Chi paga davvero il conto dell'AI

Per due secoli l'automazione ha raccontato sempre la stessa storia, quella per cui la macchina costa meno dell'uomo e finisce per sostituirlo. Dal telaio meccanico al braccio robotico il calcolo è sempre stato quello: il capitale rimpiazza il lavoro perché conviene, tuttavia le notizie di queste settimane dicono, sottovoce, il contrario e quasi nessuno ha notato che il segno si è invertito.
Parto da dove ho l'occhio allenato grazie alla mia seniority, constatando che per quarant'anni il software ha vissuto su una legge sola, secondo la quale usarlo non costava niente. Compri la licenza una volta e poi lo spremi fino all'osso, perché ogni ora di utilizzo in più spalma il costo fisso su una base più larga e migliora il ritorno e su quel principio si è formata un'intera cultura aziendale, fatta di metriche di utilizzo interno e di premi a chi montava per primo sullo strumento nuovo. Più lo usavi e meglio era ma ora il terreno si è capovolto mentre tutti continuavano a camminarci sopra con lo stesso passo.
La prova migliore non arriva da un convegno ma da una classifica interna. Uber, per spingere i propri ingegneri a usare di più gli strumenti di programmazione assistita, aveva costruito una gara a chi ne faceva un uso maggiore. Mossa ovvia nel vecchio mondo: gamifichi l'uso, premi chi ne fa di più in modo che l'utilizzo decolli ed infatti è decollato. Il responsabile tecnologico Praveen Neppalli Naga ha riferito a The Information che il ricorso a Claude Code è salito dal 32 all'84 per cento di un'organizzazione da circa cinquemila ingegneri, mentre l'intero budget annuale 2026 per quegli strumenti è evaporato in quattro mesi. Avevano disegnato l'incentivo perfetto per un'economia che non esiste più poiché l'inferenza dei modelli, a differenza del software di una volta, ha un costo marginale reale e lineare tanto che ogni richiesta in più è denaro che esce dalla cassa. Hanno costruito un sistema fragile esattamente al proprio successo, perché più funzionava più si rompeva.
Non è un caso isolato. Microsoft, che mezzi ne ha ben più di Uber, sta revocando entro fine giugno gran parte delle licenze interne di Claude Code nella divisione che produce Windows e Office, per spingere i suoi verso lo strumento di casa. Il problema, raccontano le ricostruzioni a partire da The Verge, è che Claude Code era diventato troppo popolare e gli ingegneri lo preferivano, ma quel preferire, moltiplicato per migliaia di persone, diventava una voce di costo che nessuno aveva messo a bilancio. E ancora un vicepresidente di Nvidia ha detto ad Axios senza mezzi termini che per la sua squadra il costo del calcolo supera quello dei dipendenti. È la frase che rovescia due secoli di automazione in una riga.
Se la macchina costa più dell'uomo, il licenziamento non può più essere la conseguenza della macchina che fa il lavoro al posto suo ma diventa un'altra cosa, ovvero il modo di pagare la macchina. Le quattro grandi, Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta, hanno stanziato per il 2026 intorno ai 725 miliardi di spese in conto capitale, in crescita del 77 per cento sull'anno prima e destinate quasi per intero a data center e modelli. Amazon da sola viaggia sui 200 miliardi ed è lì che corre il capitale, non negli stipendi e nemmeno nei riacquisti di azioni. Non lo fanno malgrado il costo ma contro il costo, perché scommettono che domani costerà meno e chi arriva tardi a uno spostamento di piattaforma non recupera. Quando un'azienda sposta una montagna simile verso il silicio, l'unica voce abbastanza flessibile da liberare cassa in fretta è il personale. Meta lo ha quasi messo a verbale, difatti Zuckerberg ha legato i tagli di maggio in modo diretto alla spesa per l'infrastruttura, ovvero non ha detto che un algoritmo aveva preso il posto di qualcuno, ha detto che la società aveva scelto di comprare schede grafiche. La matematica gli dà ragione, perché la sua spesa in infrastruttura vale quattro o cinque volte l'intero costo del lavoro, tanto che licenziare ogni singolo dipendente restituirebbe solo una frazione della spesa per i data center. Il taglio non è il risparmio ma ne è il finanziamento.
Che la narrazione pubblica dica altro non sorprende chi osserva da un po'. C'è un dettaglio però che conta più di mille comunicati ed è che nel primo trimestre Nikkei Asia ha attribuito all'intelligenza artificiale e all'automazione il 47,9 per cento dei tagli tech, mentre un'altra analisi fissava la quota di attribuzione esplicita al 20,4 per cento nello stesso periodo. La forbice non si è allargata perché nel frattempo più mansioni venissero automatizzate, ma perché le aziende hanno aumentato col passare delle settimane la quota di licenziamenti presentati come scelte dettate dall'AI. La spiegazione tecnologica è stata cucita sopra la decisione, a posteriori. "L'ha voluto la macchina" assolve meglio di "abbiamo spostato i soldi sul calcolo".
Posso sbagliarmi e dico volentieri come lo saprei. Se i licenziamenti fossero davvero la macchina che rimpiazza l'uomo perché conviene, dovremmo vedere il costo del lavoro scendere mentre i ricavi tengono, con i tagli concentrati dove l'automazione morde sul serio. Quello che si vede è l'opposto, una spesa per investimenti che esplode e tagli che servono a far quadrare quella corsa. Se nei prossimi due trimestri arrivassero dati capaci di legare funzione per funzione i posti persi a un guadagno reale di produttività dei sistemi, allora la mia lettura andrebbe rivista. Per ora i numeri raccontano, più clinicamente, una riallocazione di capitale travestita da destino tecnologico.
Torno a quella frase. Il costo del calcolo supera quello dei dipendenti. Per due secoli l'automazione ha funzionato perché la macchina costava meno della persona, che perdeva il posto perché la macchina conveniva. Adesso la macchina costa di più, molto di più, mentre la persona perde il posto proprio per pagarla. Il conto non finisce sulla scrivania di chi è stato mandato a casa ma finisce sul conto economico e si ripresenta puntuale ogni volta che qualcuno, da qualche parte, preme invio.
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