Piccola tassonomia della mediocrità soddisfatta

by Rollo


Piccola tassonomia della mediocrità soddisfatta

Esiste una specie umana che i manuali di zoologia sociale non hanno ancora catalogato, eppure è ovunque. La si riconosce da un tratto inconfondibile: è contenta. Non serena, non appagata dopo un percorso di crescita; contenta nel senso più piatto del termine, come un termostato che ha raggiunto la temperatura impostata e si è spento. La temperatura, in questo caso, è bassa. Bassissima. Ma il termostato non lo sa, perché nessuno lo ha mai regolato diversamente.

Vale la pena osservarla da vicino, questa specie, nei suoi habitat naturali. Non per cattiveria, ma per quello stesso impulso che spinge l'entomologo a documentare il comportamento delle formiche: non giudica la formica, la descrive. Poi, certo, se la formica potesse leggere il quaderno dell'entomologo probabilmente si offenderebbe. Ma questa è un'altra questione.

Cominciamo dalla tavola, perché il cibo è il più onesto degli indicatori sociali. Nessuno mente davanti a un piatto, o meglio: tutti mentono, ma il piatto no. C'è un ristorante in ogni città italiana, uno di quelli con le tovaglie a quadri e il menu plastificato, dove il cameriere chiede "vino della casa?" con lo stesso tono con cui un anestesista chiede di contare fino a dieci. Il vino della casa è un liquido che ha un rapporto con l'uva paragonabile a quello che un nugget ha con il pollo: tecnicamente derivato, spiritualmente irriconoscibile. Eppure milioni di persone lo bevono ogni sera, annuiscono, e tornano. Il piatto forte è una carbonara con la panna, servita senza ombra di imbarazzo e ricevuta senza ombra di perplessità. In un paese che si considera la capitale mondiale della gastronomia, la tolleranza media per il cibo mediocre è un fenomeno che meriterebbe una commissione d'inchiesta parlamentare. Non si tratta di pretendere il ristorante stellato; si tratta di notare che il sugo sa di barattolo. Ma notare richiede attenzione, e l'attenzione è diventata una risorsa più scarsa del tartufo bianco. Poi c'è la variante contemporanea: il piatto bello da fotografare che sa di polistirolo aromatizzato. L'estetica ha sostituito il sapore, il telefono ha sostituito il palato, e il risultato è una generazione che mangia con gli occhi nel senso più letterale e triste dell'espressione. Il piatto esiste per lo scatto, lo scatto esiste per il like, il like esiste per un micropicco di dopamina che dura meno del retrogusto che quel piatto non ha.

Spostiamoci al lavoro, territorio ancora più fertile. Qui la mediocrità soddisfatta raggiunge vette che rasentano il sublime. C'è un tipo di professionista, trasversale a ogni settore e livello gerarchico, che consegna un lavoro approssimativo con la stessa sicurezza con cui un chirurgo annuncia un intervento riuscito. La presentazione con i grafici storti. Il report pieno di refusi. Il progetto "quasi finito" da tre mesi. Il deliverable che necessita di un altro deliverable per spiegare il primo. E la frase rivelatrice, pronunciata con un sorriso che è già assoluzione preventiva: "va bene così, no?". No. Non va bene così. Ma la domanda non ammette risposta negativa, perché non è una vera domanda; è un rito sociale, una richiesta di complicità nella finzione collettiva che lo standard attuale sia accettabile. Chi risponde "no, non va bene" viene guardato come chi porta il proprio pranzo a un picnic aziendale: tecnicamente legittimo, socialmente alieno. La cosa straordinaria è che questa mediocrità professionale non è mai percepita come tale da chi la pratica. Il satisficing, quel meccanismo cognitivo per cui il cervello si ferma alla prima soluzione sufficiente a eliminare il disagio, nel lavoro diventa una filosofia esistenziale. Non cerco l'eccellente, cerco il punto in cui nessuno si lamenta. E siccome la soglia del lamento si è abbassata insieme agli standard di tutti gli altri, il punto di equilibrio scende ogni anno di qualche centimetro, come una subsidenza lenta e inesorabile di cui nessuno si accorge finché il pavimento non tocca l'acqua.

Poi ci sono i viaggi, e qui l'osservazione diventa quasi commovente nella sua assurdità. L'essere umano contemporaneo ha accesso a ogni angolo del pianeta, una possibilità che per il novantanove per cento della storia della specie sarebbe sembrata fantascienza. E cosa fa con questa possibilità? Va nello stesso resort dei colleghi, nello stesso villaggio turistico del cognato, nella stessa isola greca che ha visto su Instagram nella stessa identica posa. Il viaggio è diventato una checklist da spuntare, non un'esperienza da attraversare. Si parte con l'itinerario già scritto da TripAdvisor, si mangia dove dice Google, si fotografa quello che hanno fotografato tutti, e si torna con la sensazione di aver "fatto" un posto come si "fa" una pratica all'ufficio anagrafe. Il resort all-inclusive è il monumento perfetto a questa filosofia: un non-luogo progettato per eliminare qualsiasi attrito con la realtà del paese in cui si trova. Potresti essere in Messico, in Turchia o a Zanzibar, ma l'esperienza è identica perché l'obiettivo non è incontrare il diverso; è portare il proprio divano in un posto con il sole. E la foto. La foto è il prodotto finale, la prova che il viaggio è avvenuto, il certificato di esistenza in un luogo che non hai mai veramente abitato. La differenza tra viaggiare e farsi trasportare è la stessa che c'è tra leggere un libro e guardarne la copertina. Ma la copertina è più veloce, più condivisibile, e non richiede quella cosa scomoda che si chiama curiosità.

Resta la conversazione, il più sottovalutato degli indicatori di civiltà. Qui la tassonomia si fa particolarmente ricca. C'è lo small talk professionale, quel ping pong verbale fatto di frasi intercambiabili ("com'è andato il weekend?", "che tempo fa da voi?", "hai visto la partita?") che serve non a comunicare ma a occupare il silenzio, perché il silenzio è diventato intollerabile. C'è la conversazione da cena, che segue una traiettoria prevedibile come un treno su binari: figli, casa, vacanze, lamentela generica sulla politica, aneddoto lavorativo, poi di nuovo figli. Il circuito si chiude in quaranta minuti e ricomincia da capo con variazioni minime, come una playlist in shuffle che ha solo sei canzoni. Ma il fenomeno più significativo è l'incapacità crescente di sostenere un argomento per più di due minuti. Non per stupidità, ma per disallenamento. La conversazione profonda è un muscolo, e come tutti i muscoli si atrofizza se non lo usi. Vent'anni di comunicazione frammentata, di messaggi da venti parole, di attenzione spezzettata tra tre schermi simultanei, hanno prodotto una generazione che sa iniziare mille discorsi e finirne zero. Prova a sviluppare un'idea complessa a cena: al terzo passaggio logico qualcuno tirerà fuori il telefono. Non per maleducazione, per riflesso. Il cervello ha raggiunto il suo limite di attenzione continua e chiede il suo snack digitale come un bambino chiede la merenda.

Fin qui l'entomologo ride. Osserva, documenta, trova il campione divertente nella sua prevedibilità. Ma c'è un punto in cui il sorriso si spegne, e quel punto è la soddisfazione. Non la mediocrità in sé, che è umana, comprensibile, perfino fisiologica. Il problema è la mediocrità che si guarda allo specchio e si piace. Che non solo non aspira a meglio, ma considera l'aspirazione stessa una forma di patologia. La frase "a me va bene così" è diventata l'epitaffio collettivo di un'epoca che ha confuso l'accettazione di sé con la resa incondizionata. Accettarsi è sano. Smettere di cercare è un'altra cosa.

C'è una differenza sottile ma decisiva tra chi sceglie consapevolmente una vita semplice, con poche cose ma buone, poche relazioni ma vere, pochi viaggi ma vissuti; e chi vive nel default, nella modalità automatica, nella temperatura del termostato che nessuno ha mai toccato. Il primo ha standard; li ha solo calibrati diversamente. Il secondo non ha standard. Ha abitudini. E le abitudini, lasciate sole abbastanza a lungo, diventano identità. A quel punto non stai più accettando il mediocre; lo stai difendendo. Perché metterlo in discussione significherebbe mettere in discussione te stesso, e quello, in una cultura che ha elevato il comfort psicologico a diritto fondamentale, è il vero tabù.

L'entomologo chiude il quaderno. Le formiche continuano il loro percorso, identico a ieri, identico a domani. Nessuna si ferma a chiedersi se il percorso abbia senso. Ma nessuna formica ha mai preteso di essere felice.

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