Ottant'anni dopo: cosa abbiamo liberato davvero

by Rollo


Ottant'anni dopo: cosa abbiamo liberato davvero

Il 25 aprile celebra la Liberazione. La parola "liberazione" è chiara, netta, quasi chirurgica e per questo merita di essere riesaminata oggi che ottant'anni di distanza ci permettono di vedere cosa quella data ha davvero inaugurato. Non è revisionismo, è igiene cognitiva perché io credo che le ricorrenze diventino inutili nel momento in cui smettiamo di chiederci cosa significano davvero.

Parto da un fatto che nessuno discute; nel 1945 l'Italia esce dalla guerra come paese sconfitto, economicamente in ginocchio, politicamente da ricostruire e senza opzioni terze. La scelta non era tra indipendenza e subordinazione, ma tra due blocchi di subordinazione, uno atlantico e uno sovietico, perché la sovranità effettiva dei paesi europei veniva già negoziata a Yalta e poi a Potsdam mentre i partigiani ancora combattevano sugli Appennini. Questo va detto chiaramente perché è il punto di partenza obbligatorio di qualsiasi analisi onesta: la Liberazione non fu la restaurazione della sovranità italiana, perché quella sovranità, nel quadro geopolitico del 1945, non era ricostruibile, fu piuttosto la determinazione di dentro quale cornice di subordinazione strutturale saremmo finiti.

Il Piano Marshall del 1947, l'adesione alla NATO nel 1949, la presenza militare statunitense che ottant'anni dopo non è mai stata seriamente rinegoziata, tutto questo non è stato tradimento della Liberazione, è stato il prezzo geopolitico di uscirne dal lato giusto della cortina di ferro. Chi oggi ironizza sulla "sudditanza italiana" dimenticando che l'alternativa era la Bulgaria di Zivkov compie un errore analitico grossolano, mentre quando invece si fa davvero interessante è quando si smette di discutere il 1945 e si inizia a chiedersi cosa abbiamo fatto negli ottant'anni successivi con i margini di rinegoziazione che ogni tanto la storia ci ha offerto.

Qui il discorso cambia completamente ed iniziano le domande scomode.

La Francia di de Gaulle uscì dal comando militare integrato NATO nel marzo 1966. Rimase nell'Alleanza Atlantica come membro politico, ma rifiutò l'integrazione militare, pretese il ritiro delle truppe straniere dal territorio francese entro aprile 1967, costrinse lo SHAPE a trasferirsi da Rocquencourt a Casteau in Belgio e costruì un arsenale nucleare autonomo, mantenendo una spesa militare costantemente superiore alla media NATO, si dotò di portaerei proprie, legione straniera, forze di proiezione autonoma. Ci rimase fuori quarantatré anni e tornò nel comando militare integrato solo nel 2009 con Sarkozy, quando l'Unione Sovietica non esisteva più e la Francia aveva già dimostrato di poter partecipare alle operazioni NATO nei Balcani e in Afghanistan senza appartenere al comando integrato.

Questo significa che una via di maggiore autonomia strategica dentro la cornice atlantica era tecnicamente possibile. Non era facile, costava caro, richiedeva una classe politica disposta a pagare i costi diplomatici ed economici del differenziarsi, ma era possibile e la Francia lo ha fatto, mentre l'Italia no, mai, in nessun momento. E questa non è colpa della Liberazione, è colpa di tutto quello che è venuto dopo.

Pensiamo ai momenti in cui la finestra si è aperta, agli anni del miracolo economico, quando l'Italia era la quinta potenza industriale del mondo e avrebbe potuto chiedere qualcosa in cambio. Invece ecco susseguirsi il compromesso storico abortito di Moro, che tra le molte cose puntava anche a una ridefinizione del posizionamento internazionale italiano e che si chiuse con la strage di via Fani in un modo che ancora oggi attende spiegazioni strutturali soddisfacenti, la fine della guerra fredda nel 1989, quando il collante esistenziale della NATO scomparve con il crollo del blocco avverso e si aprì una stagione di riscrittura possibile. Poi l'ingresso nell'euro nel 1999, dove l'Italia ha accettato vincoli di politica monetaria senza avere in cambio una politica fiscale comune e ironicamente l'ha fatto anche con entusiasmo. A seguire il post 11 settembre, quando l'adesione alle guerre americane fu automatica e senza condizionalità, la crisi del 2008, quando la Germania riscriveva i termini della governance europea e l'Italia chiedeva solo di essere lasciata in pace, per arrivare al Recovery Fund del 2020, salutato come una svolta storica ma accettato con condizionalità che nessuno ha veramente letto prima di firmare.

Ogni volta una finestra ed ogni volta la stessa risposta: meglio non pagare il costo politico del differenziarsi. La subordinazione strutturale non era destino, è stata una scelta che nel tempo si è riconfermata sistematicamente perché la classe dirigente italiana, al di là del colore, ha sempre preferito la sicurezza del cliente alla responsabilità del sovrano. La Germania del dopoguerra ha ricostruito un'economia esportatrice che le ha dato potere contrattuale dentro i vincoli, la Francia ha costruito una deterrenza autonoma e una diplomazia indipendente, la Gran Bretagna ha giocato la carta del rapporto speciale e poi si è tirata fuori, tra il referendum e la Brexit, pagando costi enormi ma riconquistando margini. L'Italia ha fatto l'unica cosa che non richiedeva scelte: ha aspettato.

Questo è il meccanismo che vale la pena guardare con freddezza. Ogni paese europeo ha gestito la propria subordinazione strutturale del dopoguerra in modo diverso e le differenze nei risultati ottant'anni dopo raccontano molto di più sulle classi dirigenti nazionali che sulla natura del vincolo atlantico. Quando Macron oggi parla di autonomia strategica europea lo fa dentro una tradizione gaullista che ha materialmente pagato il prezzo di quell'autonomia, quando un leader italiano pronuncia le stesse parole lo fa senza alcun retroterra di investimento reale in quella direzione e infatti la frase produce solo un passaggio mediatico di ventiquattro ore.

Allora cosa celebriamo oggi, 25 aprile 2026? Celebriamo legittimamente la resistenza di chi scelse da che parte stare quando scegliere costava la vita. Questo è certamente sacro e non si tocca, ma se vogliamo che la data mantenga una funzione politica oltre che memoriale, dobbiamo permetterci di dire che la Liberazione fu un punto di partenza, non un punto di arrivo e che quello che è stato fatto in ottant'anni con quella opportunità non è granché. Non per colpa dei partigiani, ovviamente, ma per responsabilità continuata di generazioni successive che hanno scambiato la comoda subordinazione con la ricostruzione della sovranità.

Una proiezione verificabile e con questa chiudo. Nei prossimi cinque anni assisteremo a un test strutturale con la pressione americana sull'Europa per aumentare le spese militari, la richiesta di allineamento sulla Cina, la ridefinizione dei rapporti commerciali transatlantici, la questione ucraina nella sua evoluzione post 2025: tutto questo costringerà i paesi europei a scegliere. Francia e Germania sceglieranno male o bene, ma sceglieranno. Il Regno Unito ha già scelto con la Brexit. L'Italia, sulla base del pattern di ottant'anni, tenderà a non scegliere e a subire l'esito delle scelte altrui. Se la mia analisi è sbagliata, lo vedremo entro il 2030 da decisioni italiane che divergano significativamente dall'allineamento automatico. Se invece assisteremo all'ennesima replica del meccanismo, avremo la conferma empirica che il problema non era il 1945, ma tutto quello che non abbiamo avuto il coraggio di costruirci intorno dopo.

Buon 25 aprile, dunque. Onoriamo chi ha combattuto e permettiamoci, una volta, di chiedere conto anche a chi non ha combattuto mai.

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