La nostalgia del software installato

Ogni tanto riaffiora l'idea che il modello degli abbonamenti sia arrivato al capolinea e che si stia tornando al software comprato una volta e installato sul computer, come vent'anni fa. Stavolta il pensiero suona più forte del solito, seducente perché promette di riprendersi qualcosa, ma il problema è che i numeri lo smentiscono senza appello ed è proprio il fatto che lo si desideri tanto a dire qualcosa di preciso su dove stia andando davvero il controllo.
Guardiamo i dati prima di raccontarci la favola: la spesa mondiale in cloud pubblico, secondo le stime Gartner, ha superato i settecento miliardi di dollari nel 2025, in crescita di oltre un quinto sull'anno precedente. L'economia degli abbonamenti nel suo complesso continua a gonfiarsi verso gli ottocentocinquanta miliardi ed ogni mese nascono quasi quindicimila nuove applicazioni vendute in abbonamento. E quando l'ottantasei percento dei responsabili informatici dichiara, nel sondaggio Barclays, di voler riportare a casa qualche carico di lavoro, solo l'otto percento circa, stando a IDC, progetta un'uscita totale dal cloud. Il ritorno di massa al software di una volta non esiste nei numeri; esiste nel desiderio, che è un'altra cosa.
La domanda giusta allora non è se il modello a noleggio stia morendo, perché non sta morendo, ma perché tanti lo vorrebbero morto proprio adesso e la risposta è economica prima che nostalgica.
Il software venduto come servizio è sembrato conveniente per quindici anni grazie a due sussidi che stanno scadendo tutti insieme. Il primo era il denaro a costo zero, che permetteva alle aziende del settore di vendere sotto costo pur di conquistare quote e legarsi il cliente. Il secondo, più recente, è l'intelligenza artificiale offerta a forfait quando ogni singola richiesta costa cara a chi la eroga. Quel forfait era un'esca. A giugno GitHub è passato al conteggio a consumo per il suo strumento di programmazione assistita, ammettendo con insolita franchezza che il prodotto ormai divora troppa potenza di calcolo per reggere a prezzo fisso. Uber, che quello strumento lo aveva adottato su larga scala, si è vista evaporare il budget annuale per l'AI in pochi mesi, il conto vero arriva adesso e quando arriva, la matematica del noleggio perpetuo cambia segno per tutto ciò che è stabile e prevedibile.
È il momento in cui una scelta che sembrava eccentrica smette di esserlo. Quando 37signals, la casa dietro Basecamp, ha lasciato Amazon per comprarsi i propri server, raccontando sette milioni di dollari risparmiati in cinque anni, in molti hanno alzato un sopracciglio. Oggi lo stesso conto lo rifà parecchia gente, non per ideologia ma perché affittare per sempre una cosa che usi in modo costante è il modo più caro di possederla. In altre parole, non siamo davanti a una guerra tra due modelli, ma è lo stesso costo che riappare da due lati: il fornitore ha spinto il forfait per legarti a sé e lo alza appena sei legato, mentre chi possiede la propria macchina quel costo lo paga una volta invece che per sempre e in salita.
C'è poi la faccenda della proprietà, che nel software di oggi è diventata quasi un paradosso. Un programma comprato una volta era una cosa tua ma un abbonamento è un permesso che qualcun altro può revocare. E ogni tanto lo revoca sul serio. Quando è uscito il suo nuovo modello di punta, un grande laboratorio ha tolto dall'applicazione la versione precedente nel giro di una notte, lasciando chi ci lavorava a ritrovarsela sparita al mattino. Le grandi interruzioni dell'ultimo anno hanno insegnato la stessa lezione per via ruvida, dalla regione di Amazon che ogni tanto trascina giù mezza rete al guasto di Cloudflare di novembre che ha reso irraggiungibili migliaia di siti: la nuvola è il computer di qualcun altro, che quando si rompe non ti lascia voce in capitolo. A mio avviso è questo, più del prezzo, il nervo scoperto, quando cioè l'inquilino scopre a un certo punto di non aver mai posseduto niente.
Fin qui, però, sarebbe soltanto il solito pendolo in cui il calcolo si è mosso avanti e indietro tra la macchina locale e il centro remoto da quando esistono i computer, dal grande calcolatore centrale al personal computer, dal personal computer al web, dal web al cloud. Da chi c'era quando le render farm del cinema digitale passavano dai server di casa a quelli affittati per poi tornare indietro seguendo soltanto il prezzo del calcolo, questa oscillazione non ha più nulla di sorprendente. L'ho vista anche nei programmi per fare musica, migrati dall'hardware fisico al plugin al canone mensile. Il pendolo torna sempre, ma non torna mai nello stesso punto.
C'è un precedente che vale più di ogni previsione. Un secolo fa le fabbriche producevano la propria elettricità con generatori in casa, poi la rete centralizzata li ha resi antieconomici e tutti si sono attaccati alla presa, salvo scoprire più tardi che per certi usi critici, gli ospedali, i centri dati, chiunque non possa permettersi che la corrente salti, il generatore in loco non è mai sparito ma è diventato la spina dorsale silenziosa. Non un ritorno al passato, quindi, ma una stratificazione: la rete per il grosso, l'impianto proprio dove l'interruzione costa troppo. Il calcolo sta ripetendo la stessa figura.
Ed è qui la novità, quella che rende questo giro diverso da tutti i precedenti. Per la prima volta il carico di lavoro più esigente e più desiderato del momento, l'intelligenza artificiale, ha ragioni proprie per stare sulla macchina davanti a te invece che nel centro remoto e non per nostalgia ma per ragioni strutturali. C'è la sovranità del dato, che per chiunque maneggi informazioni sensibili o lavori dentro le regole europee non è un dettaglio ma il vincolo che decide dove una cosa può girare. E c'è la proprietà nel senso più letterale, perché un modello scaricato è un file sul tuo disco, tuo sul portatile di oggi e su quello di domani, mentre la reattività, il fatto che risponda senza il viaggio verso un server lontano, arriva quasi in omaggio. A giugno NVIDIA ha presentato una classe di chip pensata per far girare modelli seri su un portatile, mentre Microsoft ha infilato dentro Windows modelli che lavorano sul dispositivo senza mai chiamare il cloud. Il baricentro del calcolo, per la prima volta da anni, ha una ragione tecnica per tornare in casa.
Messi insieme, questi pezzi non raccontano un ritorno ma una biforcazione dove l'aggregato continua a centralizzarsi, la spesa cloud sale ancora e gli abbonamenti si moltiplicano, ma nel frattempo uno strato sottile e ad alto valore se ne va per conto suo. Sono i carichi regolati e quelli che non sopportano il ritardo, più tutto ciò che l'intelligenza artificiale rende conveniente tenere vicino a chi lo usa. In pratica la finanza, la sanità, chiunque lavori con dati che non possono attraversare un confine o una giurisdizione, quindi in ultima analisi, non è l'otto percento che scappa a fare la notizia, ma quale otto percento se ne va e perché e quello strato è esattamente la parte dove il controllo pesa più della comodità, la parte che quindici anni di noleggio indolore avevano convinto tutti a delegare.
La persona che disdice gli abbonamenti e scarica un modello sul portatile crede di tornare indietro, agli anni del software in scatola ma in realtà sta facendo qualcosa di diverso e più interessante: non torna in un posto ma sposta il baricentro mentre il terreno sotto si muove. Il file sul disco che puoi tenere in mano contro il permesso che evapora con un aggiornamento delle condizioni, per cui la scelta non è tra vecchio e nuovo, è tra due modi opposti di stare dentro un sistema che nessuno dei due controlla per intero.
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