Lo Stato non è nessuno

Arrivo in una struttura in Italia dopo un viaggio di quelli che ti svuotano, l'unico pensiero è la doccia. Davanti a me invece c'è un check-in lunghissimo. I documenti da consegnare a mano, perché online non bastava, il modulo da compilare e in chiusura la tassa di soggiorno, che il gestore preferirebbe in contanti. Non li ho. La doccia si allontana di un altro quarto d'ora...
Comincio dalla tassa, perché è la più piccola e la più istruttiva. Il gestore è responsabile del pagamento del tributo, lo riscuote da me e lo versa intero al Comune. Se pago con la carta però la commissione del circuito grava sull'importo pieno, compresa la quota d'imposta che lui non trattiene, quindi paga per far transitare denaro che da lui non si ferma. Da qui la spinta, perfettamente razionale, a chiedere il contante ed il mio imbarazzo, perché il contante non lo porto più da anni.
Il riflesso facile è prendersela con il legislatore e chiedersi come sia possibile che chi ha scritto la norma non ci sia arrivato? Sembra la domanda ovvia, è invece quella sbagliata, perché presuppone che esista un chi che invece non esiste. Il Comune fissa il tributo dentro la cornice nazionale del 2011, il legislatore, nel 2020, ha risolto un proprio problema scaricando il rischio di riscossione sul privato, rendendo il gestore responsabile del pagamento con diritto di rivalsa sull'ospite, senza però dargli lo statuto di sostituto d'imposta che gli permetterebbe di gestire la cosa pulita. I circuiti di pagamento fissano le commissioni in un mondo che con la fiscalità comunale non si parla e lo stesso Stato, attraverso un'altra delle sue braccia, ha passato anni a costruire la macchina della tracciabilità , fino a sanzionare l'esercente che rifiuta la carta.
Produttori di regole diversi, ciascuno coerente con la propria logica interna ma nessuno di loro ha mai visto l'insieme, perché l'insieme non è competenza di nessuno. La contraddizione non sta in nessuna delle norme prese una per una ma nasce nel punto in cui si toccano e quel punto è il bancone di una reception. Lo Stato che multa il commerciante se non accetta la carta è lo stesso che, disegnando così la tassa, fabbrica una domanda di contante. La mano che impone il POS e quella che lo rende svantaggioso appartengono al medesimo corpo ma non si vedono fra loro e fin qui si potrebbe parlare di svista, una di quelle che prima o poi qualcuno corregge. E allora conviene tornare al primo tempo della stessa scena, i documenti, dove la parola svista non regge più.
Per consegnare quei documenti, nel 2026, devo essere identificato di persona. Non basta che abbia caricato il passaporto online prima di partire perché la legge pretende che qualcuno mi guardi in faccia e confronti il volto col documento, dal vivo, di presenza o al massimo in videochiamata. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato a fine novembre 2025, riportando in vita una circolare del Viminale del 2024 che il TAR aveva annullato. La base è l'articolo 109 del testo unico di pubblica sicurezza, una norma del 1931, si proprio 1931 ed il giudice è stato esplicito nel ribadire che quell'obbligo non è mai venuto meno, la circolare si limitava a ricordarlo.
Qui la faccenda diventa comica perché la barriera nata per tenere fuori il terrorista, evocato nella circolare insieme al Giubileo e all'ordine pubblico, si valica con una videochiamata e nessuno la controlla. Alla Questura non arriva la prova che la videochiamata sia avvenuta, arriva un modulo di dati digitati sul portale Alloggiati Web, identico che il gestore mi abbia guardato in faccia o che si sia fidato di una scansione caricata da casa. La registrazione è facoltativa e non si allega niente a nessuno. Il Viminale, a oltre un anno dalla circolare, non ha ancora pubblicato l'elenco delle tecnologie ritenute valide. Un obbligo confermato, dal metodo non definito e dal controllo inesistente. Quindi conformità e violazione producono lo stesso identico foglio.
E qui arriva la domanda vera: siamo nel 2026, il Giubileo è finito, perché nessuno ha sistemato le cose? La risposta è che non c'era niente da far scadere. L'obbligo non era in realtà una misura del Giubileo, era una legge del 1931 a cui il Giubileo ha soltanto offerto l'occasione per rispolverarla. Una seccatura presentata come emergenza e agganciata al permanente. Il ministro intanto ha dichiarato che si trattava di un chiarimento definitivo a tutela della sicurezza e quando un ministro dichiara vittoria, riaprire la pratica significa ammettere che la regola non si controlla. Le associazioni di categoria, che è la seconda metà della domanda, ci sono eccome, su fronti opposti. Gli albergatori festeggiano e parlano di presidio fondamentale, non di aggravio burocratico, perché un obbligo che pesa sugli affitti brevi pesa sui loro concorrenti. I gestori di affitti brevi protestano e chiedono che il riconoscimento valga anche da remoto, avvertendo del rischio di caos. Il Viminale ha spaccato la differenza: identificazione di persona obbligatoria, ma soddisfabile con un video che nessuno verifica.
L'assurdità , allora, non è il vuoto lasciato da chi dormiva ma l'equilibrio fra due lobby che tiravano in direzioni opposte. Gli alberghi si sono presi il principio, gli affittuari la scappatoia e al ministro è bastato l'annuncio. Per loro la regola funziona benissimo ed è rotta soltanto per due soggetti che a quel tavolo non sedevano: chi arriva con il trolley in mano e la sicurezza che la norma giurava di proteggere. La prova che il Viminale stesso portava in giudizio, due uomini armati scoperti in un B&B, era partita dal sospetto del titolare, non da una procedura di riconoscimento. In pratica l'esempio citato per giustificare la regola la smentiva.
Il punto che conta è che oltre la tassa e oltre i documenti, continuiamo a immaginare lo Stato come un soggetto unico, con intenzioni, che ogni tanto sbaglia per distrazione o malafede. È un'immagine consolante perché lascia sempre qualcuno da incolpare ma la realtà è meno drammatica e più difficile da correggere perchè a volte la contraddizione nasce dalla sovrapposizione di norme che nessuno ha pensato insieme, a volte dall'equilibrio fra interessi pensati benissimo ma in direzioni opposte; in entrambi i casi manca un autore del risultato. Il cittadino è l'unico nodo della rete che le attraversa tutte, una dopo l'altra, allo stesso bancone. Lo Stato non le sente mai, perché lo Stato, come soggetto capace di sentire, non esiste.
Cercare l'autore di quelle piccole assurdità è tempo perso. L'autore non c'è e proprio per questo non verranno corrette: non hanno un padre che possa riconoscerle. Continueranno a vivere lì, fra una norma del 1931, una del 2011, un decreto del 2020 e un obbligo di tracciabilità che con gli altri non si è mai parlato, finché qualcuno non deciderà di guardare il sistema dal punto in cui lo vede chi lo subisce, con il trolley ancora in mano. Cioè quasi mai.
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