Mosca e l'economia che ormai ha bisogno della guerra

by Rollo


Mosca e l'economia che ormai ha bisogno della guerra

La scorsa settimana ho partecipato a un incontro che la Camera di commercio ticinese ha intitolato, con una certa onestà, "Le nuove logiche del potere". Martedì pomeriggio, a Villa Principe Leopoldo sopra Lugano, una sala di imprenditori e dirigenti riuniti per ascoltare alcuni esperti ragionare di geopolitica e di cosa significhino questi scenari per chi un'azienda la deve mandare avanti davvero. Conversazione condotta da Marcello Foa, con chi la difesa e la sicurezza internazionale le segue da vicino per mestiere.

Ne sono uscito con una sensazione che mi capita spesso in queste occasioni e cioè che si parla quasi sempre di intenzioni, di chi vuole cosa e di quale mossa abbia in mente questo o quel leader perché è  il modo naturale in cui leggiamo il potere, come se fosse sempre il prodotto di una volontà, eppure mentre ascoltavo continuava a tornarmi in mente un caso che con le intenzioni ha poco a che fare e che proprio per questo dice più di tante dichiarazioni. Un caso in cui a comandare non è chi decide, ma quello che è stato costruito.

C'è un dato che circola poco perché non fa litigare nessuno ed è proprio quello che pesa di più quando si parla di Russia. Nel 2026 la produzione di automobili civili in quella nazione è rimasta inchiodata ai livelli del 2021, mentre nei primi mesi dello stesso anno cemento e mattoni sono scesi tra il dieci e il venticinque per cento. Non sembra il profilo di un'economia che arranca sotto le sanzioni, ma quello di un'economia che ha smesso di costruire case per costruire altro.

Recorded Future ha rimesso in fila le cifre pochi giorni fa e il quadro non è quello dell'assedio ma piuttosto quello della riconversione: la quota di forza lavoro impiegata nel comparto militare è passata dal 3,9 al 5,1 per cento dal 2021 a oggi, con circa mezzo milione di posti aggiunti nell'industria della difesa mentre il bacino complessivo restava fermo intorno ai settantasei milioni. Tradotto in termini brutali significa che ogni operaio entrato in fabbrica per produrre munizioni è un operaio sottratto a qualcos'altro. In quelle fabbriche lo stipendio arriva al doppio di quello dei colleghi del settore civile e dentro la Russia c'è chi lo ha già chiamato per quello che è: un nuovo contratto sociale.

Qui finisce la cronaca e comincia il meccanismo interessante. Un'economia che si ristruttura attorno a una sola attività non torna indietro a costo zero, perché ogni fabbrica riconvertita, ogni stipendio raddoppiato, si trasformano in un vincolo politico prima ancora che industriale. L'ho visto su scala infinitamente più piccola in aziende che avevano costruito tutto attorno a un solo cliente o a una sola linea di ricavo: finché il flusso regge sembrano solidissime, ma il giorno in cui dovrebbero diversificare scoprono che non possono, perché smontare la macchina costa più che continuare ad alimentarla. La differenza è che lì fallisce un'impresa mentre qui parliamo del cinque per cento della forza lavoro di una potenza nucleare.

È questo che rende il caso russo diverso dalla solita lettura sanzioni contro resilienza. Le sanzioni spiegano la fatica, non spiegano la direzione. Il crollo del civile non è il danno collaterale dell'embargo, ma il risultato di una scelta allocativa in cui il capitale e gli operai vanno dove serve la guerra, mancano dove servirebbe la pace. Se fosse solo questione di sanzioni vedremmo un'economia che si contrae in modo uniforme ma vediamo invece un'economia che cresce da una parte mentre si svuota dall'altra; questa asimmetria è la firma del lock-in.

A questo punto la domanda smette di essere se la Russia può vincere e diventa una di quelle domande che nessuno vuole fare: "cosa fa un'economia quando la pace diventa più pericolosa della guerra?" Una smobilitazione vera vorrebbe dire riportare tre milioni e mezzo di persone verso un settore civile ormai compresso e dimezzare stipendi che hanno comprato la lealtà di intere regioni industriali, ma sicuramente nessun pianificatore russo ha interesse a scoprire cosa succede in quel passaggio ed è per questo che le condizioni di una pace, anche ragionevole, vengono trattate da Mosca come una minaccia e non come un'opportunità.

Non è la prima volta che la Russia si trova davanti a questo muro e la cosa dovrebbe inquietare più di quanto inquieti. Negli anni Ottanta l'Unione Sovietica destinava al complesso militare industriale una fetta di prodotto che nessuna economia di pace potrebbe sostenere e quando Gorbaciov provò a riconvertirlo, la famosa konversiya, scoprì che le fabbriche progettate per fare carri armati non sapevano fare pentole e che gli ingegneri della difesa non si riciclavano in una stagione, ma soprattutto scoprì che un intero ecosistema costruito attorno all'arma si difendeva dalla propria riconversione. Quella resistenza fu uno dei fili che portarono al collasso, quindi il punto non è che la storia si ripeta, ma che il meccanismo è lo stesso, oggi in una versione molto più consapevole di sé.

C'è però un secondo piano che sarebbe disonesto ignorare. Da oltre un anno il segretario generale della NATO ripete che la Russia in pochi mesi sforna più munizioni di quante ne produca l'intera alleanza in un anno, mentre altri report la danno a corto di fiato, strozzata dai tassi e dalla penuria di microelettronica occidentale. Due racconti opposti sullo stesso oggetto e la tentazione è chiedersi quale sia vero. La domanda giusta, secondo me, è un'altra: "chi ha interesse a quale cifra".

Va detto che il numero spaventoso serve. Serve a un riarmo europeo che ha bisogno di una minaccia che non rallenti, di budget della difesa che trovano la loro giustificazione esattamente nella grandezza dell'avversario e Il dato gonfiato non è necessariamente falso, ma nasce da chi quel dato lo deve usare per ottenere qualcosa. E qui si apre lo specchio: l'economia russa ha bisogno della guerra per non collassare, la pianificazione di difesa occidentale ha bisogno che quell'economia sembri inarrestabile per finanziarsi. La guerra delle statistiche non contraddice il lock-in russo, ne è il riflesso sull'altra sponda del fronte.

Attenzione però a non cadere nella simmetria comoda, quella che fa sembrare tutti uguali e assolve tutti insieme. I due lati dello specchio non hanno lo stesso peso. Mosca ha ristrutturato l'economia reale, ha cambiato la vita materiale di milioni di persone; l'Occidente, molto più modestamente, ha ritoccato il racconto della minaccia ed è chiaro che una cosa è riprogettare la produzione di un paese, un'altra è scegliere quale numero mettere in conferenza stampa. Chi confonde i due ordini di grandezza non sta facendo analisi, sta facendo cinismo. E il cinismo è la pigrizia travestita da lucidità.

Resta il nodo vero, quello che nessuna delle due narrazioni vuole guardare in faccia. Un'economia costruita attorno alla guerra non ha bisogno di volere la guerra per averne bisogno, non serve un piano, non serve malvagità: basta la struttura. Gli incentivi spingono nella stessa direzione anche quando nessuno, ai vertici, sta cospirando per arrivarci ed è il motivo per cui le previsioni che si concentrano sulle intenzioni di Putin colgono quasi sempre il bersaglio sbagliato. Le intenzioni cambiano ma la macchina, una volta costruita, ha un'inerzia che le intenzioni non bastano a fermare.

La cosa che mi tiene sveglio non è quanto possa durare questa configurazione ma che non se ne conosce l'uscita. Una guerra finisce con un trattato, ma un'economia di guerra, per finire, ha bisogno di sapere cosa fare di sé stessa il giorno dopo. E quel giorno, a Mosca, non lo ha ancora scritto nessuno.

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