stima più alta. Il rapporto è di circa uno a trenta e quel rapporto spiega perché tutta la conversazione pubblica si è concentrata sulla voce piccola. La scorta di Harry è la cifra abbastanza modesta da poter essere contestata senza contestare l'istituzione ed è la questione dove si può fare il ragionamento del padre di famiglia, cioè "quanto ci costa quello lì che vive in California e ci chiede la polizia?", senza mai dover arrivare alla domanda successiva. Il Bill invece arriva alla domanda successiva per costruzione, dato che obbliga i deputati a votare una cifra e i deputati che votano una cifra, prima o poi, chiedono di vedere le voci.
La lente giusta per leggere tutto questo non è il consenso, ma piuttosto la discrezionalità.
Elisabetta II ha funzionato per settant'anni come una costante esogena, ovvero come un dato che nessuno doveva decidere e come tale pur non piacendo a tutti, non richiedeva firme. Il suo successore ha ereditato un'istituzione dove ogni singolo elemento è tornato a essere una decisione che qualcuno deve prendere e giustificare per iscritto. Chi conserva il titolo di principe lo ha deciso Carlo nell'ottobre 2025, con una dichiarazione firmata di suo pugno, ma quanto costa il palazzo lo decide il Tesoro con una legge, chi ha diritto alla scorta lo decide un comitato amministrativo che valuta la minaccia, calcola il costo e presenta il conto. La monarchia non ha perso popolarità in modo drammatico, ha perso l'esenzione dalla decisione. È diventata governabile e una cosa governabile è per definizione contendibile.
Le tre rilevazioni disponibili quest'estate raccontano bene tutta la faccenda, proprio perché non concordano. YouGov a luglio dà il 64 per cento dei britannici favorevoli al mantenimento della monarchia, cifra stabile dal 2022 e dentro la forchetta fra il 61 e il 67 per cento di tutto il regno di Carlo. Ipsos misura il 55, minimo assoluto da quando ha iniziato a rilevare nel 1993. Savanta, per conto dell'associazione repubblicana Republic, si ferma al 45. Le domande sono formulate in modo diverso e questo spiega quasi tutto lo scarto, però lo scarto è il vero dato. Quando un'istituzione è fuori discussione, il modo in cui fai la domanda conta poco, quando entra in discussione, la formulazione diventa decisiva, perché il consenso ha smesso di essere una proprietà del soggetto ed è diventato una funzione di come lo interroghi.
Nel mezzo di tutto, il dettaglio che mi ha divertito di più leggendo la stampa britannica di questi giorni è la spiegazione della fretta: i Sussex avrebbero accelerato perché si sono liberati inaspettatamente due posti in una scuola dove Archie e Lilibet erano in lista d'attesa. Riportato, non confermato. Ma se anche fosse falso, resta il fatto che qualcuno l'ha ritenuto plausibile abbastanza da metterlo in stampa e in effetti chiunque abbia iscritto un figlio a settembre sa che le liste d'attesa hanno un potere di determinazione dei destini famigliari superiore a quello di molte scelte meditate.
Sulla faida fra i due fratelli c'è poco di nuovo e molto da capire. Carlo ha visto Harry, Meghan e i nipoti a Highgrove a luglio. William non li ha visti, non parla con il fratello dal 2020 e non lo incontra dal 2024 e i commentatori di corte che seguono il dossier considerano il suo perdono la variabile meno probabile del quadro. Il punto strutturale però è un altro: la domanda su chi appartenga ancora alla famiglia reale, che in qualsiasi famiglia normale si risolve fra le persone coinvolte, in questo caso viene istruita da un comitato interministeriale che valuta i livelli di minaccia. Se RAVEC concede la protezione piena, Harry è dentro l'istituzione anche senza che il fratello gli rivolga la parola, se la nega, o la concede con una qualche forma di contributo privato, è fuori indipendentemente da quanto lo abbracci il padre. L'arbitrato della lite domestica più raccontata d'Europa sta in un fascicolo dell'Home Office.
Ed è per questo che Burnham ha detto che è una questione privata. Non è un errore né una scortesia verso il Palazzo ma è un uomo che ha la penna in mano e cerca qualcuno a cui passarla, in un momento in cui la sua maggioranza deve già votare una legge sui soldi della Corona. Il Palazzo, dal canto suo, tace da giorni per la stessa ragione simmetrica. In conclusione, nessuno dei due vuole essere quello che ha firmato.