La sigaretta sotto l'ombrellone

by Rollo


La sigaretta sotto l'ombrellone

C'è un ragazzo due ombrelloni più in là che si accende una sigaretta e la cosa mi colpisce non perché fumi ma perché lo trovo strano, segno che ormai me lo aspettavo di meno. Stessa impressione la sera fuori dai bar, al momento dell'aperitivo, dove tra i ventenni il pacchetto è ricomparso con una naturalezza che dieci anni fa pareva in via di estinzione. Da italiano cresciuto quando il fumo era ancora il default sociale l'avevo dato per perso ed è proprio per questo che adesso mi salta all'occhio. Sembra che i giovani abbiano ricominciato a fumare.

E qui arriva il problema, perché i numeri dicono il contrario. Secondo le rilevazioni dell'Istituto Superiore di Sanità, nella fascia tra i diciotto e i ventiquattro anni il consumo di sole sigarette tradizionali è precipitato dal 34 al 14 per cento dal 2008 a oggi. Allarga lo sguardo a tutta la nicotina, quella vaporizzata e quella in bustina comprese, e il quadro non cambia di molto: il totale è sceso appena, dal 34 al 31 per cento. Non hanno smesso con la nicotina, hanno solo cambiato contenitore. Di fumatori veri, quelli col pacchetto al giorno, ce ne sono molti meno e non di più. La mia impressione da spiaggia e il dato vanno in direzioni opposte ed è esattamente in quella forbice che si nasconde la cosa interessante.

Perché quello che vedo fuori dal bar non è il fumatore abituale, è un'altra figura. È quello della sigaretta del sabato, due o tre in una sera, mai una di lunedì, il fumatore sociale che nessuna statistica sul tabagismo riesce a contare perché alla domanda "fumi?" risponde di no in perfetta buona fede. Sta dicendo la verità. Solo che la verità statistica e quella dell'ombrellone misurano due cose diverse: una conta chi dipende, l'altra registra chi si fa vedere. E queste due cose, per la prima volta da decenni, si sono separate.

Si sono separate perché la sigaretta ha cambiato mestiere. Da vizio nascosto è diventata accessorio, e lo è diventata proprio mentre spariva da ogni altro posto: dal cinema, dalla televisione, dagli uffici, da tutti i luoghi chiusi. Più la cancellavano dallo sfondo, più tornava utile in primo piano come gesto. Lo svapo lo tieni in tasca e lo fai di nascosto, la sigaretta la accendi in mezzo agli altri: una si consuma, l'altra si esibisce. Per questo ti sembra che ci sia più fumo anche dove i numeri dicono che ce n'è meno; stai contando le pose, non le dipendenze.

C'è perfino una geografia precisa, se ci fai caso. Fuori dagli uffici si svapa, perché lì la nicotina deve essere efficiente e inodore, una dose che non lascia tracce e ti rimette alla scrivania come se niente fosse, anzi raccontandoti che stai smettendo. Fuori dai bar e sotto l'ombrellone invece si fuma, perché sono tra gli ultimi posti dove farsi un po' di male alla luce del sole è ancora concesso, e perché l'aperitivo tira verso la sigaretta vera sia per chimica sia per liturgia, dato che "usciamo a fumarne una" resta la sola scusa accettata per staccarsi dal tavolo.

Resta la domanda che mi sono fatto guardando quel ragazzo: perché loro e non quelli della mia generazione di mezzo, i quarantenni. La risposta credo sia che si può trasformare in costume solo ciò che non ci appartiene. Chi oggi ha quarant'anni la sigaretta l'ha fumata sul serio, ci ha litigato e ha smesso o sta ancora cercando di smettere; per lui non è un reperto vintage ma un pezzo di biografia da cui sta uscendo, e nessuno romanticizza la cosa da cui scappa. Il ventenne no. Lui è cresciuto dopo i divieti al chiuso, con lo svapo come aria di fondo, mentre la sigaretta analogica gli arriva come un oggetto straniero e quindi indossabile. È la regola di ogni revival, che salta sempre una generazione e pesca nella giovinezza dei genitori, mai nella propria.

C'è poi l'ultimo strato, il più sottile. La sigaretta funziona come ribellione solo se l'ottimizzazione è la tua acqua nativa, e nessuna generazione ci è immersa quanto questa. È la generazione che beve molto meno delle precedenti e che si è messa a tracciare perfino il sonno, quella che ha fatto della cura di sé una liturgia quotidiana. Per chi si autoregola su tutto, accendersi una sigaretta diventa l'unica trasgressione rimasta proprio perché è la più stupida e l'unica senza alibi terapeutico, il gesto che dichiara apertamente "non mi sto ottimizzando". Il quarantenne che fuma sembra uno che non ce l'ha fatta a smettere. Il ventenne che fuma sembra uno che ha scelto. Stessa sigaretta, lettura opposta.

Così quel ragazzo due ombrelloni più in là non mi sta dicendo che il fumo è tornato. Mi sta dicendo che la nicotina si è spaccata in due per servire due versioni di noi, quella produttiva che svapa di nascosto e quella dissoluta che si accende in pubblico. Di tutta questa storia vedo soltanto la metà che voleva essere vista. Il resto se ne sta in tasca, silenzioso, a contare molto più di quanto si mostri.

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