La prima fila non si compra

by Rollo


La prima fila non si compra

Al porto comunale di Capolago, nel Canton Ticino, ci sono quarantaquattro posti barca e sono tutti occupati. In lista d'attesa ce ne stanno cinquantasette, cioè più gente in coda di quanti stalli esistano. È a sei chilometri da casa mia e ci passo davanti da anni senza averci mai pensato troppo, finché non ho letto il censimento che il Corriere del Ticino aveva fatto sulle rive del Ceresio da cui risultano oltre millequattrocento posti barca contati comune per comune, di cui disponibili cinque. Esatto, proprio cinque.

A Lugano gli stalli sono settecentoquaranta e la lista d'attesa, che qualche anno prima arrivava a trecento nomi, si è ridotta a una sessantina; sarebbe un errore leggerlo come miglioramento dato che non si sono liberati posti, si è stancata la gente. Chi aspetta cinque anni per un ormeggio a un certo punto porta la barca sul Lario. Il responsabile degli stabilimenti comunali ha spiegato la cosa con una frase che vale più di qualunque analisi di settore, perché contiene l'intero meccanismo in nove parole: "di disdette ne riceviamo veramente poche, chi ha il posto se lo tiene stretto."

Qui c'è un mercato dove il denaro non funziona. Non che sia gratis, il canone si paga ma semplicemente il prezzo non è la variabile che decide chi entra. Decide l'ordine di arrivo, che è stato fissato trent'anni fa da persone che nel frattempo hanno rinnovato ogni singolo anno senza mai saltarne uno. Un economista lo chiamerebbe razionamento per coda ma chi ci vive dentro lo chiama semplicemente sapere come funziona.

La versione italiana e più antica dello stesso meccanismo sta sulla spiaggia ed è la cabina. Al Lido di Venezia le capanne non sono ombrelloni, sono strutture fisse, numerate, allineate in file che hanno un davanti e un dietro. La spiaggia dell'Excelsior riceve ospiti dal 1908 e distingue formalmente due categorie di persone che sono i clienti dell'hotel ed i titolari stagionali di capanna, ovvero famiglie veneziane e non turisti. Venezia Spiagge ne gestisce più di settecentocinquanta e il direttore della spiaggia del Consorzio, Stefano Crovato, intervistato anni fa dalla Nuova Venezia in una stagione fiacca, spiegava che il calo non li aveva toccati perché la clientela è consolidata, con gruppi di famiglie che vengono da generazioni. Non stava vendendo niente, stava descrivendo un bilancio.

A Forte dei Marmi la stessa architettura sociale è più visibile perché la costa è quasi interamente divisa in centoquattordici stabilimenti privati, ciascuno con le sue cabine di legno colorate ed i colori si ripetono uguali di anno in anno perché servono al cliente per riconoscere la propria fila da duecento metri. Chi vi arriva d'estate per la prima volta, con la disponibilità economica giusta e la ragionevole aspettativa che la sua disponibilità economica risolva, scopre che la prima fila non c'è. Non è che sia finita quella mattina ma che per lui non c'è mai stata a prescindere da quanto sia disposto a pagare.

Il punto che rende la faccenda analiticamente interessante invece che un aneddoto da rubrica di costume è che gli stabilimenti invece si comprano eccome. Nel gennaio del 2025 il Tirreno ne contava nove in vendita a Forte dei Marmi, con prezzi dai due ai cinque milioni e qualche trattativa riservata. Tra questi il Bagno Silvio, che aveva appena festeggiato i cent'anni sotto la famiglia Dazzi passando di padre in figlio, dato in trattativa avanzata con una società milanese. Si vende il bagno ma non si sposta la fila.

Perché il gestore non massimizza? La domanda è legittima e la risposta è che sta massimizzando, solo su un orizzonte diverso. Assegnare la prima fila al miglior offerente della stagione produce un incasso superiore per una stagione e distrugge il flusso di quaranta famiglie che tornano da decenni, pagano in anticipo, non contestano nulla, riempiono anche il martedì di settembre quando la spiaggia è vuota e sono poi l'unica ragione per cui quel bagno vale cinque milioni invece del costo dei materiali. Chi subentra a una concessione storica non compra le cabine, compra la coda. È esattamente ciò che ha pagato, ed è la prima cosa che non può toccare. Da qui discende la parte che quasi nessuno ha letto correttamente nella vicenda delle concessioni balneari.

Il decreto legge 131 del 2024 ha tenuto in vita le concessioni esistenti fino al 30 settembre 2027 e ha imposto ai Comuni di bandire le gare entro il 30 giugno dello stesso anno; il bando tipo è arrivato con il decreto legge 32 dell'11 marzo 2026; l'articolo 4 della legge 118 del 2022, nella versione riscritta, stabilisce che il concessionario uscente ha diritto a un indennizzo a carico del subentrante per gli investimenti non ammortizzati, con almeno il venti per cento da versare prima della stipula. Attorno a questo impianto si è consumato un decennio di polemiche sulla concorrenza, sulle rendite, sull'Europa che finalmente apre il mercato italiano.

Tutto vero e tutto tipicamente italiano e laterale. Quelle norme regolano chi tiene il titolo e non contengono una sola riga su chi ottiene la cabina in prima fila. Il mercato viene aperto di un piano e resta chiuso al piano sotto, che è poi l'unico dove la scarsità è reale, perché la scarsità non stava mai nella concessione ma stava nella coda, che è un bene non appartenente al demanio.

Ho visto lo stesso schema fuori dalla spiaggia, per mestiere. Nella distribuzione cinematografica, quando arrivò il digitale, si pensò che liberalizzando la copia si sarebbe liberalizzato l'accesso alle sale, perché il collo di bottiglia sembrava la pellicola, che costava, pesava, andava spedita fisicamente. Sparita la pellicola, il collo di bottiglia si è semplicemente spostato di un piano, sulla programmazione e infatti chi aveva la relazione con l'esercente continuava ad avere lo schermo mentre chi aveva il file non aveva niente. La tecnologia aveva risolto il problema visibile ma quello che contava era l'altro.

Una cosa marginale sulle cabine, che all'argomento non serve ma la metto lo stesso per cultura generale. La numerazione non segue quasi mai un ordine di pregio. La cabina uno può stare all'estremità peggiore, vicino al passaggio ed è capitato spesso che la posizione migliore avesse un numero centrale e insignificante, che però in certe famiglie diventa un cognome. Si dice la dodici come si direbbe la casa di montagna e nessuno spiega perché sia la dodici.

Quello che rende il segnale interessante ed è la ragione per cui qui il "se lo sai lo sai" si applica meglio che a qualunque orologio, è che si tratta dell'unico bene posizionale italiano che il denaro non riesce a contraffare. Una barca si compra domani, una casa in Versilia anche, ma la prima fila del Bagno Silvio non si compra, né oggi né domani domani perché non è in vendita in nessun senso utile del termine. La cosa non dipende dall'esclusività ricercata dal gestore, che anzi preferirebbe avere meno grane, ma dal fatto che l'unico modo per averla era esserci già nel 1978 e non aver mai saltato un rinnovo. Il denaro non compra il passato ed è l'unico limite serio che ha.

Chi arriva ad agosto e chiede la prima fila riceve una risposta cortese e definitiva, senza capire di aver ricevuto un'informazione precisa sulla propria posizione sociale. Non gli mancano i soldi, gli mancano trent'anni che erano da comprare allora.

Se nei primi passaggi di gestione successivi alle gare i subentranti riallocheranno le postazioni al miglior offerente conservando la clientela storica, questa lettura è sbagliata e me ne accorgerò leggendo i listini del 2028. Non credo che succederà. Chi paga cinque milioni per una spiaggia sa benissimo cosa sta comprando ed è la ragione per cui non lo toccherà.