Prepararsi per l'imprevedibile

by Rollo


Prepararsi per l'imprevedibile

Chi fa CrossFit conosce bene questa frase. A quanto pare, tutti gli altri non la immaginano nemmeno.
C'è un consenso globale in formazione che nessuno sta articolando pubblicamente. Lo si legge nei flussi di capitale, non nelle dichiarazioni dei ministri. Lo si vede nei grafici, non nei comunicati stampa. E racconta una storia che contraddice la narrativa dell'"incertezza imprevedibile" con cui analisti e commentatori giustificano la propria incapacità di leggere i segnali.

Questa settimana l'oro ha superato i 5.100 dollari l'oncia, quasi raddoppiando in dodici mesi. Il franco svizzero ha toccato 0,78 contro il dollaro, livelli che non si vedevano dal 2011. E in Cina, Xi Jinping ha fatto arrestare Zhang Youxia, il generale che i suoi stessi familiari chiamavano "fratello giurato", lasciando la Commissione Militare Centrale con un solo ufficiale su sei ancora in carica. Tre eventi apparentemente scollegati che in realtà sono tre sintomi della stessa patologia sistemica.

Robin Brooks, senior fellow alla Brookings Institution, ha definito il rally dei metalli preziosi "mozzafiato e profondamente spaventoso". La parola chiave è la seconda. Non è l'entità del movimento che preoccupa gli osservatori più sofisticati, è la sua natura. Quando oro, argento, platino e franco svizzero si muovono all'unisono ignorando i fondamentali tradizionali, non stiamo guardando un trade. Stiamo guardando un voto.

Il franco svizzero offre un caso particolarmente istruttivo. In condizioni normali una valuta con tassi prossimi allo zero dovrebbe indebolirsi rispetto a valute con rendimenti superiori. Il differenziale tra Svizzera e Giappone suggerirebbe capitali in uscita da Zurigo verso Tokyo. Sta accadendo l'opposto: il franco si rafforza contro lo yen nonostante i rendimenti giapponesi salgano e quelli svizzeri restino piatti. I modelli tradizionali non funzionano più perché la variabile dominante non è più il rendimento. È la sopravvivenza.

Goldman Sachs ha alzato le previsioni per l'oro a 5.400 dollari entro fine anno, con 6.000 come scenario possibile. J.P. Morgan stima acquisti delle banche centrali attorno alle 585 tonnellate trimestrali nel 2026. La Cina ha esteso la sua serie di acquisti al quattordicesimo mese consecutivo. Non sono hedge manager retail che inseguono il momentum: sono istituzioni sovrane che stanno sistematicamente riducendo l'esposizione al sistema monetario basato sul dollaro.

A cosa si stanno preparando?

La risposta arriva, paradossalmente, da Pechino. L'epurazione di Zhang Youxia rappresenta il culmine di un processo che ha visto Xi rimuovere cinque dei sei generali nominati alla Commissione Militare Centrale nel 2022. Le accuse includono il passaggio di segreti nucleari agli Stati Uniti e corruzione sistemica. Ma la vera storia non sta nei capi d'accusa, sta nel meccanismo.

Zhang non era un funzionario qualsiasi. Era l'ultimo generale cinese con esperienza di combattimento reale, veterano della guerra sino-vietnamita del 1979. Era figlio di Zhang Zongxun, compagno d'armi del padre di Xi durante la Lunga Marcia: le famiglie si conoscevano da tre generazioni. Se Xi ha eliminato lui, il criterio di selezione non è più la competenza, la lealtà storica o i legami familiari. È qualcos'altro che non riusciamo ancora a definire con precisione, ma che evidentemente conta più di tutto il resto.

Gli analisti stimano che ricostruire la catena di comando richiederà almeno cinque anni. Nel frattempo l'Esercito Popolare di Liberazione opera con una leadership decimata proprio mentre le tensioni su Taiwan restano elevate e la competizione con gli Stati Uniti si intensifica. Xi sta creando esattamente la fragilità che cerca di prevenire.

È il paradosso classico dell'autoimmunità autocratica: il sistema immunitario del regime, progettato per eliminare minacce, inizia ad attaccare le proprie cellule vitali. Stalin epurò i suoi generali alla vigilia dell'Operazione Barbarossa. Mao devastò il corpo ufficiali durante la Rivoluzione Culturale. Il risultato è sempre lo stesso: paralisi operativa nel momento in cui serve capacità massima. Il controllo totale produce impotenza totale.

Ma c'è un elemento che rende la situazione attuale diversa dai precedenti storici. Xi non sta semplicemente consolidando il potere: sta smantellando l'architettura istituzionale che permetterebbe a qualsiasi successore di governare efficacemente. Ogni epurazione riduce il pool di talento disponibile. Ogni arresto genera nuove indagini a cascata: il Wall Street Journal riporta che migliaia di ufficiali collegati a Zhang e Liu Zhenli sono ora sotto scrutinio, con i telefoni sequestrati. Il sistema si sta mangiando dall'interno.

Ed è qui che i fili si riconnettono. La Cina che compra oro freneticamente è la stessa Cina che sta distruggendo la propria macchina militare per paura interna. Il comportamento sembra contraddittorio solo se si assume che Pechino stia preparando un'azione offensiva. Diventa perfettamente coerente se si assume che stia preparando uno scenario difensivo: un mondo in cui le istituzioni internazionali non funzionano più, in cui le alleanze sono fluide, in cui l'unica sicurezza è quella che puoi toccare fisicamente.

L'oro non paga dividendi. Il franco svizzero rende meno dell'inflazione. Eppure trilioni di dollari si stanno spostando verso questi asset. La domanda non è "quanto renderà", ma bensì "esisterà ancora quando ne avrò bisogno".

Questa è la vera natura del referendum in corso. Non è un voto sulla politica monetaria della Fed o sulle tariffe di Trump. È un voto sulla tenuta del sistema costruito dopo il 1945, sulle istituzioni che hanno garantito settant'anni di relativa stabilità globale, sulla fiducia che i contratti saranno rispettati, che le valute manterranno valore, che i confini resteranno dove sono.

I segnali sono ovunque per chi sa leggerli. Trump minaccia l'acquisizione della Groenlandia e tariffe all'Europa. L'indipendenza della Federal Reserve viene messa pubblicamente in discussione. Il governo americano rischia lo shutdown per una disputa su Minneapolis. L'Europa cerca di costruire autonomia strategica mentre il suo principale garante di sicurezza diventa fonte di instabilità. E intanto tutti comprano oro e franchi svizzeri come se il calendario avesse una data di scadenza.

L'ironia è che niente di tutto questo è realmente imprevedibile. I pattern sono chiari per chiunque abbia studiato i precedenti storici. L'accumulo di riserve auree da parte delle banche centrali prima di grandi shock sistemici è documentato. Il comportamento del franco svizzero durante le crisi è prevedibile al punto da essere quasi noioso: dopo la bolla tech del 2000 e dopo la crisi del 2008, si è apprezzato di circa il 70% nei tre o quattro anni successivi. Non stiamo osservando fatti eccezionali. Stiamo osservando pattern che si ripetono con attori e contesti diversi.

Quello che chiamiamo "incertezza" è spesso pigrizia analitica. È più comodo dire "i mercati sono imprevedibili" che ammettere di non aver fatto il lavoro di riconoscimento dei pattern. È più rassicurante attribuire i movimenti al "sentiment" che riconoscere come miliardi di decisioni razionali stiano convergendo verso la stessa conclusione.

Il sistema sta prezzando una transizione. Non sappiamo esattamente come si manifesterà, non sappiamo quando, non sappiamo chi ne uscirà meglio o peggio. Ma sappiamo che sta accadendo perché i capitali si muovono prima delle parole. Le banche centrali accumulano prima che i politici ammettano. I prezzi incorporano prima che gli analisti spieghino.

Chi gestisce patrimoni significativi, chi prende decisioni con conseguenze di lungo periodo, chi ha responsabilità verso altri, farebbe bene a chiedersi non "cosa succederà" ma "cosa mi dicono i comportamenti aggregati di chi ha più informazioni di me". La risposta è nei grafici dell'oro e del franco. È nelle epurazioni di Pechino. È nella velocità con cui asset apparentemente sicuri stanno perdendo il loro status.

Non serve prevedere il futuro. Basta saper leggere il presente.
E voi che ne pensate?

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