Quando la Corte Suprema ricorda al presidente chi decide le tasse

Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto qualcosa che non succedeva da decenni: ha detto a un presidente che imporre dazi non è affar suo. Sei giudici contro tre, sentenza Learning Resources, Inc. v. Trump, e il Chief Justice Roberts ha scritto una frase che vale più di mille editoriali: "IEEPA non contiene alcun riferimento a dazi o imposte. Il governo non indica alcuno statuto in cui il Congresso abbia usato la parola 'regolamentare' per autorizzare la tassazione. E fino ad ora nessun presidente ha mai interpretato IEEPA come conferimento di tale potere." Fine della discussione, almeno su quel fronte.
Ma la storia interessante non è la sentenza in sé. La storia interessante è quello che è successo nelle ore successive, perché rivela un meccanismo costituzionale che funziona esattamente come i suoi progettisti lo avevano immaginato 250 anni fa, anche quando sembra non funzionare affatto.
Nel giro di poche ore dalla decisione della Corte, Trump ha firmato un ordine esecutivo che invoca la Section 122 del Trade Act del 1974, imponendo una sovrattassa del 10% su tutte le importazioni (poi alzata al 15%, il massimo consentito dalla legge). I nuovi dazi sono entrati in vigore l'altro ieri, 24 febbraio, lo stesso giorno in cui il presidente ha tenuto il suo primo State of the Union del secondo mandato. L'Unione Europea ha congelato la ratifica del Turnberry Agreement. Il Giappone chiede garanzie. Il Regno Unito, che aveva negoziato un tetto del 10%, non sa più se il suo accordo regge. Secondo i dati dello Yale Budget Lab, i dazi IEEPA già incassati ammontano a circa 165 miliardi di dollari che probabilmente andranno rimborsati; il Penn Wharton Budget Model stima fino a 175 miliardi.
Per capire cosa sta succedendo davvero bisogna tornare al 15 agosto 1971, quando Richard Nixon andò in televisione e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più convertito dollari in oro. Sepolto dentro quell'annuncio c'era qualcosa di più immediatamente dirompente: una sovrattassa del 10% su tutte le importazioni. Nixon usò il Trading with the Enemy Act del 1917, un predecessore concettuale dell'IEEPA, per imporla. La logica economica era brutale: il deficit della bilancia dei pagamenti peggiorava da anni, i governi stranieri convertivano dollari in oro a ritmo accelerato, le riserve americane si prosciugavano. Il Segretario al Tesoro John Connally decise che il "benigno disinteresse" aveva fatto il suo corso.
L'economista Robert Hormats, all'epoca nello staff del Consiglio di Sicurezza Nazionale, descrisse la sovrattassa come "una leva negoziale per ottenere rivalutazioni valutarie appropriate". Paul Volcker, allora sottosegretario al Tesoro per gli affari monetari, riteneva che "il presidente fosse stato convinto che la sovrattassa fosse sia una tattica negoziale essenziale sia un modo per attirare consenso pubblico". Funzionò: entro dicembre 1971 lo Smithsonian Agreement stabilì nuove parità di cambio e Nixon revocò la sovrattassa.
Ma l'episodio lasciò il Congresso profondamente a disagio. Il presidente aveva agito sotto un'autorità legalmente discutibile, imponendo una tassa significativa sulle importazioni senza autorizzazione congressuale esplicita. La Customs Court stabilì che la sovrattassa del 1971 mancava di autorizzazione legale. Quando il Congresso scrisse il Trade Act del 1974, il precedente Nixon era esattamente l'evento a cui stava rispondendo. La domanda era se il presidente dovesse avere questo tipo di autorità , e se sì, a quali condizioni. La risposta fu la Section 122: autorità esplicita, ma inscatolata. Tetto massimo del 15%. Durata massima 150 giorni. Nessuna estensione senza voto del Congresso. Copertura ampia e uniforme dei prodotti, non protezione settoriale. Il Congressional Research Service nota che i legislatori dell'epoca non si aspettavano che venisse usata granché nel mondo post-Bretton Woods dei tassi di cambio fluttuanti.
Ecco il paradosso che nessuno sta evidenziando con sufficiente chiarezza. La Section 122 fu creata nel 1974 specificamente per limitare il potere presidenziale sui dazi dopo che Nixon ne aveva abusato. Mezzo secolo dopo, Trump la invoca come piano B dopo che la Corte Suprema gli ha tolto il piano A. Lo strumento progettato per contenere l'eccesso esecutivo diventa il rifugio dell'esecutivo contenuto. È come se un ladro, bloccato dalla porta blindata che il padrone di casa ha installato dopo il primo furto, entrasse dalla finestra che il padrone di casa aveva aperto per far circolare l'aria.
Ma la finestra è piccola, e questo è il punto. La Section 122 ha vincoli strutturali che cambiano radicalmente la dinamica del potere. Centocinquanta giorni significa che il 24 luglio 2026 i dazi scadono automaticamente, a meno che il Congresso non li estenda con un voto. Questo sposta il centro di gravità della politica commerciale americana dall'ufficio ovale a Capitol Hill, esattamente come la Costituzione prevede. In un anno di elezioni di metà mandato, con i sondaggi che mostrano il 60% di disapprovazione e il supporto sull'immigrazione in caduta libera, il voto per estendere i dazi diventa una scelta politicamente tossica per ogni membro del Congresso in un distretto contendibile.
C'è poi la questione della base legale. La Section 122 richiede "problemi fondamentali di pagamenti internazionali": deficit gravi della bilancia dei pagamenti, rischio imminente di deprezzamento significativo del dollaro, cooperazione nella correzione di squilibri internazionali. Gita Gopinath, economista di Harvard ed ex direttrice della ricerca al Fondo Monetario Internazionale, sostiene che gli Stati Uniti non hanno un problema di bilancia dei pagamenti nel senso tecnico del termine, perché questo tipo di crisi esiste solo quando un paese sta perdendo accesso ai mercati finanziari, segnalato da un aumento brusco dei costi di finanziamento. I sostenitori dell'amministrazione ribattono che il Congresso approvò la Section 122 dopo che gli Stati Uniti erano già passati ai tassi fluttuanti, quindi il concetto di "deficit di bilancia dei pagamenti" va interpretato in senso più ampio del mero esaurimento di riserve. La questione finirà quasi certamente davanti ai tribunali, aprendo un secondo fronte giudiziario.
Il meccanismo che emerge è quello che i progettisti della Costituzione americana chiamavano "ambizione che contrasta ambizione", il principio descritto da James Madison nel Federalista n. 51. La Corte Suprema riafferma che il potere di tassazione appartiene al Congresso. Il presidente reagisce trovando uno strumento alternativo. Ma quello strumento ha un timer incorporato che riporta la questione al Congresso. Il Congresso dovrà votare in piena campagna elettorale. Gli elettori esprimeranno il loro giudizio a novembre. Il sistema non impedisce al presidente di agire; lo costringe a cercare autorizzazione democratica entro un termine definito.
Lo State of the Union di ieri sera ha messo in scena questo meccanismo con una precisione quasi teatrale. Trump ha definito la sentenza "una sfortunata decisione" e "un coinvolgimento sfortunato della Corte Suprema" con il Chief Justice Roberts seduto a pochi metri, immobile, le mani incrociate sulla toga. Accanto a lui Barrett e Kagan, che avevano votato con la maggioranza, e Kavanaugh, autore del dissenso. Trump li aveva salutati uno a uno entrando nella camera; poche settimane fa li aveva attaccati pubblicamente chiamando la sentenza "una disgrazia". La scena ricordava il 2010, quando Obama criticò la sentenza Citizens United davanti ai giudici durante il suo State of the Union e il giudice Alito fu ripreso mentre mormorava "non è vero". Roberts commentò in seguito che se il discorso presidenziale era degenerato in un "raduno politico", non capiva perché la Corte dovesse partecipare. Sedici anni dopo, eccolo lì di nuovo.
Ma il passaggio più rivelatore del discorso non è stato il commento sulla sentenza. È stata l'affermazione che "l'azione del Congresso non sarà necessaria" per mantenere i dazi in vigore. Questo è strutturalmente falso. La Section 122 prevede esplicitamente che i dazi scadano dopo 150 giorni "a meno che non vengano estesi da un atto del Congresso". Il presidente può teoricamente lasciarli scadere e dichiarare una nuova emergenza di bilancia dei pagamenti per riavviare il timer, ma è un espediente che quasi certamente finirebbe davanti ai tribunali. L'altro segnale significativo: in un discorso di 107 minuti, il più lungo nella storia recente, la Cina non è stata menzionata nemmeno una volta. Il presidente che ha costruito una guerra commerciale globale attorno al confronto con Pechino non ha speso una parola sul suo avversario principale. Probabilmente perché il viaggio a Pechino è previsto per il mese prossimo, e arrivarci con i dazi IEEPA invalidati dalla Corte cambia radicalmente il rapporto di forza al tavolo negoziale.
Niente di tutto questo significa che il sistema dei contrappesi funzioni in modo indolore. I 133 miliardi di dollari di dazi IEEPA incassati illegalmente sono un problema enorme. Le aziende che hanno pagato quei dazi stanno già facendo la fila per i rimborsi, ma il processo potrebbe richiedere 12-18 mesi secondo le stime di TD Securities. Chi ha assorbito i costi senza trasferirli ai consumatori ha subìto un danno economico reale sulla base di un'autorità che la Corte ha dichiarato inesistente. Il giudice Kavanaugh, nel suo dissenso, ha criticato la maggioranza per aver schivato la questione dei rimborsi. Ieri sera il Segretario al Tesoro Scott Bessent, interpellato a margine del discorso, ha rifiutato di impegnarsi sui rimborsi, dicendo che l'amministrazione "aspetterà di vedere cosa dice il tribunale inferiore". Tradotto: mesi di contenzioso prima che un dollaro torni indietro. E i partner commerciali che hanno negoziato accordi basati sulla minaccia dei dazi IEEPA si trovano ora in un limbo contrattuale: la leva che ha prodotto quei deal non esiste più legalmente, ma i deal stessi restano formalmente in piedi. Jamieson Greer, il rappresentante commerciale, insiste che "gli accordi reggono", ma Bernd Lange, presidente della commissione commercio del Parlamento Europeo, ha definito la situazione "puro caos tariffario" e ha sospeso il lavoro legislativo di ratifica.
Chi progetta sistemi organizzativi riconosce immediatamente il pattern. È lo stesso meccanismo che si osserva quando un'azienda costruisce tutta la propria strategia su una singola risorsa critica controllata da terzi: funziona finché funziona, poi un singolo punto di fallimento fa crollare l'intera architettura. Trump aveva costruito l'intera politica commerciale del secondo mandato sull'IEEPA perché offriva velocità (nessuna indagine preliminare richiesta), ampiezza (nessun tetto alle tariffe), durata (nessun limite temporale) e flessibilità (tariffe diverse per paesi diversi). La Section 122 offre solo la velocità , ma con tetto al 15%, limite a 150 giorni e obbligo di copertura uniforme. È come passare da un coltello da chef a un temperino: taglia ancora, ma la gamma di operazioni possibili si riduce drasticamente.
La domanda strutturale che i mercati e i partner commerciali dovranno porsi nei prossimi mesi è se questa transizione rappresenti un ridimensionamento permanente o un interregno caotico. L'amministrazione sta già avviando nuove indagini sotto Section 232 (sicurezza nazionale) e Section 301 (pratiche commerciali sleali) per ricostruire un'architettura tariffaria permanente che non dipenda da poteri d'emergenza. Ma queste indagini richiedono mesi. Nel frattempo, il "tariff cliff" del 24 luglio incombe. E le elezioni di novembre rendono ogni mossa congressuale un calcolo elettorale.
Il parallelo con Nixon è istruttivo anche nel suo esito. La sovrattassa del 1971 durò quattro mesi e produsse esattamente quello che doveva produrre: una rinegoziazione degli assetti monetari globali. Era uno strumento temporaneo con un obiettivo preciso. La Section 122 del 2026 viene usata come surrogato d'emergenza di una politica permanente, il che è strutturalmente diverso. Nixon sapeva cosa voleva ottenere e usò la sovrattassa come leva per ottenerlo. La questione aperta è se l'attuale amministrazione abbia un obiettivo altrettanto definito o stia comprando tempo mentre ricostruisce le fondamenta legali della propria politica commerciale.
Per chi opera in contesti dove le decisioni si misurano in centinaia di milioni, il segnale è chiaro: l'incertezza regolatoria americana sui dazi non si è risolta con la sentenza della Corte Suprema, si è trasformata. Da un regime illegale ma stabile si è passati a un regime legale ma intrinsecamente temporaneo. Pianificare supply chain, investimenti e pricing su un orizzonte che non va oltre il 24 luglio 2026 senza sapere cosa viene dopo non è strategia: è navigazione a vista. E la nebbia, in questo caso, è destinata a diradarsi solo quando il Congresso sarà costretto a fare quello che la Costituzione ha sempre previsto che facesse: decidere.
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