Prima il banner, poi la sentenza: ventiquattr'ore di cortocircuito americano

Giovedì 19 febbraio 2026, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha inaugurato un enorme banner con il volto di Donald Trump appeso tra le colonne del Robert F. Kennedy Building. "Make America Safe Again", dice la scritta sotto il ritratto in scala di blu del presidente. I membri della Guardia Nazionale ci passano davanti a piedi. È un'immagine che meriterebbe una parete al MoMA, nella sezione dedicata all'arte involontaria.
Ventiquattro ore dopo, venerdì 20 febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i dazi imposti da Trump attraverso l'International Emergency Economic Powers Act. Sei voti contro tre. L'opinione di maggioranza l'ha scritta il Chief Justice John Roberts, affiancato dai tre giudici progressisti e da due conservatori nominati dallo stesso Trump: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. Solo Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh hanno dissentito. In altre parole, la creatura si è rivoltata contro il creatore, il che nel genere gotico funziona sempre benissimo come colpo di scena ma nella realtà costituzionale americana è semplicemente il sistema che fa quello per cui è stato progettato.
Roberts ha scritto una frase che andrebbe incorniciata accanto al banner: "Non rivendichiamo competenza speciale in materia di economia o di affari esteri. Rivendichiamo soltanto, come è nostro dovere, il ruolo limitato che ci assegna l'Articolo III della Costituzione." Tradotto dal legalese alla lingua dei comuni mortali: non è compito nostro dire se i dazi sono una buona idea, è compito nostro dire che il presidente non può inventarsi il potere di imporli. Lo stesso edificio dove ieri appendevano il ritratto oggi ospita la sentenza che smonta la politica economica centrale del secondo mandato. James Comey, ex direttore dell'FBI, ha notato che i tecnici del banner si sono dimenticati di coprire l'iscrizione incisa sul lato dell'edificio: "Where law ends, tyranny begins." Dove finisce la legge, inizia la tirannia. A volte la realtà ha un senso dell'umorismo che nessuno sceneggiatore oserebbe proporre.
Ma lasciamo da parte l'estetica e entriamo nel meccanismo, perché è lì che la storia diventa davvero istruttiva.
Trump ha scelto l'IEEPA come veicolo giuridico per i suoi dazi non per caso. L'IEEPA è una legge del 1977 pensata per dare al presidente poteri d'emergenza in situazioni straordinarie: sanzioni contro stati nemici, congelamento di asset, embarghi. Nessun presidente in quasi cinquant'anni di storia l'aveva mai usata per imporre tariffe commerciali. Il motivo è semplice: la legge non menziona mai la parola "dazi". Ma l'IEEPA offriva qualcosa di irresistibile per un'amministrazione che voleva agire velocemente e senza limiti: nessun tetto percentuale, nessuna scadenza temporale, nessuna revisione del Congresso. Una scorciatoia istituzionale perfetta, un assegno in bianco firmato nel 1977 da un Congresso che non aveva la minima idea che qualcuno l'avrebbe usato per riscrivere la politica commerciale globale.
E qui emerge il pattern che chi osserva i sistemi di potere riconosce immediatamente: ogni volta che un attore concentra troppa capacità operativa in un singolo strumento giuridico, crea un punto di vulnerabilità catastrofico. Funziona finché nessuno sfida la premessa. Poi arriva la sfida e tutto quello che era stato costruito su quell'unica fondazione crolla in un colpo. Non a pezzi, non gradualmente: tutto insieme. È esattamente quello che è successo venerdì. Più del 60% delle entrate tariffarie dell'anno scorso, circa 133 miliardi di dollari secondo i dati della dogana americana, derivava da dazi imposti sotto l'IEEPA. Tutta quella struttura, adesso, è giuridicamente nulla.
La cosa interessante è che la Corte ha applicato lo stesso principio che aveva usato contro Biden per i prestiti studenteschi: la "major questions doctrine", ovvero l'idea che il Congresso non può delegare poteri di impatto enorme senza dirlo esplicitamente. Se vuoi cambiare trilioni di dollari di politica economica, il Congresso te lo deve autorizzare con chiarezza, non con una legge del 1977 che parla di "regolare le importazioni" in caso di emergenza nazionale. Il pattern è bipartisan, il che dovrebbe far riflettere chi legge questa vicenda attraverso lenti ideologiche: quando il potere esecutivo americano tenta di usare leggi esistenti per fare cose mai previste da quelle leggi, la Corte alla fine interviene. Non importa se il presidente è democratico o repubblicano. Importa che il sistema di contrappesi, quello che Madison e Hamilton avevano progettato nel Settecento proprio per impedire la concentrazione di potere, funziona ancora.
Adesso arriva la parte che il commentariato mainstream fatica a spiegare e che invece è il cuore della questione per chiunque debba prendere decisioni economiche reali.
La sentenza non elimina i dazi. Li obbliga a passare per percorsi istituzionali più stretti. L'amministrazione ha già annunciato che utilizzerà altre autorità giuridiche: la Section 232 del Trade Expansion Act del 1962, che richiede investigazioni specifiche del Dipartimento del Commercio e si applica alla sicurezza nazionale; la Section 122 del Trade Act del 1974, che permette dazi temporanei fino al 15% per ragioni di bilancia dei pagamenti ma con una durata massima di 150 giorni; la Section 301, che richiede investigazioni formali del Rappresentante Commerciale con tempistiche definite. Ogni percorso alternativo impone frizione istituzionale. Tempo, burocrazia, limiti percentuali, scadenze, revisioni. Esattamente quella frizione che l'IEEPA permetteva di aggirare e che la Costituzione vuole che esista.
Il risultato è un paradosso che vale la pena di capire: l'amministrazione otterrà probabilmente dazi simili, ma più lentamente, con meno flessibilità di cambiarli a piacimento e con più possibilità di contestazione giuridica su ciascuno di essi. È esattamente quello che il design costituzionale americano produce quando funziona: non blocca l'obiettivo politico, lo costringe a passare per i canali istituzionali. Rallenta, non ferma. E in economia, la velocità è tutto: ogni mese di incertezza è un mese in cui le imprese non sanno su quale struttura tariffaria pianificare investimenti, supply chain e contratti.
Ma il dato più devastante di tutta questa storia non è giuridico. È empirico. È uscito il giorno prima della sentenza, quasi in sordina, sepolto sotto il rumore del banner e dell'attesa per la Corte. Il deficit commerciale americano nel 2025 è stato di 901,5 miliardi di dollari. Praticamente invariato rispetto ai 903,5 miliardi del 2024. Una riduzione dello 0,2%. Due miliardi su novecento.
Ripetiamolo perché è importante: un anno intero dei dazi più aggressivi dal 1930, tariffe che in certi momenti hanno toccato il 145% sulle merci cinesi, un'aliquota media che è passata dal 2,6% al 13% e il deficit commerciale non si è mosso. Anzi, il deficit sui soli beni è salito a 1.240 miliardi, un record storico. Le importazioni dalla Cina sono calate del 32%, sì, ma quelle da Taiwan sono raddoppiate e quelle dal Vietnam sono aumentate del 44%. L'acqua non è scomparsa dal fiume; ha trovato un altro percorso.
Questo è il dato che falsifica empiricamente l'intera premessa della politica tariffaria trumpiana. La tesi era: dazi alti riducono il deficit commerciale. L'esperimento è stato condotto nelle condizioni più estreme possibili, con i dazi più alti di un secolo. Il risultato è: no, non lo riducono. Perché il deficit commerciale è una funzione macroeconomica, non commerciale. Dipende dal rapporto tra risparmio e investimento nazionale. Finché gli americani risparmiano meno di quanto investono, importeranno più di quanto esportano, indipendentemente da quante tariffe mettano. Qualsiasi economista serio lo sa da trent'anni. Ma la politica non opera sulla base di quello che gli economisti sanno; opera sulla base di quello che gli elettori sentono.
E qui arriviamo a voi, spettatori di questa partita. Perché la cosa che nessuno vi dice, nella copertura entusiastica o indignata a seconda della tribuna, è che in questa storia le pedine siete voi. La Federal Reserve Bank di New York ha pubblicato la settimana scorsa uno studio che analizza i dati fino a novembre 2025: il 90% del costo dei dazi è stato pagato da imprese e consumatori americani. Non dalla Cina, non dall'Europa, non dal Messico. Dagli americani. Il 94% nei primi otto mesi, l'86% a novembre. Il Kiel Institute tedesco arriva al 96%. La Tax Foundation, think tank apartitico, calcola che i dazi sono costati 1.000 dollari per famiglia nel 2025 e ne costeranno 1.300 nel 2026: il più grande aumento fiscale dal 1993. E qual è stato il beneficio? Il taglio fiscale del "One Big Beautiful Bill" restituisce circa 1.000 dollari. I dazi ne tolgono 1.300. Il saldo netto per la famiglia americana media è negativo.
In pratica, il governo americano ha tassato i propri cittadini attraverso i dazi, ha raccolto 287 miliardi nel 2025, quasi il triplo dell'anno precedente e ora la Corte Suprema dice che gran parte di quella raccolta era illegale. Le imprese che hanno pagato potranno chiedere rimborsi. Il processo sarà lungo e costoso; l'amministrazione farà di tutto per renderlo il più complesso possibile. Intanto i prezzi dei mobili sono saliti del 3,8%, quelli dei piatti e delle posate del 5% e Procter & Gamble ha aumentato il costo dei pannolini.
Il consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha reagito allo studio della Fed di New York definendolo "il peggior paper nella storia del sistema della Federal Reserve" e chiedendo che i ricercatori vengano "disciplinati". Quando il potere politico chiede di punire i ricercatori che pubblicano dati scomodi, non è un segnale economico: è un segnale istituzionale. E non è un buon segnale.
L'ironia suprema, quella che nessuno sceneggiatore avrebbe il coraggio di scrivere, è che il Congresso ha ora teoricamente riconquistato il proprio potere costituzionale sui dazi. La Costituzione dice chiaramente che il potere di imporre tariffe spetta al legislativo. La Corte ha ribadito quel principio. Ma il Congresso non farà quasi nulla, perché imporre dazi con voti nominali significa assumersi la responsabilità politica diretta di tassare le importazioni. E nessun parlamentare vuole il proprio nome su una legge che fa salire il prezzo dei pannolini. L'IEEPA era comoda anche per loro: il presidente faceva la cosa impopolare, il Congresso si lavava le mani. Adesso che la scorciatoia è chiusa, guardate quanti si affretteranno a passare dalla porta principale. La risposta è: quasi nessuno.
Pensateci bene, la prossima volta che sentite qualcuno dire che "i dazi proteggono i lavoratori americani" o che "gli altri paesi pagano". Non li pagano. Li pagate voi. Lo dicono i dati della Federal Reserve, lo dice la Tax Foundation, lo dice il Kiel Institute, lo dice l'Harvard Business School Tariff Tracker. Lo dicono tutti quelli che hanno guardato i numeri invece di ascoltare i comizi. E il deficit commerciale, quello che doveva diminuire, è rimasto esattamente dov'era: 901 miliardi. Come un monumento alla differenza tra narrazione politica e realtà economica.
Il banner al Dipartimento di Giustizia resterà appeso. La sentenza della Corte Suprema resterà valida. I dazi verranno probabilmente reimpostati sotto altre autorità giuridiche, con più frizione e meno discrezionalità . E voi continuerete a pagare il conto, con o senza il ritratto del presidente sugli edifici federali. L'unica differenza è che adesso, almeno, sapete esattamente come funziona il gioco. Se scegliete di continuare a credere che qualcun altro stia pagando al posto vostro, è una vostra decisione. Ma non dite che non ve lo avevano spiegato.
Iscriviti alla newsletter The Clinical Substrate
Ogni venerdì, pattern recognition attraverso i layer che altri non vedono.