La soglia e il traguardo

by Rollo


La soglia e il traguardo

Camminando per la City una mattina di questa settimana ho pensato una cosa banale, la stessa che pensa chiunque scenda a quella fermata: sono tutti uguali. Il completo blu o antracite, la camicia senza cravatta ormai, le scarpe giuste, lo zaino tecnico al posto della ventiquattrore. Ragazzi giovani, pieni di aspettativa, alcuni stagisti che portano il caffè a qualcuno più in alto di loro di sei mesi. La divisa è perfetta perché è invisibile a chi la indossa. Nessuno di loro crede di essere in uniforme ed ognuno crede di aver scelto quel completo.

Fin qui è il pezzo che ha già scritto un caporedattore annoiato sull 'uniforme del conformismo, la massa indistinta che spersonalizza, la solita lettura pigra e falsa perché la divisa non serve a spegnere l'individualità, serve a renderla misurabile dopo.

L'uniforme fa un lavoro preciso, azzerando l'asse visibile perché la selezione avvenga tutta su quello invisibile. Se entri anonimo, il sistema si riserva di decidere chi diventerai e per quasi tutti la risposta sarà nessuno. Il seminario ha sempre funzionato così, la caserma pure, ti tolgono i segni distintivi in ingresso non per umiliarti ma perché il torneo che stai per giocare ha un esito radicalmente diseguale, la selezione sarà leggibile solo se il rumore individuale è stato azzerato all'origine.

Lo stagista con il caffè non è il servo sfruttato della narrazione consolatoria ma sta semplicemente pagando un pedaggio, un costo d'iniziazione che funziona proprio perché è un po' umiliante. Più alto il costo all'ingresso, più forte l'impegno di chi decide di restare e non è caporalato, ma la logica per cui ci si affeziona a ciò che ci è costato.

Poi c'è la parte che rende l'osservazione meno ovvia. La stessa divisa fa due lavori opposti a seconda di chi la guarda. Verso il cliente che affida i soldi dice affidabilità, siamo intercambiabili, la banca è solida e non dipende dal singolo che avete davanti. Verso il giovane che la indossa dice l'esatto contrario: sei sostituibile, quindi combatti. L'intercambiabilità venduta come rassicurazione all'esterno è la stessa merce con cui si alimenta la guerra interna.

Ma il punto vero non è la divisa. La divisa è la soglia, non il test e qui devo tornare indietro di trent'anni, a un posto molto diverso dalla City.

Soho, 1996, studio di registrazione. Da Italiano arrivato in un mestiere che allora si imparava solo standoci dentro, credevo che la gerarchia si leggesse dai ruoli, dal gergo, da chi ti mandava a prendere cosa. Il runner era la norma, la gavetta era la norma e in un certo senso c'era un'uniforme anche lì, solo che non era di stoffa ma di caffè portati bene, di sapere stare al proprio posto senza che nessuno te lo dicesse. Qualche anno dopo, in MPC di Soho, la stessa cosa con altri arredi.

Come capivo chi era dentro e chi sarebbe uscito? Da come microfonava la batteria. Ovvio, allora. Meno ovvio adesso che lo scrivo.

La microfonazione della batteria è il test perfetto perché è la competenza che non si può recitare a parole. O sai dove piazzare i microfoni su un kit o non lo sai; si sente in tre secondi di ascolto. Niente gergo, niente caffè portato bene. Il torneo ti livella in ingresso con la sua uniforme, poi ti seleziona su qualcosa che l'uniforme non può fingere.

Solo che la batteria era la soglia, non il traguardo. Ti apriva la porta, ti teneva nella stanza. Chi restava davvero lo decideva un'altra cosa, più difficile da vedere e impossibile da mettere in divisa, ovvero come ti mettevi davanti all'artista. L'artista è sempre un po' difficile, ci mette del suo e non vuole sentirsi corretto o limitato. Restava chi sapeva entrare nel suo modo di fare arte per salvarlo dalle scelte non felici. Il che vuol dire una cosa sola, sotto: la capacità di dire no a chi ti paga senza perderlo.

E non basta nemmeno il fegato del no. Chi diceva no e aveva torto spariva come il compiacente, solo più in fretta. Sopravviveva lo scarto stretto in mezzo: quello che rischiava il no e faceva un lavoro che il cliente, col senno di poi, finiva per apprezzare. Un no ratificato dopo. Nessuna divisa segnala quella capacità. Si vede solo a lavoro finito, a volte mesi dopo, spesso nelle classifiche di vendita.

Torno alla City con questo in testa. I completi identici non coprono un torneo di competenza tecnica, quella la sanno costruire tutti, i modelli si imparano. Coprono un torneo su un tratto che non ha uniforme e non ha segnale: il fegato di contraddire un cliente o un capo e restare in piedi, con la ratifica che arriva solo dopo, quando i numeri parlano a fine anno. Il segnale più visibile, il vestito, ordina l'asse che conta di meno. Il tratto che decide non si vede finché non lo vedi.

Gli stagisti col caffè, quella mattina, non lo sanno ancora e credono che la partita sia il completo giusto, il capo giusto a cui portare il caffè, mentre la partita vera è un'altra e non gliel'ha detta nessuno, perché non si può dire: si può solo scoprire in una stanza, il giorno in cui dovranno dire no a qualcuno che potrebbe licenziarli. Chi ha microfonato bene la batteria, a quel punto, ha solo attraversato la porta ed io, per oggi, il caffè scendo a prendermelo da solo.

Iscriviti alla newsletter The Clinical Substrate

Ogni venerdì, pattern recognition attraverso i layer che altri non vedono.