Lagarde, le mine e l'illusione del controllo

Giovedì 30 aprile 2026 il Consiglio direttivo della Banca centrale europea si riunirà a Francoforte per la settima volta consecutiva con un margine di manovra prossimo allo zero, mentre i mercati stimano al dieci per cento un rialzo dei tassi e gli economisti scommettono sulla pausa, Lagarde ha già anticipato a Berlino la settimana scorsa che la "doppia incertezza" sulla durata dello shock energetico e sull'ampiezza delle ripercussioni inflazionistiche rende impossibile decidere prima di raccogliere altri dati. La conclusione mainstream è che la BCE stia agendo con prudenza in un contesto difficile, tuttavia la conclusione clinica è diversa, e più scomoda nel senso che la BCE non è prudente, ma strutturalmente paralizzata da una paralisi che non viene da Hormuz, ma da molto più lontano nel tempo.
Il dato di partenza è che lo strumento di politica monetaria europeo è stato progettato per un tipo di shock che oggi è marginale ed è applicato a un tipo di shock per cui non era stato pensato. L'inflation targeting nella sua versione ortodossa, quella che la BCE ha ereditato dalla Bundesbank al momento della sua creazione, presuppone una geometria precisa: l'inflazione viene da un eccesso di domanda interna, i prezzi delle materie prime sono sostanzialmente esogeni e stabili e le catene logistiche internazionali funzionano come sfondo neutro su cui si svolge l'attività economica reale. In questa geometria, alzare i tassi raffredda la domanda, raffredda i prezzi, ristabilisce l'equilibrio ed è una macchina elegante che funziona, finché le assunzioni reggono.
Le assunzioni non reggono più dal 2022 e probabilmente non torneranno a reggere nel medio termine. L'inflazione che la BCE deve fronteggiare oggi non viene da un eccesso di domanda europea, viene da un blocco navale americano sui porti iraniani, da mine deposte nello Stretto di Hormuz, da quasi due mesi di paralisi del transito di un quinto del petrolio mondiale e di una quota significativa del gas naturale liquefatto. In questo scenario Lagarde può alzare i tassi quanto vuole ma questo non riaprirà lo Stretto, potrebbe decidere di tenerli fermi, non lo riaprirà comunque perché la variabile che determina l'inflazione importata in Europa è una variabile geopolitica decisa a Teheran e a Washington e nessuno strumento monetario disponibile a Francoforte può influenzarla.
Questo è un punto su cui vale la pena fermarsi, perché viene quasi sempre presentato come un problema temporaneo, una parentesi da gestire in attesa del ritorno alla normalità ma la "parentesi" dura ormai da quattro anni se si parte dall'invasione russa dell'Ucraina e i pattern strutturali suggeriscono che non sia affatto una parentesi poiché la frammentazione geoeconomica documentata nel Global Risks Report 2026 del World Economic Forum, la militarizzazione delle interdipendenze commerciali, l'uso sistematico dei choke point come leva negoziale, sono fenomeni di sistema, non eccezioni a causa delle quali il regime in cui opera la politica monetaria europea è cambiato e il framework non si è adattato.
Qui entra in scena l'eredità intellettuale. La BCE è stata costruita negli anni Novanta sul modello della Bundesbank tedesca, con indipendenza statutaria, mandato singolo sulla stabilità dei prezzi, ortodossia anti-inflazionistica scolpita nei trattati. Il modello Bundesbank era a sua volta il prodotto di un'esperienza storica specifica: l'iperinflazione di Weimar prima, gli shock petroliferi degli anni Settanta poi. Quando l'OPEC raddoppiò il prezzo del greggio nel 1973 e di nuovo nel 1979, la Bundesbank rispose con una stretta monetaria che produsse stagnazione tedesca prolungata mentre altri paesi con framework più flessibili si ripresero prima. Il consenso accademico oggi celebra quella scelta come vittoria contro l'inflazione di secondo livello ma la realtà empirica fu che l'inflazione tornò a scendere quando il prezzo del petrolio scese per ragioni esterne alla politica monetaria e che la Germania pagò il conto in termini di occupazione e capacità industriale.
Il problema, da Popper in poi, è che questa narrazione storica non è falsificabile dato che non sappiamo cosa sarebbe successo se la Bundesbank avesse adottato un approccio meno ortodosso, perché non lo fece. Sappiamo invece che il framework che ne è uscito, e che si è poi trapiantato nella BCE, codifica una risposta automatica a un certo tipo di shock come se fosse l'unica risposta possibile, ma quando arriva uno shock di natura diversa, lo strumento si applica comunque, perché è l'unico che la struttura istituzionale permette.
Il caso del 2022 lo mostra in modo nitido, nel momento in cui la BCE alzò i tassi rapidamente in risposta all'inflazione post-invasione russa, l'economia tedesca entrò in contrazione manifatturiera, il margine di profitto delle imprese non finanziarie scese di cinque punti in tre anni secondo i dati Coface, l'inflazione tornò al due per cento verso il 2024 ed il consenso oggi attribuisce alla BCE il merito del risultato. La domanda popperiana è semplice: "quale percentuale del rientro dell'inflazione è imputabile alla stretta monetaria e quale alla normalizzazione esogena dei prezzi del gas dopo l'adattamento delle catene di approvvigionamento europee?" La risposta onesta è, di nuovo, che non lo sappiamo e che gli studi disponibili offrono stime molto diverse, sebbene la BCE abbia preso il merito intero di un risultato che era almeno in parte indipendente dalla sua azione ed ha pagato in termini di danno industriale tedesco un costo che la narrazione ufficiale tende a minimizzare.
Oggi siamo nello stesso schema, con un'aggravante e cioè che nel 2022 lo shock arrivava da un attore singolo (la Russia) su un mercato singolo (il gas naturale europeo via pipeline) e l'Europa aveva margini di sostituzione (LNG americano, qatariota, norvegese). Nel 2026 lo shock arriva da un nodo logistico globale (Hormuz) su mercati multipli (petrolio, GNL, fertilizzanti, derivati chimici) e i margini di sostituzione sono molto più stretti perché il choke point è fisico, non contrattuale. Le proiezioni BCE di marzo 2026 collocano l'inflazione al 2,6 per cento per l'anno in corso, ma quelle proiezioni assumono uno scenario di durata limitata del conflitto e se Hormuz restasse bloccato sei mesi, scenario che il Pentagono stesso indica come plausibile per il solo sminamento, l'inflazione importata europea diventa strutturale e i tassi non potranno fare nulla.
A questo punto si presenta la trappola classica della critica al framework: "se non l'inflation targeting, cosa?" La risposta facile è dire che servirebbe coordinamento tra politica monetaria, politica fiscale e politica industriale ed è la risposta facile perché è anche il bersaglio preferito dei difensori dell'ortodossia: il coordinamento aprirebbe la porta alla cattura politica della banca centrale, eroderebbe la credibilità anti-inflazionistica, condurrebbe alla monetizzazione del debito sovrano. Sono argomenti solidi, basati su esperienze storiche reali; non sono però argomenti definitivi.
Il punto clinico è che l'indipendenza della BCE è formale ma non sostanziale. Una banca centrale che dipende per le sue scelte da una variabile geopolitica decisa altrove non è indipendente, è autonoma. La differenza non è solo semantica poiché l'indipendenza presuppone capacità di influenzare il proprio dominio operativo, mentre l'autonomia è solo libertà procedurale dentro un dominio determinato dall'esterno. La BCE attuale è autonoma rispetto ai governi europei, ma è subordinata agli eventi che si producono nel Golfo Persico, nello Stretto di Taiwan, nei rapporti commerciali tra Washington e Pechino. In altre parole, la sua presunta indipendenza è un'illusione che serve a mantenere la fiction istituzionale, non a produrre risultati di policy migliori.
L'analisi di Elinor Ostrom sulla governance dei beni comuni offre un angolo di lettura utile. Ostrom ha dimostrato empiricamente che i sistemi di governance funzionano quando le regole sono adattate alle condizioni locali e quando esistono meccanismi di feedback che permettono l'aggiustamento. Ecco, la BCE è esattamente il contrario: regole rigide derivate da un contesto storico specifico (Germania anni Settanta), nessun meccanismo formale di adattamento al regime geoeconomico e una struttura decisionale che concepisce il proprio dominio come monetario puro. È un design istituzionale fragile nel senso talebiano, perché ottimizzato per condizioni che non sono più quelle prevalenti.
Lagarde lo sa, naturalmente e le sue parole degli ultimi mesi mostrano un riconoscimento implicito del problema, mascherato dietro la retorica della prudenza e della doppia incertezza. Quando dice che la natura "a singhiozzo" del conflitto rende impossibile valutare l'impatto, sta dicendo che gli strumenti analitici della BCE non sono attrezzati per gestire shock di natura geopolitica. Quando chiede ai governi europei di intervenire sul caro energia con misure "mirate e temporanee", sta riconoscendo implicitamente che il coordinamento con la politica fiscale è necessario, ma deve mascherarlo come avvertimento per non violare il dogma dell'indipendenza. La conferenza stampa del 30 aprile sarà un esercizio di linguistica diplomatica volto a comunicare paralisi senza ammetterla.
Per chi opera dentro l'eurozona, la conseguenza pratica è che la politica monetaria europea per il resto del 2026 sarà funzione di Hormuz, non di Francoforte. La traiettoria dei tassi dipenderà dalla durata del blocco navale, dall'esito dei negoziati Trump-Teheran, dalla capacità della coalizione internazionale di sminare lo Stretto in tempi più brevi dei sei mesi indicati dal Pentagono. Le decisioni che vengono presentate come tecniche e indipendenti sono in realtà reazioni passive a eventi geopolitici e oggettivamente costruire piani aziendali, strategie di copertura, scelte di investimento sulla base delle dichiarazioni BCE significa costruire su fondamenta che non sono dove sembrano essere. Le fondamenta vere sono altrove, sulla mappa del Medio Oriente.
Il punto più clinicamente interessante è che la BCE potrebbe ammetterlo apertamente e non lo fa perché l'ammissione minerebbe la fiction istituzionale su cui si regge la fiducia dei mercati. Non lo fa perché l'alternativa, un riconoscimento esplicito del regime geoeconomico, richiederebbe una riforma dei trattati che nessuno è in condizione politica di affrontare e non meno importante, non lo fa perché l'autoinganno è funzionale al sistema nel breve termine, anche se è disfunzionale nel medio. È veramente un caso da manuale di equilibrio istituzionale subottimale in cui tutti sanno che il framework non funziona più, ma nessuno ha incentivo a dirlo per primo.
Resta una domanda che il dibattito europeo non si pone e che invece andrebbe posta e cioè "se la politica monetaria è ormai una variabile dipendente dalla geopolitica, chi sta facendo la geopolitica europea?" La risposta empirica è imbarazzante: nessuno. La Commissione produce piani Accelerate Eu di cui si parlerà per due settimane, i governi nazionali negoziano misure energetiche di emergenza, la BCE minaccia ritorsioni monetarie se i sussidi sono troppo generosi, mentre nella realtà dei fatti, mentre Washington decide unilateralmente la durata del blocco navale e Teheran decide unilateralmente la durata del minamento, l'Europa risponde con strumenti tecnici a problemi politici. È esattamente il rovescio di quello che servirebbe ed è la conseguenza diretta di un'architettura istituzionale che ha separato la politica monetaria dalla politica estera come se fossero domini indipendenti.
Giovedì 30 aprile Lagarde dirà che la BCE è in una posizione favorevole per affrontare l'incertezza, ma è una formula che si ripete da mesi e che non significa nulla. La BCE non è in una posizione favorevole, è in una posizione subordinata e la formula serve solo a non doverlo ammettere. L'illusione del controllo è probabilmente l'ultima cosa che la banca centrale può ancora produrre, ma quanto a lungo i mercati continueranno a comprarla è un'altra questione.
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