La vita non ha bisogno di testimoni

by Rollo


La vita non ha bisogno di testimoni

C'è un momento preciso, durante una cena, in cui qualcuno tira fuori il telefono e fotografa il piatto. Non il tramonto, non un'opera d'arte: il piatto. Con il filtro giusto, la luce sistemata, l'angolatura studiata in due secondi che sembrano casuali ma non lo sono. Poi il telefono torna sul tavolo, schermo verso l'alto e la cena riprende. Più o meno. Ho smesso da tempo di chiedermi perché. La risposta è abbastanza chiara: quella foto non è per chi è seduto lì. È per chi non c'è.

Il meccanismo è semplice quanto imbarazzante da osservare. La cena non vale abbastanza finché non la sa qualcun altro. L'esperienza esiste ma resta sospesa, quasi incompleta, fino a quando non viene certificata da uno schermo e consegnata a un pubblico che, bisogna dirlo, non potrebbe fregargliene di meno. I follower scorrono. Mettono un cuoricino, forse, mentre guardano altro. Poi passano oltre. La cena nel piatto fotografato si è nel frattempo raffreddata.

Quello che succede dopo è la parte che trovo più interessante dal punto di vista strutturale. La foto pubblicata non è mai del tutto vera. C'è sempre una selezione, un'inquadratura che esclude il bicchiere mezzo vuoto o il commensale con la faccia storta, una luce che non era quella luce. La vita che appare sui social è una versione ricostruita della vita, prodotta in tempo reale, destinata a sembrare spontanea. Chi la produce lo sa. Chi la guarda lo sa. Eppure il gioco continua, perché interromperlo significherebbe ammettere qualcosa di scomodo.

Esistono le foto private, quelle che finiscono in una cartella e non le rivede nessuno, o che magari si riguardano anni dopo con affetto genuino. Non è di quelle che parlo. Parlo della pubblicazione istantanea, del bisogno che la cosa sia visibile adesso, mentre accade, come se il valore dell'evento dipendesse dalla sua diffusione immediata.

Le conversazioni che mi hanno cambiato qualcosa non le ho fotografate, di alcune ricordo quasi parola per parola. Altre sono sopravvissute come atmosfera, o come uno spostamento nel modo in cui pensavo a qualcosa dopo. Esistono solo in me e nell'altra persona. Nessun post, nessuna traccia. Eppure, guardandosi indietro, sono le uniche che hanno pesato davvero.

Chi ha vissuto cose che pesano non sente il bisogno che le pesino anche agli altri. Non per riservatezza performativa, non per snobismo: semplicemente perché l'esperienza è già intera così. Non manca niente. Non serve la conferma esterna perché la conferma è già dentro l'evento stesso.

Il selfie a cena, la storia dalla prima fila del concerto: segnali della stessa cosa. L'esperienza da sola non basta. Ha bisogno di spettatori per diventare reale. E questo, se ci si ferma un secondo a guardarlo, è un problema strutturale più che etico: significa che si è persa la capacità di abitare il momento senza proiettarlo fuori.

Non lo dico con superiorità. Lo dico perché è un meccanismo che funziona per tutti, in gradi diversi e che i social hanno trasformato in norma sociale nel giro di quindici anni. Prima del 2010 nessuno avrebbe capito cosa significa "postare" una cena. Adesso sembra quasi strano non farlo.

Chi non lo fa, di solito, non lo spiega. Non ha bisogno di spiegarlo.

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