Ginevra si blinda per una festa che non è sua

by Rollo


Ginevra si blinda per una festa che non è sua

Lunedì 15 dovevo essere in Rue du Rhône, a Ginevra ad un appuntamento, non per lavoro, ma per shopping e tanto vale ammetterlo subito: sono esattamente il cliente per cui quelle vetrine esistono. Niente di straordinario, il genere di pomeriggio che, da chi in Svizzera ci vive da anni, si dà per scontato in un paese dove le cose funzionano. È saltato tutto, rimandato a giovedì 18, non per un imprevisto mio, ma perché quella parte di città si è chiusa più di ogni altra con controlli alla frontiera reintrodotti, valichi sbarrati, trasporto pubblico su orario ridotto, le vetrine delle maison e delle banche già rivestite delle stesse palizzate gialle del 2003. Il consumatore del lusso, sbarrato fuori dal lusso e proprio il quartiere del denaro si blinda per primo e lo fa per un vertice, il G7, che non si tiene a Ginevra, anzi nemmeno in Svizzera.

Il G7 di quest'anno si tiene a Évian, sulla sponda francese del Lemano, dal 15 al 17 giugno. Sette chilometri d'acqua separano la sala del vertice dalla città che ne paga il prezzo, tra l'altro la Svizzera non è membro del G7, non è stata invitata, non siede a quel tavolo, eppure chiude le frontiere, schiera oltre duemila militari, copre l'ottanta per cento dei costi di sicurezza dei cantoni Ginevra, Vaud e Vallese e impone restrizioni allo spazio aereo sopra il lago. Il presidente della Confederazione, Guy Parmelin, accoglierà i capi di Stato sulla pista dell'aeroporto di Ginevra, Trump compreso, per poi consegnarli a un convoglio o a un elicottero diretti in Francia. Padrone di casa dell'atrio, non della sala.

C'è un modo comodo di raccontare questa scena ed è quello del fastidio logistico, dove il vicino ingombrante organizza la festa e lascia a te il disordine. Ma piuttosto che fermarmi al fastidio, mi interessa cosa rivela la posizione perché la Svizzera si ritrovi lì, a fare da portineria e da scorta a un evento che non è suo, non lo spiega il calendario di quest'anno; lo spiega il modello su cui il paese ha costruito due secoli di prosperità.

La Svizzera ha venduto al mondo una cosa precisa: il suolo neutro, non tanto un'ideologia, quanto piuttosto un'infrastruttura. Ginevra è il posto dove le potenze si parlano quando non possono parlarsi a casa propria. La Croce Rossa, la Società delle Nazioni, l'ONU, il canale diplomatico riservato, finanche la cassaforte, il messaggio implicito è sempre stato lo stesso: portate qui i vostri affari, qui il terreno è solido e nessuno gioca contro di voi. È un'offerta che ha reso il paese ricco e necessario, ma qui quello che si tende a dimenticare è che chi mette a disposizione il terreno non decide a cosa il terreno serva perché a decidere è chi lo usa.

Évian è esattamente questo: la Francia che usa la piattaforma svizzera, l'aeroporto, la sicurezza, lo spazio aereo, il lago come cornice, senza concedere alla Svizzera un posto nella stanza. Il servizio viene erogato e il fornitore resta fuori dalla porta. Non è un'anomalia di questo giugno, ma piuttosto il funzionamento ordinario del mestiere, quando a non sedere al tavolo sei proprio tu.

E qui arriva il dettaglio che, più profondamente, dice tutto. Parmelin ha scritto a Macron una lettera che doveva restare riservata, nella quale, stando a quanto ne è trapelato, riversava il proprio malumore sull'organizzazione del vertice e sui costi scaricati sulla Confederazione. La lettera è finita sulle pagine del Canard enchaîné. In pubblico il presidente assicura "saremo pronti"; in privato manda al collega francese il conto insieme al risentimento. È la postura di chi ospita sapendo di essere, in fondo, servitù di scena, che sorride sulla pista e brontola nella corrispondenza.

A questo punto l'onestà impone di smontare la mia stessa lettura, perché è troppo seducente per fidarsene senza verifica. Si può obiettare che non c'è nessuna retrocessione, ma soltanto geografia, dato che lo scalo internazionale più vicino a Évian è quello di Ginevra e chiunque organizzi qualcosa da quelle parti userà quell'aeroporto, senza che ciò dica nulla sul rango della Svizzera. Si può aggiungere che l'ottanta per cento dei costi e i duemila soldati non sono un tributo versato alla festa altrui, ma piuttosto la difesa del proprio territorio da uno spillover indesiderato, cioè la Svizzera non paga per il G7 ma paga per proteggersi dal G7 e si può infine osservare che Parmelin sulla pista, lungi dal fare il valletto, è la prova plastica che il mondo il suo vertice non lo tiene senza il suolo svizzero; indispensabilità, dunque, non subordinazione.

Sono obiezioni serie e in buona parte vere, tuttavia quello che però non spiegano è perché questa scena la abbiamo già vista, identica, ventitré anni fa. Nel 2003 il G8 si tenne nello stesso albergo di Évian e Ginevra divenne campo di battaglia: il black bloc devastò le Rues-Basses, le vetrine andarono in frantumi e i negozi furono saccheggiati. Quella volta i danni si contarono in milioni e da allora la città custodisce un trauma che il dibattito politico non ha mai smaltito del tutto. È la ragione precisa per cui il Consiglio di Stato ginevrino ha chiesto alla Confederazione di sbarrare le frontiere prima ancora che si formasse il primo corteo. La paura del 2003 detta la blindatura del 2026.

C'è un dettaglio che da fuori sfugge. A blindarsi per prima non è la città intera, è la sua arteria più ricca: la Rue du Rhône con le maison dell'orologeria e il quartiere delle banche, che si corazzano benché il corteo autorizzato non debba nemmeno passare di lì e non si difendono da una minaccia presente, si difendono da un ricordo. E la simmetria che ne esce dice più di molte analisi poiché la vetrina che è la prova più visibile di cosa produce il modello svizzero, il lusso e la ricchezza che si accumulano dove il terreno è sicuro, è anche la prima superficie che quel modello deve corazzare quando arriva il conto della propria apertura. Non perché chi protesta ce l'abbia con Ginevra, ma piuttosto perché la Rue du Rhône è il volto leggibile di un ordine globale che si riunisce a Évian e contro quell'ordine il dissenso si scarica sul simbolo più a portata di mano. La banca che paga la palizzata del negozio sottostante protegge, alla lettera, la propria vetrina. Stessa sponda e stesso vicino che assorbe l'onda d'urto, dunque la stessa città che paga, come allora, per un tavolo a cui non è seduta. Quando un ruolo si ripete a un quarto di secolo di distanza, con gli stessi attori nelle medesime posizioni, smette di essere coincidenza e diventa struttura.

Ed è qui il nodo che le obiezioni, per quanto fondate, non sciolgono. L'indispensabilità e la subordinazione non sono condizioni opposte, ma piuttosto le due facce della stessa moneta. Chi vende suolo neutro ottiene in cambio una posizione potentissima e fragilissima insieme. Potentissima perché senza quel suolo certe cose non si fanno perché il mondo ha bisogno di un luogo dove incontrarsi in sicurezza e quel luogo rende. Fragilissima perché la leva che ne deriva è quella del fornitore, non quella del committente. Il fornitore può sempre rifiutare, ma rifiutare, qui, significa rinunciare a essere ciò che ti rende prezioso. Così la Svizzera dice di sì, eroga il servizio, incassa i costi e affida il malumore a una lettera che sperava restasse segreta. Non è la debolezza di chi governa, a mio avviso, ma piuttosto la fisiologia del mestiere che il paese ha scelto di esercitare nel mondo.

Il mio pomeriggio di shopping di lunedì è l'unità minima di tutto questo, alla fine era un acquisto qualunque, saltato, perché la città si è chiusa, a partire da quella strada, per ricevere ospiti che non sono nemmeno suoi. Moltiplica quel singolo acquisto mancato per un'intera regione e per tre giorni ed avrai il prezzo che il modello presenta puntualmente al conto, sotto forma di frontiere sbarrate, militari sul lago, traffico deviato, lavoro rinviato. Lo paga chi vive qui, non chi siede a Évian. È il tipo di costo che non entra mai nei comunicati, perché ammetterlo vorrebbe dire ammettere che l'apertura come servizio ha sempre un padrone e che quel padrone, il fine settimana del G7, non sta a Berna ma piuttosto a Parigi.

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