Quando i salvatori svuotano il tempio

by Rollo


Quando i salvatori svuotano il tempio

Si lo so che sto scrivendo molto sulla EU in questi giorni e se fossi un complottista direi che c'è qualche gruppo di potere che la vuole fare fuori. Non è così. Ci ho ragionato sopra parecchio, ho fatto le mie ricerche ed è per questo che ho scritto questo post.

Nel febbraio 2025, quando Emmanuel Macron ha convocato d'urgenza i leader europei a Parigi dopo la debacle della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ha fatto una cosa che nessun manuale di integrazione europea avrebbe previsto: ha costruito un'alleanza militare operativa che esclude deliberatamente le istituzioni di Bruxelles.

Non per ostilità. Per necessità.

La Coalition of the Willing, oggi 34 paesi con comando franco-britannico, quartier generale a Parigi e centro di coordinamento a Kyiv, esiste perché l'Unione Europea non ha il telefono rosso. Non ha strutture di comando militare. Non ha capacità operative di risposta rapida. Non ha modo di prendere decisioni in tempo di guerra quando un singolo stato membro può bloccare tutto con un veto.

L'ironia è chirurgica: chi vuole salvare l'Europa fisica deve bypassare l'Europa istituzionale. I centurioni escono dalle mura perché il Senato è paralizzato dal proprio regolamento interno.

Intanto, a duecento chilometri di distanza, il governo belga tiene in ostaggio 210 miliardi di euro di asset russi congelati. Non per cattiveria, per razionalità. Perché l'architettura dell'Unione socializza i benefici, tutti applaudono le sanzioni contro Mosca, e privatizza i rischi, solo Bruxelles paga se la Russia fa causa e vince.

Due casi. Un pattern. Una diagnosi che nessuno vuole fare ad alta voce.

L'Unione Europea non viene smontata dai suoi nemici. Viene svuotata dai suoi difensori più convinti, costretti ad aggirarla per poter agire. E ogni bypass funzionale che risolve un problema urgente toglie un altro pezzo di legittimità all'istituzione centrale.

Il nodo che strangola

Per capire cosa sta succedendo all'Unione Europea, bisogna partire da un edificio anonimo nel quartiere finanziario di Bruxelles. Si chiama Euroclear, ed è una camera di compensazione che la maggior parte dei cittadini europei non ha mai sentito nominare. Eppure è il nodo attraverso cui passa buona parte dell'idraulica finanziaria del continente.

Quando l'Occidente ha congelato gli asset della Banca Centrale Russa dopo l'invasione dell'Ucraina, circa 185 miliardi di euro sono finiti nei server di Euroclear. Altri 25 miliardi sono sparsi in Francia, Germania, Svezia, Cipro. Ma il grosso è lì, in Belgio, in una giurisdizione che non aveva chiesto di diventare il fronte avanzato della guerra economica contro Mosca.

La Commissione Europea, con l'entusiasmo di chi spende i soldi degli altri, ha proposto di usare questi asset congelati come collaterale per un prestito da 140 miliardi all'Ucraina. Un prestito che Kyiv ripagherebbe solo quando la Russia pagherà i danni di guerra, cioè probabilmente mai. Sulla carta, un'idea elegante. Nella realtà, un trasferimento di rischio mascherato da solidarietà.

Il Belgio ha detto no.

Non perché sia filorusso, non perché non voglia aiutare l'Ucraina. Perché i suoi tecnici sanno leggere un bilancio. Se la Russia fa causa e un tribunale internazionale le dà ragione, se Mosca sequestra asset belgi in giurisdizioni terze, se Euroclear perde la reputazione di neutralità che la rende utile al sistema finanziario globale, il conto lo paga Bruxelles. Non Berlino, non Parigi, non la Commissione Europea. Il Belgio, da solo, con una passività potenziale che equivale a metà del suo PIL annuale.

Il ministro degli esteri belga Maxime Prévot lo ha detto con una chiarezza rara nel linguaggio diplomatico: non è accettabile usare i soldi e lasciarci soli ad affrontare i rischi. Tradotto dal diplomatichese: se volete socializzare i benefici, dovete socializzare anche le conseguenze.

La risposta dell'Unione è stata prevedibile. Ursula von der Leyen ha proposto un meccanismo di garanzie, backstop del bilancio comune, contributi bilaterali degli stati membri. Ma le garanzie proposte non coprono tutti i costi, non sono immediatamente esigibili, e dipendono dalla buona volontà di 27 governi che potrebbero cambiare idea quando il conto arriva davvero.

Il Belgio ha continuato a dire no. E siccome detiene il nodo critico, il suo no vale più di ventisei sì.

Questo è il pattern che l'architettura europea produce sistematicamente. Quando i costi sono diffusi e i benefici sono visibili, tutti firmano. Quando i costi sono concentrati e i rischi sono reali, chi tiene il cerino in mano si rifiuta di accenderlo.

Non è egoismo nazionale. È razionalità strutturale in un sistema progettato male.

La fuga dalla paralisi

Mentre Bruxelles negoziava garanzie con il Belgio, qualcosa di più significativo stava accadendo altrove.

Dopo che l'amministrazione Trump ha annunciato negoziati diretti con Mosca senza consultare né gli europei né gli ucraini, dopo che la Conferenza di Monaco si è trasformata in un bagno di gelo transatlantico, i leader europei si sono trovati di fronte a una scelta: restare dentro un sistema decisionale che richiede l'unanimità di 27 paesi, oppure costruire qualcosa che funzioni.

Hanno scelto la seconda opzione.

Nel giro di settimane, Francia e Regno Unito hanno messo in piedi una struttura parallela. Non una dichiarazione di intenti, non un altro summit con foto di gruppo. Una vera architettura operativa: comando congiunto, pianificazione militare condivisa, centinaia di ufficiali che lavorano su scenari di dispiegamento, una forza multinazionale pronta a entrare in Ucraina quando ci sarà un cessate il fuoco da far rispettare.

La Coalition of the Willing oggi include 34 paesi. Si riunisce regolarmente a Parigi, Londra, e in videoconferenza. Ha prodotto più decisioni operative in sei mesi di quanto l'Unione Europea abbia prodotto in tre anni sulla questione ucraina.

E non è un caso che operi fuori dalle strutture di Bruxelles.

Gli analisti lo dicono apertamente: c'è poco valore aggiunto nell'organizzare questa coalizione dentro il framework europeo. L'Unione non ha strutture di pianificazione e comando. Non ha le capacità militari necessarie. Non ha l'intelligence. E soprattutto, ha l'Ungheria che può bloccare qualsiasi decisione con un veto.

Il Regno Unito, con le sue capacità militari considerevoli, non è nemmeno membro dell'Unione. Ma è co-presidente della coalizione insieme alla Francia. Questo formato intergovernativo permette a Londra di mostrare il suo valore per la sicurezza europea in modo flessibile e agile, impossibile dentro i trattati.

Il risultato è un paradosso che nessun architetto dell'integrazione europea aveva previsto. I paesi più impegnati nella difesa dell'Europa stanno costruendo le strutture per farlo fuori dall'Europa istituzionale. Non per ostilità verso Bruxelles, ma perché Bruxelles non è attrezzata per il compito.

L'acqua trova sempre un canale. E quando il canale principale è bloccato, ne scava di nuovi.

L'architettura della non decisione

Il problema non è che l'Unione Europea abbia nemici. È che ha un'architettura progettata per un mondo che non esiste più.

L'Unione è nata per garantire la pace attraverso l'interdipendenza economica e il compromesso politico permanente. Il suo sistema decisionale, costruito sull'unanimità per le questioni sensibili, era perfetto per un'epoca in cui le decisioni potevano maturare lentamente, in cui gli shock esterni erano gestibili, in cui nessuno aveva fretta.

Quell'epoca è finita.

Oggi l'Unione si trova schiacciata tra tre pressioni simultanee. Da est, una Russia che ha deciso che la guerra è uno strumento accettabile di politica estera. Da ovest, un'America che chiede agli europei di pagare per la propria sicurezza e minaccia guerre commerciali. Da sud-est, una Cina che scarica la sua sovrapproduzione sui mercati europei mentre l'accesso al mercato americano si chiude.

In questo contesto, un sistema che richiede il consenso di 27 governi per ogni decisione importante non è prudente. È paralizzante.

Mario Draghi lo ha scritto nel suo rapporto sulla competitività: le sfide che l'Europa affronta sono esistenziali. Un anno dopo, il suo stesso osservatorio ha certificato che su 383 raccomandazioni, solo l'undici percento è stato implementato. Tutti applaudono la diagnosi, nessuno firma l'assegno.

Non è sabotaggio. È la conseguenza logica di un equilibrio di Nash in cui ogni stato membro fa la mossa razionale per sé che produce il risultato peggiore per tutti. La Germania blocca il debito comune perché i suoi elettori non vogliono pagare per gli altri. La Francia protegge i suoi campioni nazionali. I paesi dell'Est vogliono più fondi di coesione. Ognuno ha ragione dal suo punto di vista. Collettivamente, producono paralisi.

E quando c'è paralisi, chi ha urgenza di agire costruisce alternative.

Il museo con le luci accese

Il Sacro Romano Impero è durato formalmente fino al 1806, secoli dopo aver perso ogni sostanza politica reale. Voltaire lo definiva né sacro, né romano, né impero. Ma continuava a esistere: cerimonie, titoli, pretese di legittimità che nessuno prendeva sul serio ma che nessuno aveva interesse a demolire formalmente.

L'Unione Europea potrebbe seguire la stessa traiettoria.

Non ci sarà un momento in cui qualcuno dichiara la fine del progetto europeo. Ci sarà invece un progressivo svuotamento funzionale. Le bandiere continueranno a sventolare. I summit continueranno a produrre comunicati. Le direttive sul diametro delle zucchine continueranno a essere emanate.

Ma il potere reale, quello che decide della guerra e della pace, quello che muove i capitali e le armi, migrerà su reti ad hoc costruite da chi ha fretta di decidere. Coalizioni dei volenterosi. Accordi bilaterali. Strutture che esistono perché funzionano, non perché qualcuno le ha previste in un trattato.

L'ironia finale è che questo svuotamento non sarà opera dei nemici dell'Europa. Viktor Orbán può bloccare decisioni, ma non può costruire alternative. Marine Le Pen può fare retorica sovranista, ma non ha i mezzi per sostituire le istituzioni che critica.

Chi sta svuotando l'Unione sono i suoi difensori più convinti. Macron che costruisce alleanze militari fuori dai trattati perché dentro i trattati non si può decidere. Starmer che co-presiede una coalizione di sicurezza che bypassa completamente Bruxelles. I governi che, uno dopo l'altro, scoprono che per fare qualcosa di importante devono uscire dalla stanza delle riunioni europee e organizzarsi altrove.

Ogni bypass risolve un problema immediato e ne crea uno strutturale. Ogni soluzione ad hoc che funziona dimostra che l'architettura ufficiale non funziona. Ogni successo della Coalition of the Willing è un fallimento implicito dell'Unione come attore di sicurezza.

Non serve una cospirazione per smontare un sistema. Basta un'architettura che rende impossibile decidere. Il resto lo fa la realtà, che ha sempre fretta e non aspetta che 27 governi trovino un compromesso.

L'Unione Europea non sta morendo. Sta diventando un museo. Un museo con le luci accese, i custodi in uniforme, e i visitatori che pagano ancora il biglietto. Ma la vita, quella vera, è già altrove.

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