La resurrezione che non costa niente

by Rollo


La resurrezione che non costa niente

Nella versione originale della storia, la resurrezione ha un costo preciso. C'è una morte vera, un sepolcro reale, tre giorni di assenza documentata. Senza quello, non è resurrezione: è un trucco di prestigio. Questa distinzione ha smesso di interessare a quasi tutti.

Nelle organizzazioni e nelle carriere professionali la parola resurrezione è diventata disponibile a qualsiasi prezzo. Un rebranding, un "nuovo capitolo" annunciato su LinkedIn con una foto in bianco e nero particolarmente pensierosa, un cambio di posizionamento. Nessun sepolcro. Solo la narrazione della rinascita, consegnata al mercato come se il mercato non sapesse leggere. Spesso non sa leggere. Ed è esattamente questo il problema.

Il meccanismo più comune, quello che ho visto ripetersi in settori diversissimi tra loro, è quello dei costi irrecuperabili. Un'azienda ha investito anni in una direzione che non funziona più. Riconoscerlo significa ammettere che quegli anni sono persi, che le decisioni erano sbagliate. Il cervello umano fa di tutto per evitare quel momento: continua a investire, produce razionalizzazioni sempre più elaborate, sposta leggermente l'obiettivo per non dover dichiarare la sconfitta. Nel cinema digitale degli anni Novanta ho visto case di produzione analogiche continuare a comprare pellicola fino a sei mesi prima del collasso. Non per stupidità. Per la stessa ragione per cui un giocatore d'azzardo raddoppia la posta: la perdita non è reale finché non la nomini.

Poi c'è il problema della vergogna. In certi ambienti organizzativi, e in certe culture geografiche, ammettere che qualcosa è morto equivale a dichiarare incompetenza personale. Il risultato non è che le cose si aggiustano: è che si producono zombie. Strutture che continuano a camminare perché nessuno ha il coraggio di dichiararle defunte, che assorbono risorse e occupano posizioni senza produrre niente di verificabile da anni. Le riunioni continuano. I report continuano. La sostanza è evaporata da tempo ma nessuno firma il certificato di morte perché farlo costerebbe qualcosa a qualcuno in termini di status.Questi due meccanismi bloccano la resurrezione. Il terzo la simula.

Alcuni attori hanno capito che il mercato premia la narrativa della rinascita indipendentemente dalla sostanza sottostante. Quindi si resuscita l'immagine senza toccare la struttura. Si cambia il nome, si aggiusta il logo, si assume qualcuno che parla di "nuova visione" con la giusta quantità di vaghezza ispirazionale. Il mercato applaude perché vuole storie di rinascita, le compra volentieri specialmente in certi periodi dell'anno. Dal punto di vista degli incentivi di breve periodo è una mossa razionale. Dal punto di vista sistemico consuma la credibilità del concetto stesso: quando tutto può essere una resurrezione, il termine perde qualsiasi valore segnaletico.

La distinzione che conta, quella che si impara solo dopo averne viste abbastanza, non riguarda quello che emerge. Riguarda quello che rimane indietro. La resurrezione autentica si riconosce da ciò che è stato lasciato nel sepolcro: un modello di business che non funzionava, un tipo di cliente che non era quello giusto, una convinzione su come funziona il mercato che si è rivelata sbagliata. Se un'organizzazione riemerge da una crisi con tutto quello che aveva prima più un nuovo logo, non è rinata. Ha dormito.

Pasqua è un buon momento per fare questo inventario, non per ragioni spirituali ma per ragioni pratiche. La domanda non è cosa si vuole diventare: quella è facile e produce liste di desideri. La domanda è cosa si è disposti a lasciare indietro davvero. Quella è più difficile da rispondere onestamente di quanto sembri.

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