Parole rubate e male indossate

by Rollo


C'è un fenomeno linguistico che mi diverte e mi irrita allo stesso tempo ed è quello delle parole prese a prestito da un contesto tecnico, dove avevano un significato preciso e poi indossate male in contesti diversi finché il significato originale è andato perso. Non è la normale deriva semantica che le lingue producono per accumulo nel tempo, è qualcosa di più rapido e più sciatto, una specie di furto distratto in cui qualcuno ruba una parola perché suona bene, la usa senza capirla e dopo qualche anno tutti la usano come la usa lui invece che come l'aveva pensata chi l'ha coniata. Mi sono divertito stamattina a ricostruire la traiettoria di quattro casi che secondo me sono esemplari, ciascuno preso da un contesto disciplinare diverso. Resilienza dalla meccanica, sinergia dalla biologia, algoritmo dalla matematica, mindfulness dal buddhismo. Quattro furti, quattro degradazioni semantiche, una sola dinamica strutturale sotto.

La resilienza, come hanno scoperto i lettori che hanno avuto la sventura di lavorare in aziende dell'ultimo decennio, è diventata la qualità che ogni manager pretende dai suoi collaboratori. Bisogna essere resilienti, dicono, davanti alle ristrutturazioni, ai cambiamenti di strategia, alle riduzioni di organico, ai capi nuovi che ribaltano quello che il capo vecchio aveva costruito. Il problema è che la resilienza, come l'ha definita Thomas Tredgold nel 1818 quando l'ha introdotta in ingegneria meccanica, è una proprietà specifica dei materiali, ovvero la capacità di assorbire energia in fase di deformazione elastica e di restituirla quando il carico viene rimosso, ritornando alla forma originale senza subire deformazioni permanenti. Una molla è resiliente. Un cavo d'acciaio entro il suo limite elastico è resiliente. Un materiale ben temprato che assorbe un colpo e torna come prima è resiliente. Nessuna di queste cose ha a che fare con quello che vivono gli esseri umani che attraversano un evento difficile, perché chi attraversa un lutto, una malattia, una separazione, non torna alla forma originale, si trasforma in qualcos'altro. C'è una parola tecnica per quella proprietà nei materiali, ed è tenacità, ovvero la capacità di assorbire energia oltre il limite elastico, deformandosi permanentemente senza rompersi. La tenacità è quello che chiediamo davvero alle persone, ma "tenace" suona troppo ottocentesco, troppo da nonna che ha cresciuto cinque figli durante la guerra, mentre "resiliente" ha quel suono moderno, tecnico, vagamente scientifico, che fa sembrare la richiesta un'osservazione neutrale anziché una pretesa morale. Il furto del termine ingegneristico serve a camuffare la natura della richiesta. Quando un capo ti chiede di essere resiliente sta in realtà chiedendoti di sopportare in silenzio, ma "sopportare in silenzio" suonerebbe oppressivo, mentre "essere resiliente" suona quasi un complimento.

La sinergia ha una storia ancora più interessante perché nasce in due ambiti tecnici distinti, la fisiologia e la farmacologia, dove ha un significato matematicamente preciso. Il termine viene dal greco συνεργία, lavorare insieme, ed è stato introdotto in fisiologia nel 1847 dal patologo tedesco Jacob Henle a Heidelberg per descrivere la cooperazione tra organi diversi che producono un effetto coordinato. In farmacologia, la sinergia è quella cosa specifica che accade quando l'effetto combinato di due farmaci è matematicamente maggiore della somma dei loro effetti separati, fenomeno raro e da dimostrare con modelli statistici rigorosi come il Loewe Additivity o il Bliss Independence. Sottolineo, raro e da dimostrare. Quando due farmaci hanno semplicemente effetti che si sommano, quello in farmacologia si chiama additivismo, non sinergia. Eppure nelle riunioni aziendali si parla di sinergia ogni volta che due dipartimenti si incontrano per fare qualcosa insieme, indipendentemente dal fatto che la collaborazione produca un effetto amplificativo o si limiti a evitare duplicazioni. La fusione tra due aziende viene venduta agli azionisti come operazione che produrrà "sinergie", che è quasi sempre falso, perché nella maggioranza delle fusioni il valore combinato delle due entità unite è inferiore alla somma del valore delle due entità separate, fenomeno che si chiama esattamente con il termine opposto, distruzione di valore. Anche qui il furto del termine tecnico serve a camuffare una richiesta diversa da quella che dichiara. "Facciamo sinergia" significa quasi sempre "lavoriamo insieme nello stesso ufficio risparmiando un affitto", che è cooperazione, e neanche sempre buona cooperazione.

L'algoritmo è il caso più paradossale, perché la parola viene dal nome di un matematico persiano del nono secolo, Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, che lavorò alla Casa della Saggezza di Baghdad tra l'813 e l'833 sotto il califfo al-Maʾmūn. Quando i suoi trattati furono tradotti in latino nel dodicesimo secolo, il nome al-Khwārizmī divenne Algoritmi, e da lì algoritmo. Tecnicamente, un algoritmo è una procedura finita, deterministica, ben definita per risolvere un problema. Una ricetta di cucina è un algoritmo. Le istruzioni per costruire un mobile Ikea sono un algoritmo. La divisione in colonna che ci insegnavano alle elementari è un algoritmo. Poi è arrivato Alan Turing negli anni Trenta a dimostrare come un algoritmo possa essere eseguito da una macchina, e il termine ha cominciato a circolare nel mondo informatico. Fino a qui tutto bene, era ancora un termine tecnico con un significato preciso. Il problema è cominciato negli anni Duemiladieci quando "l'algoritmo" è diventato il nome generico per qualunque sistema informatico decida qualcosa al posto nostro, dal feed di Instagram alle raccomandazioni di Netflix. Adesso "l'algoritmo" è diventato un'entità mistica, una specie di divinità tecnologica anonima a cui imputare colpe e successi, mentre quello che chiamiamo "l'algoritmo di TikTok" non è un algoritmo, è uno stack di decine di modelli probabilistici addestrati su miliardi di dati di comportamento, con pesi calibrati continuamente da team di ingegneri umani che prendono decisioni di design specifiche. Chiamare tutto questo "l'algoritmo" è comodo per i designer perché nasconde la responsabilità umana dietro un termine matematico-sacrale. Quando uno scrittore dice "l'algoritmo non mostra i miei post", sta usando una parola che significa "le persone che lavorano in quell'azienda hanno deciso di non mostrare i miei post", solo che la prima formulazione suona neutrale e la seconda accusatoria.

La mindfulness, infine, è il furto più audace di tutti perché viene da un contesto religioso-soteriologico che non ha niente a che fare con quello in cui viene oggi venduta. Il termine traduce il Pali sati, attenzione consapevole, che nel buddhismo theravada è una delle otto componenti del Nobile Ottuplice Sentiero, percorso di pratica orientato alla liberazione dalla sofferenza. Sati non è una tecnica isolata, è un elemento di un sistema più ampio che include precetti etici, intenzione retta, parola retta, azione retta, mezzi di sussistenza retti, sforzo retto, concentrazione retta. Sradicata da quel contesto, sati diventa qualcos'altro, una pura tecnica di auto-regolazione attenzionale. Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare del MIT con formazione zen, ha fatto esattamente questa operazione quando nel 1979 ha lanciato alla University of Massachusetts Medical School il programma Mindfulness-Based Stress Reduction, secolarizzando deliberatamente la pratica per renderla accettabile in ambito clinico ospedaliero. Operazione di traduzione legittima, peraltro, perché Kabat-Zinn sapeva esattamente cosa stava facendo, conosceva le radici buddhiste, e ha esplicitamente dichiarato che la sua era una pratica derivata. Il problema è arrivato dopo, quando l'industria del wellness aziendale ha preso quella pratica già semplificata e l'ha ulteriormente semplificata fino a ridurla a un'app sul telefono che ti fa respirare per cinque minuti prima di una riunione. La differenza tra sati buddhista, MBSR clinico, e mindfulness corporate è la stessa che c'è tra un vino francese di Borgogna, un vino di tavola decente, e una bibita zuccherata in lattina con scritto "gusto vino" sopra. Tutti e tre si chiamano vino in qualche pubblicità, ma non sono la stessa cosa.

C'è una cosa che accomuna i quattro casi e che vale la pena nominare. Tutti e quattro questi furti semantici hanno una direzione precisa, ovvero spostano la responsabilità dal sistema all'individuo. La resilienza chiede al lavoratore di reggere, non al sistema di non spezzarlo. La sinergia chiede ai dipartimenti di cooperare di più, non al management di organizzare meglio. L'algoritmo prende le decisioni, non gli ingegneri che lo hanno progettato. La mindfulness ti chiede di rilassarti meglio, non al posto di lavoro di essere meno stressante. Sono parole che sembrano descrittive e sono invece prescrittive, sembrano tecniche e sono invece morali, sembrano oggettive e sono invece politiche. Sono strumenti retorici travestiti da concetti scientifici, e la prossima volta che qualcuno te le presenta in una riunione con aria seria, vale la pena ricordarsi che probabilmente stanno cercando di farti fare qualcosa che non vorresti fare, usando una parola tecnica per camuffare la natura della richiesta.

Domenica mattina e già polemico, lo so. Ma c'è qualcosa di profondamente onesto in una parola che dice quello che fa, e qualcosa di profondamente disonesto in una parola che dice una cosa per farne un'altra. Forse il piccolo gesto culturalmente utile, di tanto in tanto, è restituire alle parole il loro significato originale, anche solo per accorgersi di quante volte ci viene chiesta una cosa diversa da quella che ci dicono di chiederci.

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