Nvidia, Groq e il cavallo di troia

by Rollo


Nvidia, Groq e il cavallo di troia

La vigilia di Natale del 2025, mentre l'Europa brindava al cenone, Nvidia ha annunciato l'acquisizione degli asset di Groq per venti miliardi di dollari. La notizia è passata quasi inosservata, sepolta tra panettoni e auguri. Un tempismo perfetto, come sanno bene i professionisti delle comunicazioni sensibili: le notizie che non vuoi far discutere si pubblicano quando nessuno guarda.

Groq era l'unica azienda al mondo ad aver sviluppato un'alternativa credibile ai processori grafici di Nvidia per far girare i modelli di intelligenza artificiale. I suoi chip, chiamati Language Processing Unit, consumavano una frazione dell'energia e raggiungevano velocità fino a dieci volte superiori per le operazioni di inferenza: quel momento in cui l'AI smette di imparare e comincia a rispondere, a generare, a lavorare. L'inferenza è dove l'intelligenza artificiale diventa servizio. È il rubinetto da cui scorre l'accesso all'AI per miliardi di utenti. E ora Nvidia controlla sia il rubinetto che il contatore.

Ma la vera notizia non è l'acquisizione in sé. È la struttura con cui è stata confezionata.

Sulla carta, Groq rimane un'azienda indipendente. Ha un nuovo amministratore delegato, Simon Edwards, e continua formalmente a operare. Ma il fondatore Jonathan Ross, insieme al novanta percento del team e a tutta la proprietà intellettuale, è passato a Nvidia attraverso quello che viene definito un "accordo di licensing non esclusivo". Una formula elegante che permette di assorbire un competitor senza tecnicamente acquisirlo, evitando così le soglie di notifica che farebbero scattare lo scrutinio antitrust.

È lo stesso schema usato da Microsoft con Inflection nel 2024. E prima ancora, con varianti diverse, da decine di operazioni nel settore tecnologico. La sostanza è sempre la stessa: comprare tutto ciò che conta, lasciando in piedi una scatola vuota che permette di dire "vedete, la competizione esiste ancora".

L'Unione Europea e il Regno Unito hanno aperto indagini preliminari. I titoli dei giornali parlano di "preoccupazioni antitrust" e "possibili interventi regolatori". È il copione che conosciamo. Lo abbiamo visto con Google, multata per oltre undici miliardi di euro nell'arco di un decennio. Lo abbiamo visto con Microsoft, con Apple, con Meta. Multe, dichiarazioni indignate, promesse di "rimedi comportamentali". E poi? Il business continua. Le aziende pagano, aggiustano qualche dettaglio, e il giorno dopo sono più forti di prima.

Chi conosce la Svizzera riconoscerà immediatamente il pattern.

Da decenni i cantoni elvetici attraggono multinazionali con incentivi fiscali generosi: aliquote ridotte, esenzioni temporanee, trattamenti di favore che durano cinque, dieci, quindici anni. Le aziende arrivano, costruiscono sedi prestigiose, assumono personale locale. I politici festeggiano. Poi il periodo di grazia finisce, le condizioni cambiano, e le aziende si spostano altrove. Quello che resta sono edifici semivuoti e la memoria di quando "eravamo un polo attrattivo".

Il meccanismo con l'intelligenza artificiale è identico nella struttura, ma infinitamente più profondo nelle conseguenze.

L'Europa non ha la capacità di progettare e produrre i chip necessari per alimentare l'AI. Lo ha ammesso esplicitamente la Commissaria Virkkunen: "Le aziende di paesi terzi, specialmente degli Stati Uniti, forniscono la tecnologia necessaria". Solo il quattro percento dell'infrastruttura cloud globale è di proprietà europea. I data center che fanno girare l'intelligenza artificiale sul continente appartengono ad Amazon, Microsoft, Google. L'Europa è un inquilino che negozia con il padrone di casa.

In questa situazione, l'antitrust non è uno strumento di competizione. È uno strumento di estrazione. L'Europa non può bloccare Nvidia senza suicidarsi tecnologicamente. Ma può alzare la voce, minacciare indagini, evocare lo spettro di multe miliardarie. E poi sedersi al tavolo per negoziare.

Cosa vuole l'Europa? La risposta è nei documenti ufficiali, per chi ha la pazienza di leggerli.

Il Cloud and AI Development Act, atteso per il primo trimestre del 2026, punta a triplicare la capacità dei data center europei in cinque anni. Le AI Gigafactories hanno raccolto settantasei manifestazioni di interesse per oltre duecentotrenta miliardi di euro di potenziali investimenti. Il mantra è "sovranità digitale": la maggioranza dei proprietari deve essere europea, ma le aziende di paesi terzi possono partecipare. Tradotto: venite, costruite, assumete i nostri ingegneri, e vi lasciamo operare.

L'European Council on Foreign Relations lo dice senza giri di parole: l'Europa potrebbe "placare l'ira trumpiana aiutando l'America a mantenere i suoi vantaggi in aree particolari, come i chip all'avanguardia e l'infrastruttura di calcolo per l'AI". È il linguaggio della resa negoziata. Vi lasciamo dominare la tecnologia, voi ci date qualcosa in cambio.

E qui entra il calcolo sociale.

L'Unione Europea stima che dodici milioni di posti di lavoro saranno eliminati o trasformati dall'AI nei prossimi tre anni. Goldman Sachs parla di trecento milioni a livello globale, con Stati Uniti ed Europa come aree più colpite. Il World Economic Forum prevede ottantacinque milioni di posti persi entro il 2026. Sono numeri che nessun sistema di welfare può assorbire senza conseguenze politiche devastanti.

L'antitrust diventa allora il meccanismo per estrarre compensazioni. Non fabbriche di chip, impossibili da costruire in tempi utili. Ma data center locali che creano qualche migliaio di posti. Programmi di reskilling finanziati dalle Big Tech. Contributi al welfare per ammortizzare l'impatto sociale. La Germania ha già lanciato "AI UpSkill 2030" con quattro miliardi e mezzo di euro. La Corea del Sud ha introdotto una robot tax. Londra ha annunciato training gratuiti sull'AI dopo che il sindaco ha parlato di "disoccupazione di massa imminente".

Il deal Groq offre a Nvidia la merce di scambio perfetta.

La struttura "non esclusiva" permette di dire all'Europa: possiamo licenziare questa tecnologia anche a partner europei. Possiamo costruire AI Gigafactories sul vostro territorio. Possiamo assumere i vostri ingegneri, formare i vostri lavoratori, contribuire ai vostri programmi sociali. In cambio, abbassate il volume dell'antitrust e lasciateci lavorare.

È il cavallo di troia nella sua forma più raffinata.

Fase uno: Nvidia investe in infrastruttura locale, trasferisce un po' di competenze, assume europei. L'Europa festeggia le "concessioni ottenute".

Fase due: l'infrastruttura AI europea gira su hardware Nvidia, software Nvidia, protocolli Nvidia. I "partner locali" sono in realtà integratori di sistema dipendenti. Gli ingegneri europei lavorano su progetti Nvidia, non su alternative.

Fase tre: il periodo di grazia finisce. Le condizioni cambiano. E a quel punto, che fai? Spegni tutto? Nazionalizzi? Con quale competenza, con quale alternativa?

La differenza rispetto agli incentivi fiscali svizzeri è che una fabbrica di orologi puoi ricostruirla. Un data center puoi ricomprarlo. Ma l'expertise nell'intelligenza artificiale è cumulativa. Ogni anno che passa, il gap si allarga. Non stai affittando un capannone. Stai cedendo la curva di apprendimento.

DeepSeek, la startup cinese, ha dimostrato che si può fare AI competitiva con meno risorse, sfidando il modello "più compute uguale più soldi" di Nvidia. Ma DeepSeek è cinese. E l'Europa non può andare a letto con Pechino per scappare da Washington. È intrappolata nella sua dipendenza, costretta a negoziare con l'unico fornitore che ha.

Il contratto ha una clausola scritta in piccolo che nessuno legge: "Condizioni soggette a modifica unilaterale".

Quando Nvidia deciderà che le briciole sono troppe, o che l'Europa non ha più nulla da offrire in cambio, le regole cambieranno. E a quel punto scopriremo che non stavamo negoziando l'affitto di casa nostra. Stavamo negoziando quanto ossigeno ci lasciano respirare.

Il cavallo è già dentro le mura. E noi stiamo ancora discutendo se il legno sia di qualità.

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