Londra resta il centro finanziario del mondo. Per il sesto anno consecutivo

by Rollo


Londra resta il centro finanziario del mondo. Per il sesto anno consecutivo

Il survey annuale della City of London Corporation, pubblicato ieri, conferma quello che molti davano per morto: Londra rimane in cima alla classifica globale dei centri finanziari, davanti a New York e Singapore. Centodue metriche, cinque categorie di valutazione, e un risultato che smentisce anni di profezie funebri su Brexit, fuga dei capitali e declino irreversibile.

La notizia arriva mentre i titoli dei giornali continuano a raccontare un'altra storia: sedicimila e cinquecento milionari in fuga dal Regno Unito nel 2025, la più grande emorragia di ricchezza nella storia di qualsiasi paese, destinazione Dubai e paradisi fiscali vari. Un esodo biblico, a sentire certi report.

Solo che le due cose non si contraddicono. Anzi, raccontano qualcosa di più interessante se lette insieme.

C'è una distinzione fondamentale che la narrativa mainstream confonde sistematicamente: dove i ricchi scelgono di vivere non coincide con dove si fa finanza. Sono due fenomeni diversi che rispondono a logiche diverse. Dubai, la presunta terra promessa dei milionari in fuga, è all'undicesimo posto nel Global Financial Centres Index. Fuori dalla top dieci. Monaco, massima concentrazione di ricchezza per metro quadro al pianeta, non compare nemmeno tra i primi venti centri finanziari. La Svizzera, invece, riesce a fare entrambe le cose: Zurigo è appena entrata nella top venti, Ginevra resta nella fascia alta. Ma la Svizzera ha infrastruttura istituzionale vera, costruita in secoli, non decenni. Sistema legale consolidato, banche private con genealogie più lunghe di molte monarchie europee, discrezione codificata nel DNA culturale.

La domanda che nessuno sembra porsi è: chi sono davvero questi milionari in fuga? I dati di Henley & Partners, citati ovunque, parlano di sedici mila e cinquecento persone. Sembra tanto, finché non si scopre che rappresentano lo 0,6 per cento della popolazione britannica di milionari. Meno dell'uno per cento. E soprattutto: sono milionari liquidi con fortune recenti, non l'establishment che fa funzionare la City.

Uno studio della London School of Economics ha intervistato i super ricchi britannici chiedendo se avrebbero mai lasciato il paese per ragioni fiscali. La maggioranza ha risposto di no e non per patriottismo ma perché considera le giurisdizioni a bassa tassazione noiose, inferiori, prive di quello che Londra offre. Infrastruttura culturale, scuole dove i figli costruiscono relazioni che dureranno generazioni, club e istituzioni dove si fanno i deal veri, un sistema legale con secoli di precedenti. Chi ha capitale radicato in network istituzionali consolidati non ottimizza per il tre per cento in più di rendimento netto. Ottimizza per accesso, influenza, continuità dinastica.

Chi lascia davvero? Fondatori tech con exit recenti che confondono un evento di liquidità con l'essere ricchi. Non dom di prima generazione con fortune liquide e nessun radicamento, gente che a Londra non è mai entrata nei posti che contano e quindi non sa cosa sta lasciando. Calciatori che scoprono che a Dubai non paghi tasse sul reddito e pensano di aver fatto la scoperta del secolo. Influencer della finanza personale che documentano il trasloco su YouTube, senza rendersi conto che stanno annunciando al mondo di non avere il capitale sociale per restare dove si decide qualcosa.

Perché questo è il punto che nessuno dice: chi scappa a Dubai per le tasse sta dichiarando pubblicamente che i suoi soldi sono tutto quello che ha. Niente network che valga la pena preservare. Niente relazioni costruite in generazioni. Niente accesso a stanze dove non si entra con un bonifico. Solo numeri su un conto, da proteggere in un posto con aria condizionata e centri commerciali. È una confessione, non una strategia.

E lo vedi anche da come spendono. Il New Money compra per essere visto: Lamborghini dorate nel parcheggio del Dubai Mall, orologi che sembrano cassette di sicurezza da polso, ville progettate per Instagram con piscine a sfioro che nessuno usa. Ogni acquisto è una dichiarazione, ogni oggetto un cartellino del prezzo da mostrare al mondo. L'Old Money compra per durare: l'abito su misura di Savile Row senza un logo in vista, la casa in un quartiere che non compare su nessuna lista tipo Brompton, l'orologio del nonno che vale dieci Rolex ma sembra uno Swatch a chi non sa guardare. La differenza non è nei soldi, è nella sicurezza. Chi ha bisogno di dimostrare quanto ha, sta ammettendo che non ha nient'altro.

Dubai è l'habitat naturale di chi confonde prezzo con valore. Tutto luccica, tutto è nuovo, tutto è progettato per impressionare chi non sa distinguere. È il paradiso di chi è diventato ricco ieri e ha paura di non sembrarlo domani. Londra, certa Londra, è l'opposto: club senza insegna all'esterno, conversazioni che non finiscono sui social, un understatement che è esso stesso una forma di potere. Non devi dimostrare niente a nessuno quando tutti quelli che contano sanno già chi sei.

I veri ricchi, quelli con capitale stratificato in secoli di relazioni, non ottimizzano per il tre per cento. Sanno che il valore di un pranzo al White's o di un weekend in certe case di campagna non si misura in punti base di rendimento. Sanno che i loro figli andranno a scuola con i figli di chi prenderà decisioni tra vent'anni. Sanno che la ricchezza vera è accesso, non liquidità. È sapere come comportarsi, non quanto puoi spendere.

Chi va a Dubai ha liquidità. Chi resta a Londra ha potere. Non è la stessa cosa, e chi non capisce la differenza merita esattamente la vita che si è scelto: ottima per il portafoglio, irrilevante per tutto il resto.

E qui emerge il meccanismo strutturale che spiega tutto. La narrativa del milionario in fuga serve a qualcuno. Chi la promuove? Consulenti fiscali, wealth manager, agenti immobiliari di lusso, tutto un ecosistema il cui reddito dipende da un ambiente favorevole ai ricchi mobili. Non è informazione, è lobby mascherata da reportage. Il Tax Justice Network ha analizzato la copertura mediatica del presunto esodo: oltre diecimila articoli nel 2024 su un fenomeno che, nei numeri reali, riguarda meno dell'uno per cento dei milionari britannici. Trenta articoli al giorno su qualcosa che, verificato contro i dati, non stava accadendo nella scala raccontata.

Milano, intanto, sta provando una strada diversa. Nel GFCI 38 è salita di tredici posizioni nel ranking generale e ventisei nel fintech. L'Italia offre flat tax ai nuovi residenti ricchi, ma Milano non si limita ad attrarre patrimoni: sta costruendo infrastruttura finanziaria vera. Non è Monaco, che è puro paradiso fiscale senza ambizioni da centro operativo. Milano vuole essere entrambe le cose. Ci riuscirà? È presto per dirlo. Ma l'ambizione è quella giusta.

Londra, nel frattempo, resta dove è sempre stata. Non perché sia perfetta: la velocità di connessione internet è la più bassa tra i sette centri finanziari globali del survey, un problema serio per chi vuole competere nell'intelligenza artificiale. Ma il vantaggio competitivo di Londra non è mai stato tecnologico. È istituzionale. È il common law con secoli di giurisprudenza. È essere il fuso orario che permette di parlare con Asia al mattino e America al pomeriggio. È parlare inglese. È avere tutto il tessuto connettivo che serve a far funzionare la finanza globale, costruito in generazioni, non importabile con un visto dorato.

Chi profetizzava la morte di Londra dopo Brexit confondeva due cose: dove vivono i ricchi e dove si fa il lavoro. I ricchi possono vivere dove vogliono. Ma la finanza si fa dove c'è l'infrastruttura per farla. E quell'infrastruttura non si sposta a Dubai perché qualche imprenditore tech ha scoperto che lì non paga tasse.

Se lo sai, lo sai.

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