Non gli sportelli, ma il risparmio

by Rollo


Non gli sportelli, ma il risparmio

Domenica scorsa Banco BPM ha proposto a Monte dei Paschi di Siena una fusione tra pari. Lunedì mattina, con un comunicato che tradisce un consiglio convocato in fretta, Intesa Sanpaolo ha risposto lanciando un'offerta pubblica di acquisto e scambio sull'intero capitale di MPS, oltre 30 miliardi di euro, con un premio del 12,5% sui prezzi del 5 giugno. In mezzo c'è BPER, targata Unipol, pronta a raccogliere gli sportelli che gli altri scartano e sullo sfondo UniCredit, che da mesi gira intorno alla preda senza dichiararsi. La stampa lo chiama risiko, come il gioco da tavolo, perché il nome è comodo e fa sembrare la partita una questione di territori da occupare ma ovviamente non lo è.

La prima domanda che mi sono fatto non è chi vince ma perché proprio adesso, perché tutti insieme, in una tranquilla domenica di giugno a ridosso del rialzo BCE di giovedì. Penso che il tempismo non sia casuale perché gli anni dei tassi alti, dal picco del 2023 in avanti, hanno riempito le banche di utili da margine di interesse e di capitale in eccesso ed ora che il ciclo si inverte e quel margine è destinato a comprimersi, il capitale accumulato conviene spenderlo prima che valga di meno e prima che la fase successiva renda tutto più caro. La logica è che si compra quando si è ricchi e si sa che lo si sarà un po' meno, ma questo spiega la fretta, non la direzione.

Il tempismo dice quando ma non dice cosa e "la cosa", questa volta, non sono gli sportelli. Ma andiamo per ordine. Monte dei Paschi nel 2025 ha rilevato l'86% di Mediobanca e il closing della fusione è atteso entro il terzo trimestre. Mediobanca, a sua volta, custodisce da sempre la cassaforte di Trieste, ovvero circa il 13% di Generali. Chi prende il Monte, dunque, non compra una rete di filiali in Toscana, prende per incorporazione Mediobanca e con essa la leva su Generali. Non a caso Intesa, nello stesso momento in cui lancia l'offerta sul Monte, annuncia l'acquisto diretto di un altro 3% di Generali, mossa che la nota presenta come puramente finanziaria ma che a operazione conclusa la porterebbe intorno al 16%, quindi primo azionista del Leone.

Ed è qui che la partita cambia scala perché Generali non è soltanto la prima assicurazione del paese ma anche uno dei maggiori custodi del risparmio privato italiano e uno dei principali detentori del debito pubblico nazionale. Controllare Generali significa avere voce sull'allocazione di una fetta enorme del risparmio degli italiani e quindi sulla domanda stessa di BTP. La posta in gioco non è bancaria, ma è la mano che sta sul rubinetto da cui passa una parte del finanziamento dello Stato. Tutte le mosse di questi giorni, lette così, non parlano di sportelli ma di chi terrà quella mano.

Guardata in profondità, la vicenda ci dice che quello che si sta chiudendo è un cerchio che nessuno aveva disegnato. Monte dei Paschi è la banca salvata con denaro pubblico, la ferita aperta più lunga della finanza italiana e quella stessa banca, risanata e infine rimessa sul mercato dallo Stato, è diventata il veicolo attraverso cui si decide chi controllerà Generali e dunque un pezzo del mercato che compra il debito dello stesso Stato che l'aveva salvata. Non lo chiamo disegno, perché disegno non è, giusto per non cadere in teorie complottiste che in questo caso sono decisamente fuori luogo, è semplicemente deriva strutturale, la conseguenza non voluta che si accumula quando ogni singola mossa è razionale e l'esito complessivo non lo cercava nessuno. Nessuno nel 2017, quando lo Stato si prese il Monte, pensava a Trieste eppure il salvataggio, passando di mano in mano, è diventato una leva su chi finanzia lo Stato che lo salvò.

C'è poi il lato di chi quel risparmio lo affida. Ogni concentrazione riduce le alternative di chi sta dall'altra parte dello sportello e del contratto assicurativo. Meno operatori indipendenti vuol dire meno vie d'uscita per il cliente e più potere contrattuale per chi resta. Lo Stato lo sa e tiene la mano sul golden power, lo strumento con cui può condizionare o fermare l'operazione, UniCredit lo sa e staziona intorno al 9% dei diritti di voto in Generali senza muovere l'ultimo passo. Insomma sono tutti seduti allo stesso tavolo perché hanno capito che il tavolo non distribuisce filiali, distribuisce influenza su dove va il risparmio di un paese.

Per onestà, come sempre, dico anche come potrei sbagliarmi. Se la battaglia sul Monte si chiudesse con una soluzione puramente bancaria, sportelli divisi e Mediobanca tenuta a distanza da Generali, allora la mia lettura cadrebbe e la posta sarebbe davvero solo scala e costi. La prova si vedrà nei prossimi mesi guardando una cosa sola, ovvero dove finisce quel 13% di Generali in mano a Mediobanca e se chi conquista MPS lo userà oppure lo neutralizzerà. Se quella quota diventa il cuore della trattativa e non resta una riga in calce a un bilancio, vorrà dire che la partita era quella che dico.

Chiudo con una domanda. Un paese che ha salvato una banca con i soldi di tutti se la ritrova, poco più di un decennio dopo, trasformata nella chiave per controllare chi gli compra il debito. Se il risparmio di una nazione finisce concentrato in poche mani che decidono anche quanto Stato finanziare, di chi è davvero quel risparmio e di chi è il debito che ci si compra sopra? Il gioco da tavolo, intanto, continua a chiamarsi risiko e nessuno sembra essersi accorto che la posta, sul tavolo, non è più la banca.

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