Quando la Svizzera tradisce sé stessa

Vivo in Svizzera da abbastanza tempo per riconoscere il pragmatismo svizzero quando lo vedo all'opera e per accorgermi quando manca. Il sistema politico federale si è costruito negli ultimi centosettant'anni come una macchina di compromesso pragmatico, decisione iterativa, sintesi calibrata, concordanza nei sette consiglieri federali, sistema di milizia in parlamento, referendum come correttivo lento e ponderato, governance cantonale come laboratorio distribuito. Tutto questo produce decisioni di mediazione, raramente brillanti, quasi mai radicali, ma generalmente robuste perché tengono insieme interessi multipli attraverso meccanismi di calibrazione progressiva. È il modello che gli stranieri come me ammirano e talvolta non capiscono, è quello che io chiamo da anni "Swiss Framework" e cioè la capacità di ascoltare ogni argomento e rispondere con cortesia immobile.
Il 14 giugno questo paese vota un'iniziativa che, presa nei suoi effetti strutturali invece che nelle sue intenzioni dichiarate, contraddice esattamente quella tradizione. E il fatto che i sondaggi di gfs.bern diano il 48% di favorevoli contro il 41% di contrari è il sintomo da analizzare clinicamente, non l'esito politico da commentare.
L'iniziativa "No a una Svizzera da dieci milioni", promossa dall'UDC e in scheda fra tre settimane, viene presentata dal comitato del sì come risposta articolata a sette problemi distinti che sono carenza di alloggi e affitti crescenti, pressione sul sistema sanitario, abbassamento degli standard formativi nelle scuole, compressione salariale verso il basso, sovrarappresentazione degli stranieri nelle statistiche di criminalità , infrastrutture al limite con treni e strade sovraffollati, stagnazione del PIL pro capite dal 2007 in poi. A questi sette si aggiunge un argomento meta, che il comitato ripete in chiave identitaria: "abbiamo perso il controllo", il popolo svizzero deve poter decidere autonomamente la propria politica migratoria invece di subirla. Argomento doppio, perché funziona simultaneamente verso l'interno come rivendicazione popolare e verso l'esterno come messaggio negoziale a Bruxelles, in un momento in cui il pacchetto Bilaterali III firmato il 2 marzo 2026 ridefinisce i termini dell'interdipendenza Svizzera-UE
L'articolazione è seria, le evidenze citate a sostegno sono spesso verificabili. Il PIL pro capite svizzero ha effettivamente avuto una crescita modesta negli ultimi quindici anni nonostante l'aumento della popolazione. la compressione salariale nei settori a bassa qualificazione è documentata ed è uno dei pochi punti su cui frange sindacali e UDC condividono la diagnosi. Le infrastrutture in alcune aree, in particolare il nodo di Zurigo-Zugo e l'asse del lago Lemano, sono effettivamente sotto pressione strutturale e la carenza di alloggi accessibili nei cantoni economicamente dinamici è un fatto, non un'opinione.
Il problema non è quindi se il comitato del sì identifichi problemi reali perché non ci sono dubbi, il problema è il meccanismo logico che tiene insieme i sette argomenti, e che converge in una sola leva di intervento. Il dispositivo retorico è ricorsivo. "L'immigrazione causa il problema X, quindi limitarla risolve X." Vale per la sanità , vale per la formazione, vale per i salari, vale per le infrastrutture, vale per l'abitativo. Sette problemi, una causa, una leva. È un dispositivo elegante perché concentra l'attenzione, ma è anche il punto in cui la tradizione svizzera del compromesso pragmatico viene tradita, perché ognuno di quei sette problemi ha cause strutturali specifiche, interne, indipendenti dalla libera circolazione e nessuna delle cause strutturali viene toccata dal voto.
Prendiamo l'abitativo, l'argomento che il pezzo Reuters firmato da Dave Graham venerdì 22 maggio racconta dal villaggio di Knonau, a un passo da Zugo, che è raddoppiato dal 1990, l'installatore di pannelli solari di cinquantaquattro anni vede la propria casa di famiglia trasformata in palazzina con garage sotterraneo, valuta di trasferirsi all'estero. Storia vera, raccolta sul campo, replicabile in cantoni diversi. Ma i prezzi nel cantone di Zugo, che Knight Frank nel Wealth Report 2026 colloca al terzo posto mondiale per scarsità nel segmento prime, ventotto metri quadrati per un milione di dollari dietro solo Monaco e Hong Kong, non si spiegano con il portoghese che lavora nella ristorazione. Si spiegano con un design fiscale cantonale costruito negli ultimi quarant'anni per attrarre capitale e persone fisiche ad altissimo reddito da tutto il mondo. L'aliquota societaria di Zugo è sotto la media svizzera di due virgola sette punti percentuali ed è significativamente sotto Regno Unito, Francia, Italia e Germania. Il direttore delle finanze cantonali Heinz Tännler riconosce a Reuters che Zugo è "vittima del proprio successo". Non era un effetto collaterale ma era il meccanismo previsto.
L'iniziativa del 14 giugno chiude la libera circolazione con l'UE. Non tocca il design fiscale di Zugo, non tocca l'ultra-mobilità del capitale globale che lo stesso Wealth Report 2026 descrive come "dip-in, dip-out lifestyle" delle élite patrimoniali in fuga da tassazioni più aggressive. Ottantanove nuovi UHNWI al giorno entrano nello stock globale secondo il rapporto, e il cantone di Zugo è ottimizzato esattamente per intercettarli. Tutto questo resta intatto qualunque sia l'esito del voto.
La stessa logica vale per la sanità . La Svizzera ha un tasso di disoccupazione al 2,2%, livello che da qualsiasi manuale di economia del lavoro qualifica come piena occupazione strutturale. Ci sono carenze gravi documentate in infermieri, medici, sviluppatori, ingegneri della transizione energetica, edilizia specializzata. La pipeline formativa interna richiede anni per produrre queste figure, anche aumentando immediatamente i posti universitari. Nel frattempo, l'80% dei nuovi immigrati nel primo semestre 2025 ha trovato impiego proprio nel settore terziario, sanità inclusa. La risposta dell'UDC all'argomento è interessante perché ribalta la cornice: pre-2002, prima della libera circolazione, "il sistema sanitario funzionava senza dover importare personale medico per assistere altri immigrati". È una contro-narrazione che presenta come problema quello che è la soluzione attuale e che presuppone una popolazione e una struttura demografica ferme a vent'anni fa. Né l'una né l'altra reggono come ipotesi.
Sulla formazione lo schema è identico. L'abbassamento degli standard scolastici, se esiste, ha cause cantonali (politica didattica, formazione degli insegnanti, finanziamento scolastico) che dipendono dalle decisioni dei Dipartimenti cantonali dell'educazione, non dalla quota di stranieri iscritti. Sui salari, la compressione nei settori a bassa qualificazione è regolabile attraverso contratti collettivi nazionali, misure di accompagnamento, ispettorati del lavoro più aggressivi, tutto ciò che fa parte del set di strumenti svizzeri tradizionali nel mercato del lavoro. Sulle infrastrutture, gli investimenti ferroviari e autostradali sono decisioni della Confederazione e dei Cantoni, calibrabili indipendentemente dal voto del 14 giugno. Sul PIL pro capite, la diagnosi UDC è strutturalmente miope perché ignora che la stagnazione del PIL pro capite svizzero coincide con un periodo in cui il PIL pro capite di quasi tutti i paesi avanzati ha rallentato per ragioni macroeconomiche globali (post-crisi 2008, post-pandemia, transizione energetica) che non hanno nulla a che vedere con la libera circolazione.
Ognuno dei sette argomenti, preso separatamente, ammette una calibrazione di policy specifica, ma insieme, sotto la cornice "limitare l'immigrazione", non ammettono altro che il dispositivo binario referendario.
Ed è qui che la rottura con la tradizione svizzera diventa interessante clinicamente perchè ll referendum binario applicato a un fenomeno multifattoriale è una forma di decisione inadatta al problema, perché elimina esattamente quella calibrazione iterativa che è il marchio distintivo del sistema politico elvetico. Non si tratta di valutare se il popolo abbia o meno il diritto di esprimersi (lo ha, ed è giusto che lo abbia) ma si tratta di osservare che lo strumento decisionale "sì o no alla libera circolazione" non permette le sintesi parziali, le revisioni progressive, gli aggiustamenti graduali che lo stesso sistema svizzero usa abitualmente in tutti gli altri ambiti di policy.
Il pattern non è nuovo. La Svizzera l'ha già osservato il 9 febbraio 2014, quando l'iniziativa "Contro l'immigrazione di massa", pure UDC, passò con il 50,3% contro previsioni dei sondaggi che davano il no al 55%. Cosa ha prodotto, dodici anni dopo? I prezzi delle prime locations svizzere hanno continuato a salire, perché il driver di quei prezzi non era il lavoratore europeo. Le carenze di personale sanitario e tecnico si sono aggravate, perché il rallentamento dei flussi UE non è stato compensato. La posizione contrattuale svizzera con Bruxelles si è erosa progressivamente, lasciando il paese in una posizione negoziale più debole nel pacchetto di accordi bilaterali in costruzione oggi e quel pacchetto include il rinnovo del contributo svizzero alla coesione, due tranche già versate da 1,3 miliardi di franchi ciascuna e ridisegna l'architettura di un'interdipendenza che il voto del 14 giugno verrebbe a destabilizzare ulteriormente. La struttura dei prezzi nei segmenti UHNWI è rimasta intatta e su nessuno dei sette argomenti che il comitato del sì usa oggi per il 2026, il voto del 2014 ha prodotto un miglioramento misurabile. Su diversi, ha prodotto un peggioramento.
Lo stesso pattern, su scala diversa e con dispositivi istituzionali differenti, lo ha osservato il Regno Unito nel 2016. David Cameron portò il referendum su Brexit come strumento di calibrazione interna al partito conservatore, convinto che il dispositivo binario avrebbe risolto un problema politico circoscritto. Il popolo lo trasformò in dispositivo binario su un sistema multifattoriale (immigrazione, sovranità , regolamentazione, identità ) e dieci anni dopo i costi sono distribuiti in modo asimmetrico rispetto alle promesse. Le applicazioni di personale infermieristico dall'UE al registro britannico crollarono dell'87% nell'anno successivo al voto al punto che Il NHS britannico ha dovuto riconvertire la propria pipeline di reclutamento verso paesi "red list" classificati dall'OMS come a carenza critica di personale sanitario, sottraendo medici e infermieri a sistemi sanitari più fragili del britannico. Le posizioni vacanti si sono moltiplicate, non ridotte e lo stesso schema lo ritroviamo nella manifattura specializzata, nell'agricoltura e nei servizi.
Il punto strutturale è che entrambi i casi, 2014 svizzero e 2016 britannico, mostrano la stessa dinamica: un sistema politico tradizionalmente pragmatico, sotto pressione di frustrazione accumulata su problemi reali ma multifattoriali, produce un dispositivo binario che la propria tradizione decisionale considererebbe inadeguato in qualunque altro ambito. Nessuno svizzero accetterebbe che la politica energetica, o quella dei trasporti, o quella sanitaria, fossero decise con un singolo referendum binario. Sarebbero discusse cantone per cantone, settore per settore, con strumenti di calibrazione iterativa che permettono aggiustamenti. Per la libera circolazione con l'UE, no. Per quella è ammesso lo strumento binario.
E qui è dove il sintomo politico-culturale diventa interessante. La domanda non è perché l'UDC proponga lo strumento binario, è coerente con la propria posizione politica e ne fa uso da quarant'anni. La domanda è perché il sistema politico svizzero, nel suo insieme, non riesca a produrre lo strumento alternativo, la calibrazione iterativa, il compromesso pragmatico tipico della propria tradizione, su questo specifico tema. La risposta non sta nell'UDC, sta nella debolezza degli altri attori politici nel costruire un linguaggio che riconosca i problemi (perché sono reali) e proponga risposte calibrate sui meccanismi strutturali specifici (design fiscale cantonale, pipeline formativa, contratti collettivi, investimenti infrastrutturali) invece che sulla leva unica della limitazione migratoria.
In assenza di quel linguaggio alternativo, lo strumento binario diventa l'unico disponibile e il popolo lo userà . Non perché sia sbagliato (il diritto di esprimersi è sacrosanto), ma perché il sistema politico non gli ha offerto niente di meglio. È esattamente quello che è successo in Gran Bretagna, dove la mancanza di una proposta articolata "remain and reform" dentro al partito laburista e dentro al fronte europeista lasciò il dispositivo binario di Cameron come unica forma decisionale disponibile. Quello che si vede oggi è il costo di quell'assenza.
Il 14 giugno la Svizzera farà una scelta. Qualunque sia l'esito, vale la pena osservare che il modo con cui questa scelta viene posta contraddice la sua stessa tradizione politica. Non è un problema dell'UDC, che fa il proprio mestiere. È un problema del sistema politico nel suo insieme, che non ha ancora articolato lo strumento alternativo capace di trattare un fenomeno multifattoriale con la calibrazione iterativa che è stata, per oltre un secolo, la firma del modo svizzero di decidere. Il pattern è già stato osservato. L'esito, qualunque sia, è già parzialmente prevedibile. Quello che resta da capire è quando, e attraverso quali strumenti istituzionali alternativi, la Svizzera tornerà al proprio modo abituale di affrontare problemi complessi, che è quello che mi ha fatto innamorare di questo paese.
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