Ottanta milioni di views e zero cicatrici

by Rollo


Ottanta milioni di views e zero cicatrici

Un saggio di cinquemila parole scritto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, che spiega come l'intelligenza artificiale ti sostituirà, diventa il contenuto più virale della settimana. Ottanta milioni di visualizzazioni su X, ospitate televisive su CBS, riprese da Fortune e da decine di testate. L'autore è Matt Shumer, ventiseienne, cofondatore di una startup che produce strumenti di scrittura basati sull'AI. Il titolo del saggio è "Something Big Is Happening", qualcosa di grande sta succedendo e il paragone scelto per trasmettere l'urgenza è il Covid: saremmo, secondo Shumer, nella fase in cui il virus sembrava una cosa lontana, tre settimane prima che il mondo cambiasse per sempre. Chi non si prepara adesso verrà travolto. Il messaggio è chiaro, il panico è servito e il piatto è stato divorato con una velocità che dice molto più sulla natura umana che sulla tecnologia.

Il problema non è se l'intelligenza artificiale cambierà il lavoro. Lo farà, lo sta già facendo e chi lo nega mente a se stesso. Il problema è che il tipo di previsione offerta da Shumer appartiene a un genere letterario ben preciso, con regole narrative riconoscibili e un tasso di accuratezza sui tempi e sui modi che è, storicamente, vicino allo zero. Non perché chi scrive sia stupido, ma perché gli manca qualcosa che nessuna intelligenza, artificiale o naturale, può sostituire: le cicatrici dei cicli precedenti.

Shumer ha ventisei anni. È evidentemente brillante, ha costruito un'azienda, muove capitali, comprende la tecnologia dall'interno. Ma non ha mai visto una transizione tecnologica completare il suo arco. Non ha vissuto gli anni Novanta, quando Internet doveva uccidere ogni intermediario entro diciotto mesi e ci ha messo invece vent'anni a riorganizzare il commercio in modi che nessuno aveva previsto. Non era presente quando il cinema digitale doveva rendere obsoleta ogni competenza tecnica tradizionale e invece ha generato un ecosistema completamente nuovo dove le competenze si sono trasformate ma non sono scomparse. Non ha attraversato l'era in cui i social media dovevano democratizzare l'informazione e hanno invece prodotto strutture di potere concentrate più di quelle che sostituivano.

Ogni ciclo tecnologico produce la stessa figura: il profeta interno, qualcuno che lavora nella tecnologia e vede le capacità prima degli altri, proietta linearmente quello che osserva nel presente su un futuro prossimo e conclude che il mondo sta per cambiare in modo catastrofico e immediato. Il meccanismo è comprensibile. Se sei un nuotatore immerso nell'acqua, l'acqua ti sembra ovunque. Se lavori con modelli linguistici otto ore al giorno e vedi i miglioramenti settimana dopo settimana, è naturale pensare che la curva continuerà con la stessa pendenza e che tutti gli altri settori seguiranno la stessa traiettoria. Il problema è che questa proiezione lineare si scontra sistematicamente con la realtà dell'adozione, che non è mai lineare.

C'è un caso che chiunque abbia vissuto la transizione dell'home video conosce bene. A metà degli anni Settanta, Sony lanciò il Betamax: qualità dell'immagine superiore, tecnologia migliore sotto ogni parametro misurabile. Qualsiasi analista che avesse guardato solo le specifiche tecniche avrebbe puntato su Sony. Invece vinse il VHS, prodotto da JVC: qualità inferiore, ma più economico, con nastri che registravano il doppio del tempo e, soprattutto, un formato aperto che qualunque produttore poteva adottare senza licenze restrittive. L'industria dell'intrattenimento per adulti accelerò l'adozione del VHS, perché i nastri più lunghi si adattavano meglio ai suoi prodotti. Nessun ingegnere di Sony aveva messo in conto che la pornografia avrebbe influenzato la guerra dei formati video domestici. Nessuna proiezione lineare delle capacità tecniche avrebbe potuto prevedere quel percorso.

Il meccanismo è sempre lo stesso. La tecnologia viene adottata attraverso canali che i suoi creatori non anticipano, a velocità che non corrispondono alle capacità teoriche, e con effetti collaterali che nessuno aveva modellato. L'adozione è un fenomeno sociale, non ingegneristico. Dipende da regolatori che non si muovono alla velocità del codice, da organizzazioni che assorbono il cambiamento con l'inerzia di strutture costruite per durare, da incentivi economici che spesso premiano la prudenza più dell'innovazione, da abitudini umane che hanno radici più profonde di qualunque aggiornamento software.

Il paragone con il Covid, che Shumer usa come detonatore retorico, si smonta proprio su questo punto. Un virus è un agente biologico: non ha bisogno del tuo consenso per infettarti, non deve superare l'approvazione di un consiglio di amministrazione, non richiede che un dipartimento IT aggiorni l'infrastruttura, non aspetta che i sindacati negozino le condizioni del cambiamento. Il Covid si propagava per contatto fisico e basta. L'adozione di una tecnologia si propaga attraverso decisioni umane, ciascuna delle quali è soggetta a incentivi, resistenze, regole, paure e calcoli di convenienza che rallentano, deviano e trasformano la traiettoria in modi imprevedibili. Paragonare i due fenomeni è suggestivo ma strutturalmente sbagliato.

C'è poi un dettaglio che merita attenzione. Shumer ha ammesso candidamente che il saggio è stato scritto con l'aiuto di Claude, uno dei modelli che cita come prova della rivoluzione imminente. Ha dichiarato alla CNBC che, col senno di poi, avrebbe riscritto alcune parti se avesse immaginato la viralità. Nel 2024, secondo quanto riportato da Gary Marcus, neuroscienziato della New York University, Shumer aveva già promosso un modello open source che non manteneva le prestazioni dichiarate, scusandosi poi con un "mi sono fatto prendere la mano". Il pattern è riconoscibile: entusiasmo genuino amplificato da incentivi personali. Shumer è il CEO di un'azienda che produce strumenti AI; l'urgenza che comunica è sincera, ma non è neutrale. Chi vende martelli tende a vedere chiodi ovunque, e questo non significa che i chiodi non esistano, significa che la mappa dei chiodi è meno affidabile di quanto sembri.

La questione più interessante non è se Shumer abbia ragione o torto. La questione è perché ottanta milioni di persone hanno sentito il bisogno di leggere un saggio che dice loro che il mondo sta per finire. La risposta sta nella struttura psicologica del panico anticipatorio: è più confortevole avere una narrativa catastrofica chiara che convivere con l'incertezza genuina. Se qualcuno ti dice "tutto cambierà in tre settimane", almeno hai un orizzonte. L'incertezza reale, quella in cui il cambiamento avviene ma non sai quando, come e con quali effetti, è molto più difficile da sopportare. Il profeta apocalittico offre paradossalmente una forma di rassicurazione: il problema è enorme, ma almeno è definito.

Chi ha attraversato più cicli tecnologici riconosce un pattern diverso. Il cambiamento arriva, ma raramente assomiglia alle profezie. Arriva più lento di quanto i profeti annuncino e più veloce di quanto gli scettici ammettano. Si manifesta in settori che nessuno stava guardando, attraverso applicazioni che nessuno aveva immaginato, con conseguenze di secondo e terzo ordine che rendono ridicole sia le previsioni apocalittiche sia quelle trionfalistiche. La rivoluzione di Internet non ha ucciso i giornali nel 1997, come promettevano i profeti di allora: li ha lentamente svuotati di modello economico nell'arco di due decenni, mentre contemporaneamente creava forme di giornalismo che nel 1997 non erano nemmeno concepibili.

C'è un aspetto che il dibattito attorno al saggio di Shumer ignora quasi completamente: la struttura degli incentivi di chi fa previsioni catastrofiche nel settore tecnologico. Se annunci la fine del mondo e hai ragione, sei un visionario. Se hai torto, nessuno se ne ricorda, perché nel frattempo è arrivata la prossima profezia a catturare l'attenzione. L'asimmetria è perfetta: il premio per la previsione azzeccata è enorme, il costo dell'errore è vicino a zero. Questo non significa che Shumer sia in malafede; significa che il sistema di incentivi produce naturalmente un eccesso di profezie apocalittiche, esattamente come un mercato senza regolazione produce eccesso di rischio. Non è questione di carattere individuale, è architettura del sistema.

Anche il Free Press, la testata che ha raccolto opinioni di diversi esperti sul tema, ha strutturato il dibattito nella cornice binaria classica: siamo sull'orlo del precipizio oppure no? Credenti contro scettici, ottimisti contro pessimisti. Ma la domanda è posta male. La domanda giusta non è "qualcosa di grande sta succedendo?", perché la risposta è ovviamente sì. La domanda giusta è: la forma che prenderà questo cambiamento assomiglierà a quello che i profeti descrivono? E la risposta storica, ciclo dopo ciclo, è no.

Per chi deve prendere decisioni reali, con denaro vero e persone vere in gioco, il saggio di Shumer è rumore travestito da segnale. Il segnale reale è più sobrio e più utile: l'AI migliora rapidamente; i modelli più recenti sono significativamente più capaci di quelli di un anno fa; alcune professioni sentiranno l'impatto prima di altre; il coding è il primo dominio colpito perché le aziende di AI investono lì massicciamente per ragioni strategiche proprie. Tutto vero. Ma la distanza tra "questi strumenti sono potenti e migliorano" e "il cinquanta per cento dei lavori impiegatizi scomparirà entro cinque anni", come sostiene il CEO di Anthropic Dario Amodei citato da Shumer, è la distanza tra osservazione empirica e profezia, tra dato e narrazione.

La cosa più saggia che un decisore può fare in questo momento non è prepararsi all'apocalisse e nemmeno ignorare il cambiamento. È studiare i cicli precedenti, riconoscere che il pattern della profezia tecnologica è vecchio quanto la tecnologia stessa, e concentrarsi sull'unica variabile su cui ha controllo reale: la propria capacità di adattamento. Non quella dichiarata in un piano strategico, ma quella testata empiricamente, giorno dopo giorno, davanti a strumenti che cambiano. Chi ha navigato la transizione dall'analogico al digitale nel settore creativo sa che la competenza che sopravvive non è quella tecnica specifica, è la capacità di vedere pattern attraverso il caos e di agire quando gli altri sono ancora impegnati a decidere se avere paura.

Shumer ha ventisei anni e zero cicatrici tecnologiche. Scrive bene, pensa in fretta, vende meglio. Ma la differenza tra capire una tecnologia e capire come una tecnologia attraversa il mondo reale è la differenza tra leggere una mappa e aver camminato il territorio. E il territorio, come sanno quelli che ci hanno camminato dentro, non assomiglia mai alla mappa.

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