Quando il giornale diventa un costo

by Rollo


Quando il giornale diventa un costo

Il 4 febbraio 2026 il Washington Post ha licenziato un terzo della sua redazione. Trecentodieci giornalisti su ottocento, intere sezioni eliminate: sport, libri, il podcast quotidiano "Post Reports." L'intera squadra per il Medio Oriente, il capo della sede del Cairo, i corrispondenti da Cina, Iran, Turchia. Tutti i fotoreporter. Il desk locale di Washington, quello che copre la città in cui il giornale è nato, ridotto da quaranta cronisti a dodici. L'editor esecutivo Matt Murray ha spiegato la decisione in una videochiamata Zoom da cui erano assenti sia il proprietario Jeff Bezos sia l'editore Will Lewis. Murray ha parlato di "reset strategico" e ha indicato come cause principali l'intelligenza artificiale e il crollo della ricerca organica: "dimezzata negli ultimi tre anni."

Marty Baron, direttore del Post dal 2012 al 2021, l'uomo che guidò la redazione durante il primo mandato Trump e supervisionò la copertura che valse al giornale due Pulitzer, ha definito quel mercoledì "uno dei giorni più bui nella storia di una delle più grandi organizzazioni giornalistiche del mondo." Baron non ha esitato a indicare il responsabile: "I disgustosi tentativi di Bezos di ingraziarsi il presidente Trump hanno lasciato una macchia particolarmente brutta. Questo è un caso di studio di distruzione di un brand quasi istantanea e autoinflitta."

Murray dà la colpa all'AI e al mercato. Baron dà la colpa a Bezos. La verità, come spesso accade, sta nella struttura degli incentivi, non nelle narrazioni dei protagonisti.

Jeff Bezos ha comprato il Washington Post nel 2013 per 250 milioni di dollari. Il suo patrimonio attuale è stimato in circa 253 miliardi. Il Post perde circa 100 milioni l'anno. Questo significa che Bezos potrebbe coprire le perdite del giornale per oltre 2.500 anni senza scalfire il proprio patrimonio, calcolando solo la ricchezza attuale e ignorando i rendimenti futuri. La perdita annuale del Post rappresenta lo 0,04% del patrimonio di Bezos: meno di quanto un famiglia con centomila euro di risparmi spenderebbe per un caffè al mese.

Il punto, quindi, non è che il Post non è sostenibile. Il punto è che il Post non è più conveniente.

Qui emerge il meccanismo che vale la pena osservare, perché è lo stesso che abbiamo visto all'opera nel caso Epstein con Mandelson e Starmer: il calcolo costi-benefici della protezione e dell'associazione. Quando Bezos comprò il Post, il giornalismo investigativo era un asset reputazionale. Possedere il giornale che teneva sotto pressione il potere politico conferiva a Bezos una sorta di immunità civica: era il miliardario che investiva nella democrazia. "Democracy Dies in Darkness" non era solo uno slogan; era un posizionamento strategico.

Ma gli incentivi si sono riallineati. Amazon Web Services ha contratti con il governo federale per miliardi di dollari l'anno: un contratto da 10 miliardi con la NSA nel 2021, una quota di un contratto da 9 miliardi con il Pentagono nel 2022, contratti con la CIA per il cloud computing e con l'ICE per oltre 140 milioni. Blue Origin, la compagnia spaziale di Bezos, ha ottenuto un contratto NASA da 3,4 miliardi nel 2023 e compete per 5,6 miliardi in contratti di lancio per il Pentagono fino al 2029. In questo contesto, un Washington Post combattivo e indipendente non è più un asset: è un rischio operativo.

La sequenza è istruttiva. Nell'ottobre 2024, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, Bezos blocca un editoriale già scritto dalla redazione a favore di Kamala Harris. Lo stesso giorno in cui la notizia della mancata pubblicazione circola, Trump viene visto incontrare il CEO di Blue Origin. Robert Kagan, editorialista del Post da vent'anni, si dimette immediatamente e parla di "quid pro quo." All'inizio del 2025, il Post annuncia che la sezione opinioni non pubblicherà più nulla che si opponga alle "libertà personali e al libero mercato": una linea editoriale che di fatto esclude la critica sistematica al potere corporativo. Nei mesi successivi, una serie di giornalisti di alto profilo lascia il giornale. Febbraio 2026: i licenziamenti di massa.

Ogni passaggio segue la stessa logica incrementale. Il costo di mantenere un giornalismo indipendente aumenta con ogni contratto governativo che Amazon e Blue Origin devono negoziare o rinnovare. Il beneficio reputazionale di possedere il Post diminuisce con ogni articolo critico che irrita l'amministrazione. A un certo punto le curve si incrociano e la decisione si prende da sola, o meglio, si presenta come "inevitabile" e "strategica" quando in realtà è il risultato naturale di un riallineamento di incentivi che era visibile da anni.

Murray ha detto che la redazione "troppo spesso scrive da una prospettiva, per una fetta del pubblico." È una frase rivelatrice. Non dice che il giornalismo era di bassa qualità. Dice che era rivolto al pubblico sbagliato: quello che si aspetta un giornale che faccia il suo mestiere di contropotere. Il nuovo pubblico a cui il Post vuole rivolgersi è quello che non crea problemi ai rapporti commerciali del proprietario.

Il caso del Post illumina un pattern più ampio che riguarda l'intero settore dei media quando incontrano la proprietà dei super-ricchi. Il giornalismo investigativo di qualità ha un costo finanziario modesto nel bilancio di un miliardario e un valore democratico enorme per la società. Ma nel calcolo individuale del proprietario, quel valore democratico non compare: compare solo il rischio che un articolo ben documentato possa compromettere un contratto governativo da miliardi, irritare un partner commerciale o attirare l'attenzione regolatoria su altre attività del gruppo. Le esternalità positive del giornalismo, cioè il beneficio che produce per la società nel suo complesso, non entrano nell'equazione privata del proprietario. È lo stesso meccanismo delle vittime come esternalità nel caso Epstein: il costo esiste, ma chi prende la decisione non è chi lo paga.

C'è un dettaglio che condensa il tutto con una precisione quasi letteraria. Tra i giornalisti licenziati c'è Caroline O'Donovan, la reporter che copriva Amazon per il giornale di proprietà di Amazon. Il suo licenziamento è simultaneamente una riduzione di costi e l'eliminazione di un potenziale imbarazzo. Non serve ipotizzare che qualcuno abbia dato l'ordine esplicito di toglierla dalla redazione: il sistema produce questo risultato naturalmente quando gli incentivi sono allineati in una certa direzione.

La narrazione di Murray sull'AI e sulla search organica non è falsa in senso stretto. La ricerca organica è effettivamente in calo e l'intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le persone accedono alle informazioni. Ma usare questi fattori come spiegazione primaria è come attribuire il naufragio del Titanic esclusivamente alla presenza dell'iceberg senza menzionare la velocità della nave, l'insufficienza delle scialuppe e le decisioni del capitano. I fattori strutturali del mercato media esistono per tutti i giornali. La decisione di Bezos di non investire per affrontarli, dopo aver speso miliardi per Blue Origin e dopo aver accumulato 250 miliardi di patrimonio, è una scelta, non una fatalità.

Baron ha ragione nel suo giudizio, ma la sua analisi non va abbastanza in profondità. Non si tratta di codardia personale di Bezos: si tratta del funzionamento ordinario di un sistema in cui i media sono asset nel portafoglio di individui i cui interessi principali stanno altrove. Quando quegli interessi principali richiedono un buon rapporto con il potere politico, il giornalismo indipendente passa da asset a passivo e il suo destino è segnato.

La questione che resta aperta, per chiunque osservi le dinamiche strutturali del potere, non è se il giornalismo indipendente sopravviverà: sopravviverà in qualche forma perché la domanda di informazione verificata esiste. La questione è se il modello di proprietà miliardaria dei media sia strutturalmente compatibile con il giornalismo indipendente, o se produca inevitabilmente questo tipo di esito ogni volta che gli interessi commerciali del proprietario entrano in conflitto con la funzione civica del giornale. I dati empirici, dal Post a molte altre testate passate attraverso lo stesso ciclo, suggeriscono che il conflitto si risolve sempre a favore degli interessi commerciali. Non per malvagità individuale, ma perché il sistema è progettato così.

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