Quando Londra inizia a sembrarti selvaggia

Fondamentalmente sono un ragazzo di campagna, cresciuto in Franciacorta, tra i vigneti e certe abitudini lente e popolari che nella mia terra erano il modo di vivere. Da adulto ho scelto di vivere in Svizzera, ma Londra, dove lavoro e vivo per buona parte dell'anno, è la mia seconda casa da quando ero piccolo e le regole sociali di certi suoi ambienti non le ho mai davvero imparate, o forse le ho imparate solo per finta e ogni tanto le sentivo strette. Quel modo di parlare RP English che nasconde una gerarchia, quella conversazione codificata che ti misura senza guardarti, quella pressione sociale costante che impone di essere appropriato in continuazione. Qui a Canary Wharf e mi rendo conto che suona strano, quella pressione non c'è. Non so spiegarlo bene ma so che a parte le mie camminate sul Thames Path, lascio raramente Canary Wharf quando sono in città , perché per me Londra ormai è questa e non il casino di Leichester Square che tanto stupisce i turisti.
Ieri ho fatto il Thames Path girando intorno all'Isle of Dogs: parti da Westferry Rd., scendi al fiume e cammini per un'ora abbondante seguendo l'acqua che gira, fino a tornare al punto da cui sei partito. È un cerchio quasi perfetto, e camminandolo capisci una cosa che dall'alto del 37esimo piano non si vede: Canary Wharf non è un quartiere ma un'isola dentro un'isola che, tra l'altro si chiama Isle of Dogs ma non è nemmeno un' isola vera.
Tutto attorno ci sono le community vecchie, Cubitt Town, Island Gardens, qualche Range Rover parcheggiata fuori da una palazzina anni Settanta che ha visto giorni migliori, council housing degli anni Trenta accanto a blocchi modernisti dei Sessanta, ricostruzioni post-belliche che si confondono con riqualificazioni più recenti. La Samuda Estate, lungo Manchester Road, è l'esempio perfetto: dal lato nord ha l'aria di un residence vintage rimesso a posto, dal lato sud sembra quasi un ghetto, eppure è lo stesso edificio. Sa di popolare anche dove non lo è più e di non popolare dove dovrebbe esserlo ancora. Si vede che è cresciuto per stratificazione, ma una stratificazione strana, fatta di bombe, ricostruzioni, privatizzazioni e riqualificazioni asimmetriche. Non di continuità . Poi alzi gli occhi e al centro vedi le torri e capisci che il rapporto tra il dentro e il fuori non è di gradiente. È di soglia.
Due giorni prima avevo fatto l'altro Thames Path, quello che da qui porta verso Tower Bridge passando per Wapping, Shadwell, Limehouse ed anche lì quartieri carini, edifici nuovi di altissimo standing che si affacciano sul fiume, prezzi al metro quadro che farebbero impallidire mezza Europa. Ma non è la stessa cosa. Lì la ricchezza è distribuita, si mescola con quello che c'era prima, una pinta al pub la prendi accanto a uno che fa il giardiniere e a uno che fa il banker. A Canary Wharf no. A Canary Wharf il pub è dentro il perimetro e dentro il perimetro ci entra solo chi ha un motivo per entrarci.
Una cosa che noti subito, anche se ci metti un po' a metterla a fuoco, è che le auto qui non ci sono, o meglio vedi solo quasi esclusivamente veicoli di servizio, furgoni di consegna, qualche taxi. Eppure sotto i grattacieli ci sono garage che ospitano migliaia di macchine. Ci sono, le macchine e che macchine, sono solo sepolte e nessuno le usa quasi mai. Per uscire chiami Addison Lee, che e' l'equivalente di un NCC col macchinone nero di rappresentanza. Uscire è già un'eccezione e l'eccezione si gestisce con un'app. Il fatto stesso che spostarsi sia raro è il segno che il sistema è internamente completo. C'è la palestra, c'è il supermercato, c'è il ristorante, c'è il dottore, c'è il dentista, c'è il parrucchiere, c'è il dry cleaner. Nel centro commerciale sotterraneo, che è infinito, trovi tutto quello che ti serve per non risalire mai.
E poi ci sono i badge, uno per ogni cosa. Per entrare nel grattacielo dove abito, badge. Per prendere l'ascensore che porta al piano giusto, badge. Per entrare in palestra al 57esimo, badge più QR code, per il cinema al primo piano, per la lounge dei residenti, per tutto. All'inizio è inquietante. Hai la sensazione di essere costantemente verificato, autorizzato, tracciato. Poi ti ci abitui, e dopo qualche settimana il gesto di tirare fuori il telefono e farlo leggere al lettore è automatico come quello di girare la chiave nella serratura di casa. Anzi, lo fai senza nemmeno guardare.
Questo è il punto in cui qualcosa cambia, ma te ne accorgi solo se hai un altro posto a cui tornare. Io ce l'ho, il Mendrisiotto, una casa in Svizzera dove la sicurezza è altissima ma di tipo diverso, ambientale, condivisa. Quando rientro a Londra dopo un periodo lì, la prima sensazione attraversando il centro è che la città mi sembra selvaggia. Trafalgar pieno di turisti, Oxford Street invasa, gente che chiede l'elemosina a Liverpool Street, un livello di rumore e di attrito sociale che prima mi sembrava semplicemente Londra. Adesso mi sembra l'eccezione e Canary Wharf la regola. Il fatto che lo pensi è già il segno che qualcosa nella mia percezione si è spostato.
Domenica mattina, in ascensore per andare in palestra al 57esimo, è entrato un signore cinese sui sessanta. Ci siamo guardati e ci siamo salutati. "Hiya mate" e lui "morning, alright?". Due frasi sul tempo, è davvero arrivata la primavera, sì incredibile dopo l'inverno che abbiamo avuto. Niente di che. Solo che a pensarci dopo, mentre ero alle prese con dei kettlebell swing, mi sono reso conto che quel "mate" da pub di Camden detto al 57esimo piano di un grattacielo di Canary Wharf è il segnale più forte di tutti. Perché è esattamente l'opposto di quello che ti aspetteresti. Ti aspetteresti formalità , distanza, magari un cenno educato e basta. Invece l'intimità è quella di due londinesi adottati qualunque che si incrociano per strada. È casual, è calda, è una cosa da gente che si riconosce, solo che noi non ci eravamo mai visti prima.
Il badge che entrambi avevamo passato due minuti prima aveva già fatto tutto il lavoro di selezione che serviva, non c'è bisogno di performare distanza, perché chi non appartiene non è proprio fisicamente lì. La community che senti in quel "Hiya mate" è una community costruita per sottrazione, dove l'appartenenza è garantita dal sistema, non dalla biografia condivisa. Sembra Cubitt Town in versione verticale, ma Cubitt Town ha quasi due secoli di stratificazione e qui invece l'effetto è prodotto da un QR code sullo smartphone.
La stessa cosa succede con il personale di servizio che incontri ogni giorno. Le guardie di sicurezza all'ingresso del palazzo, le signore delle pulizie che incroci la mattina presto in lobby, i giardinieri che lavorano tra le aiuole del Canary Wharf Estate. Fuori dal perimetro, in un altro contesto urbano, sarebbero invisibili nel modo in cui sono invisibili ovunque le persone che fanno quel tipo di lavoro. Qui no. Qui ci parli, sai come si chiamano, gli chiedi come va il fine settimana. Sono parte del tuo entourage quotidiano, quasi di casa. E loro hanno una dignità che fuori non avrebbero, perché non li tratti come servizio, li tratti come collaboratori che ti aiutano a tenere in piedi questo pezzo di mondo che condividi con loro. Non è un atto morale, è che dentro il perimetro la linea di demarcazione principale non è più tra chi paga e chi serve, ma tra chi è dentro e chi è fuori. E loro, come te, sono dentro. Anche loro passano il badge ogni mattina. Anche loro stanno nel sistema. Il fatto che lavorino e tu no smette di pesare quanto pesa fuori, perché il filtro vero è già stato applicato a monte. Sei più umano dentro perché il sistema ha già selezionato tutti quelli verso cui saresti umano comunque. È una gentilezza vera, ma costruita su una premessa che non vorresti guardare troppo da vicino.
E poi c'è la cosa che mi mette più a disagio ammettere e che probabilmente è il vero motivo per cui sto scrivendo questo pezzo. Anche se in primavera giro in short cargo e maglietta, vestito esattamente come potrebbe essere vestito un turista che si è perso da Greenwich, qui non vengo letto come turista. Vengo letto come uno di loro e lo sento e loro lo sanno che lo sento e nessuno dice niente. I segnali non passano dai vestiti ma passano dal modo in cui ti muovi, dal fatto che non guardi in alto i grattacieli, che entri in Waitrose come se fosse il tuo Waitrose, perché in effetti lo è. Il turista in short si vede a venti metri. Io in short non mi vedo. Stessa stoffa, lettura opposta.
Questo è il momento in cui ti senti speciale anche se non fai niente di diverso da quegli altri fuori dal perimetro delle torri. Non è arroganza, non è una posa e non è una cosa che decidi. È il sistema che ti restituisce quella sensazione strutturalmente, come effetto collaterale del semplice fatto di esserci dentro. E la cosa più strana è che non puoi nemmeno raccontarla a chi non l'ha provata, perché suona inevitabilmente come quello che se la tira. Mentre invece è il contrario. È la confessione che ti hanno messo dentro una bolla così ben costruita che dopo un po' smetti di vedere che è una bolla, e quando torni fuori è il fuori che ti sembra strano.
Credo che si chiami integrazione. Credo.
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