La moneta senza stato torna allo stato

by Rollo


La moneta senza stato torna allo stato

C'è una quindicina di giorni, a cavallo di questo inizio di luglio, in cui l'Europa ha deciso due cose sulla moneta digitale che la stampa ha raccontato in pagine separate. Il primo luglio è scaduto il termine oltre il quale nessuna piattaforma di criptovalute può più operare nell'Unione senza licenza e Binance, il più grande exchange del mondo, si è ritrovata fuori. Pochi giorni dopo, questa settimana, il Parlamento europeo porta in aula l'euro digitale, la moneta elettronica pubblica della Banca Centrale Europea. La prima notizia è stata letta come una storia di regole, la seconda come una storia di innovazione e quasi nessuno le ha messe nello stesso quadro. A mio avviso è un errore, perché sono lo stesso fatto visto da due lati dove le criptovalute erano nate per togliere lo Stato dalla moneta, ma questo caldo inizio luglio 2026 racconta l'esatto contrario: lo Stato che rientra dalla porta principale, su due fronti insieme.

Conviene partire da cosa fosse la promessa, perché senza quella il resto non si capisce. Una criptovaluta è denaro digitale registrato su una catena di blocchi, ovvero un registro condiviso e pubblico che nessuna autorità custodisce. Dove prima serviva una banca a garantire che i soldi passassero davvero da me a te, qui la garanzia la offre il registro stesso, copiato su migliaia di computer che si controllano a vicenda. Niente banca e niente banca centrale, nessun confine a fermarla: il punto dichiarato, dal bitcoin in avanti, era una moneta che nessun governo potesse bloccare o sorvegliare. Era una promessa di fuga, di libertà anche e per anni ha funzionato proprio perché restava fuori da ogni giurisdizione, dappertutto e da nessuna parte allo stesso tempo.

Ed è qui che entra la MiCA, la prima regolamentazione europea organica del settore, in vigore da fine 2024. Il meccanismo è semplice nella sua durezza: chi vuole offrire servizi cripto ai cittadini europei deve ottenere una licenza dal regolatore di un singolo paese membro e quella licenza vale poi come passaporto in tutti e ventisette. Il periodo di transizione, che lasciava lavorare gli operatori registrati sotto le vecchie regole nazionali, si è chiuso il primo luglio. Da quel giorno chi non ha la licenza non può più servire clienti nell'Unione e deve avviare la chiusura ordinata delle attività. Non è una multa, non è un avvertimento ma una porta che si chiude.

Binance quella porta l'ha trovata sbarrata e in un modo che vale la pena guardare da vicino. Aveva puntato sulla Grecia come porta d'ingresso, presentando la domanda a gennaio, ma il 24 giugno l'ha ritirata lei stessa, sei giorni prima della scadenza, davanti a un rigetto ormai dato per certo. Il motivo non era la carta bollata, ma il passato in quanto la MiCA prevede un esame di onorabilità che pesa non solo la società ma i suoi proprietari e i suoi dirigenti e Binance porta un fardello che nessuna domanda ben scritta poteva alleggerire: oltre quattro miliardi di dollari di sanzioni negli Stati Uniti nel 2023, il fondatore Changpeng Zhao che si è dichiarato colpevole di violazioni antiriciclaggio, ha scontato quattro mesi di carcere è stato graziato da Trump nell'ottobre 2025 e detiene ancora circa il 90 per cento dell'exchange. La cosa che ha reso Binance grande, restare ai margini delle regole, è esattamente la cosa che non le fa superare l'esame quando le regole diventano la condizione d'ingresso. L'azienda tiene a dire che non lascia l'Europa e che riproverà, probabilmente in Francia, con licenza attesa nei prossimi mesi ma intanto, dal primo luglio, i clienti europei non possono più iscriversi né aprire nuove posizioni e possono soltanto ritirare quello che hanno.

Il numero che regge tutto il resto è questo: su oltre tremila operatori attivi in Europa, soltanto circa duecentodieci hanno ottenuto la licenza piena entro il primo luglio. cioè il sette per cento. L'ordinamento di cui parlo non è una metafora, è una percentuale e gli ammessi sono, guarda caso, quelli che le regole le avevano cercate per tempo: Coinbase, Kraken, OKX, Crypto.com, dunque chi si era attrezzato con strutture di conformità e sedi reali, passa. Chi aveva fatto dell'assenza di sede la propria strategia, resta fuori.

In tutto questo trovo istruttivo dove sia andata la licenza in Italia perchè la prima banca italiana autorizzata sotto le nuove regole è, appunto, una banca, Sella e tra le realtà che hanno ottenuto il via libera come fornitori di servizi cripto c'è Conio, partecipata da Poste Italiane e da Banca Generali, dopo un'istruttoria di Consob e Banca d'Italia. Il movimento che prometteva di disintermediare gli istituti finisce per consegnare i binari regolati proprio a quegli istituti, oppure a chi quelle regole le ha sempre cercate. La rivoluzione, dove viene ammessa, viene ammessa a patto di somigliare a ciò che voleva sostituire.

Questo è il primo fronte, la cattura del privato. Il secondo è la costruzione del pubblico, ed è qui che entra l'euro digitale, che di quel mondo cripto è il rovescio esatto. Non è una criptovaluta ma è moneta della banca centrale in forma elettronica, un portafoglio garantito dalla BCE ma distribuito dalle banche e dalle fintech, con la possibilità che a offrirlo siano anche gli stessi operatori cripto appena autorizzati, pensato perché ogni cittadino dell'area euro possa pagare, di persona e online, con denaro pubblico e non soltanto con denaro privato. Non paga interessi, non costa nulla nei servizi di base, per ora e prevede un tetto dato che quanti euro digitali ciascuno potrà detenere lo fisserà la Commissione su indicazione della BCE. La commissione economica del Parlamento lo ha approvato il 23 giugno, quarantatré voti a quattordici e il testo arriva in aula a Strasburgo proprio questa settimana.

Perché adesso? La risposta sta nei numeri che la BCE stessa mette sul tavolo. Visa e Mastercard gestiscono il 61 per cento dei pagamenti con carta nell'area euro e la quasi totalità delle transazioni transfrontaliere. In un momento in cui Washington usa le tariffe persino contro gli alleati, il timore dichiarato è che un giorno gli Stati Uniti possano trasformare in arma questo dominio sui binari del pagamento. Non è una preoccupazione isolata dell'Europa. La Cina ha già lo yuan digitale, la Russia annuncia il rublo digitale operativo da settembre, mentre Trump ha vietato alla Federal Reserve una moneta digitale di Stato e ha scelto la strada opposta, deregolare le stablecoin private. Persino il Regno Unito, con la Banca d'Inghilterra che a fine giugno ha ammorbidito le regole sulle stablecoin in sterline pur restando il regime più cauto al mondo, sta scegliendo la propria architettura. Ognuno, a modo suo, risponde alla stessa domanda e cioè chi deve controllare la moneta digitale dei propri cittadini.

Va detto con onestà che, sul versante europeo, siamo davanti a un'intenzione e non a un prodotto. La sperimentazione partirà nella seconda metà del 2027, il lancio vero non prima del 2029, la maggioranza in aula è tutt'altro che scontata e c'è già chi teme che diventi uno strumento di sorveglianza o addirittura di censura sui consumi. Su quest'ultimo punto la versione del Parlamento prova a rispondere in anticipo, promettendo riservatezza fin dall'origine con pagamenti offline che funzionano come il contante e verifiche capaci di confermare un pagamento senza rivelare chi l'ha fatto. Ma l'impegno a costruirlo, quello sì, è già il segnale che conta.

Conviene allora guardare l'altra sponda dell'Atlantico perché racconta l'opposto dello stesso principio. Negli Stati Uniti l'architettura pubblica non viene eretta ma smontata: nessuna moneta digitale di Stato e mano libera alle stablecoin private. Il 30 giugno le dichiarazioni patrimoniali di Donald Trump hanno mostrato oltre 1,4 miliardi di dollari di reddito nel 2025 dalle attività cripto della famiglia, quasi 800 milioni da World Liberty Financial e altri 635 dalla vendita del gettone che porta il suo nome, mentre Reuters stima in almeno 2,3 miliardi quanto la famiglia ha incassato dal ritorno alla Casa Bianca. La Casa Bianca nega ogni conflitto di interessi e rivendica di aver reso il paese la capitale mondiale delle cripto ma il meccanismo, a prescindere dai giudizi, è nudo: chi scrive le regole del gioco è anche il maggiore beneficiario di quel gioco. Dove l'Europa lega le mani, lì la mano resta libera e si riempie.

A freddo, i due fronti europei raccontano la stessa direzione. Non lo stesso movente e la precisione conta: la MiCA nasce per proteggere l'investitore e dare ordine al mercato, è precedente a questa stagione e non è un'arma contro nessuno mentre l'euro digitale, quello sì, è sovranità dichiarata. Ciò che li unisce è il disegno più largo, lo Stato che si riprende il controllo sulla moneta digitale e una coincidenza temporale che nessuno ha orchestrato ma che dice tutto: la scadenza dura della MiCA cade nella stessa manciata di giorni in cui l'euro digitale arriva in aula. E se si guarda oltre l'Atlantico, la lezione si completa: togliere l'architettura non rende la moneta libera, la consegna a chi è già in cima. Il denaro non sfugge mai al potere, cambia soltanto le mani che lo tengono.

L'ho già visto e non da oggi. Ogni tecnologia che ha promesso di abolire l'intermediario ha finito per generarne di nuovi, più grandi dei precedenti, basta ricordare che internet doveva disintermediare ogni cosa e ci ha consegnato alle piattaforme. La moneta senza Stato segue la stessa parabola, soltanto più in fretta. La promessa era meno Stato ma l'esito, a conti fatti, è più Stato e non meno, da un lato un livello privato sotto licenza e un livello pubblico in costruzione, dall'altro un privato lasciato correre che finisce in mano a chi comanda.

Ed è qui che l'uomo della strada smette di essere spettatore, perché è il terreno su cui la partita si gioca. Quel primo luglio qualcuno nel settore li ha chiamati profughi normativi: centinaia di migliaia di europei svegliatisi con l'exchange che non poteva più servirli legalmente. La domanda vera, per loro come per tutti, non è quale piattaforma sopravvive o quando arriverà l'euro digitale ma è chi controllerà il denaro con cui si paga il pane. Oggi quel denaro passa quasi sempre per un circuito americano di cui si sa poco, domani potrebbe passare per un portafoglio garantito dalla propria banca centrale, e nel mezzo restano gli exchange che promettevano una libertà che nessun regolatore aveva mai autorizzato.

C'è una differenza che vale più di tutte le altre e che di solito sfugge. Una banconota non chiede il permesso e non lascia traccia ed è privata non perché qualcuno l'abbia progettata così, ma perché è fatta di carta. La moneta digitale, qualunque sia, è la prima nella storia la cui riservatezza è una scelta di progetto e non una proprietà della materia; qualcuno, da qualche parte, decide quanta ne resta. L'uomo della strada non ha scelto nessuna delle monete che si contendono il suo telefono. Non gli è stato chiesto. Eppure, entro pochi anni, una ce l'avrà. E quale gliela stanno decidendo in questi giorni, in stanze dove non è invitato, mentre lui guarda da un'altra parte.

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