Quelli che rispondono alle mail alle undici di sera

Avete presente quelle persone che rispondono alle mail alle undici di sera mettendo in copia mezzo ufficio, perché la diligenza resti agli atti e quando gli scrivi a mezzogiorno provi già la vaga sensazione di essere in ritardo su qualcosa che non sapevi nemmeno fosse cominciato? Quelli che non si fermano mai, saltano i pranzi, moltiplicano le riunioni che convocano loro stessi, tiene un calendario che a guardarlo da fuori toglie il respiro. La parola che useresti per descriverlo, a bassa voce e davanti a un caffè, è che gira a vuoto, in realta' molto moto e pochi risultati. Questa definizione è sbagliata. Non gira a vuoto affatto. Produce moltissimo, soltanto non la cosa che il suo affaccendarsi dichiara di produrre.
Conviene partire da una distinzione e che smonta il modo consolato in cui di solito si racconta questa storia. La versione comoda dice che costui non ha ancora capito che conta la qualità più della quantità e che basterebbe spiegarglielo con un po' di pazienza. È la classica lettura che fa sentire saggio chi la pronuncia e un po' ottuso chi la subisce ed è quasi sempre falsa, probabilmente piu adatta a dei biscottini della fotruna. Chi corre così non manca di intelligenza ma sta rispondendo, con una precisione che a guardarla bene fa quasi tenerezza, a un sistema che di lui sa leggere una cosa sola.
L'attività si vede nell'istante in cui avviene ma la qualità diventa visibile mesi dopo, quando ormai nessuno ricollega il risultato allo sforzo che lo ha generato, oppure non si misura per niente. In quasi tutte le organizzazioni che ho attraversato il segnale premiato in tempo reale era il movimento, mai l'esito. Mia madre diceva che il lavoro lo vedono tutti ma il tempo non lo vede nessuno. Chi sforna quaranta cose mediocri occupa lo schermo, ha l'aria di reggere la baracca, viene cercato, mentre chi ne fa una buona e poi si ritira a pensare per due settimane scompare dal radar e nel linguaggio non detto dell'ambiente, la sua assenza somiglia pericolosamente a una vacanza. La frenesia, in questa luce, non è un errore di calcolo ma piuttosto la traduzione perfetta di sé in una valuta che chi ti circonda riesce a contare. Stai producendo leggibilità , che è di per sè una merce e pure scarsa.
Poi c'è uno strato sotto, meno presentabile nel quale il moto continuo serve anche e forse soprattutto, a non arrivare mai davanti alla domanda che spaventa: "se mi fermassi, cambierebbe qualcosa?". Finché ti muovi non sei costretto a sapere se il collo di bottiglia sei tu e la domanda resta sempre rimandata al primo momento di quiete che ovviamente viene accuratamente impedito. Ho visto persone tenere in piedi calendari impossibili per anni con l'unico scopo, mai confessato neppure a se stessi, di non concedersi la mezz'ora in cui quella diagnosi sarebbe potuta affiorare. L'essere indaffarati funziona da anestetico, non previene il dubbio sulla propria centralità ma lo addormenta, il che è un servizio diverso e più prezioso.
A questo punto chi legge in modo svelto pensa di aver capito il pezzo e immagina che la conclusione sia un invito a rallentare, respirare, riconoscere il proprio valore al di là dell'output. E invece no, non è questo il pezzo. Esiste un terzo strato e da Italiano cresciuto in una certa cultura del sacrificio lo riconosco senza fatica, anche se non viene da Roma ma da molto più a nord. È l'idea, mai detta e proprio per questo invincibile, che una cosa quieta ed eccellente prodotta senza soffrire non sia davvero meritata. La fatica certifica, l'output da solo non basta a giustificarsi ma serve il logorio a fare da garante morale. Chi vive così non vuole fare di meno, perché fare di meno gli toglierebbe non il risultato ma l'assoluzione.
A guardarlo bene, questo significa che siamo davanti a un comportamento che svolge tre lavori contemporaneamente e di questi tre uno solo, il meno importante, è quello dichiarato. Produce un segnale che l'ambiente sa premiare, poi tiene a bada una verità che gli disintegrerebbe l'autostima ed infine salda un dazio di sofferenza che rende il successo eticamente sostenibile per chi lo ottiene. Tre funzioni nascoste e una sola visibile ed è quasi sempre quella visibile, la più innocua, che pretendiamo di correggere quando proviamo a far ragionare uno così.
Ed è qui che casca l'asino di chiunque voglia aiutare. Provi a spiegargli che la qualità conta più della quantità e lui annuisce, perché lo sa già , lo sapeva prima di te, magari ha pure letto i libri giusti sull'argomento. La consapevolezza non scalfisce il comportamento di un millimetro, per la ragione più semplice e più ignorata e cioe' che la consapevolezza lavora sul livello dichiarato, mentre il comportamento è ancorato ai tre livelli sotto, che restano invisibili anche a chi li agisce. Spiegargli la qualità è come spiegare l'idrostatica a chi sta annegando. Vero, pertinente, perfettamente inutile nell'istante in cui servirebbe.
Quindi la domanda diventa: "come ne escono, quelli così?". Ebbene la risposta è la parte del pezzo che non si scrive volentieri, perché non consola nessuno. Non ne escono per illuminazione, non c'è la conversazione decisiva, il libro che cambia la vita, il mentore che apre gli occhi. Ne escono quando lo sforzo visibile smette di pagare anche solo uno dei dividendi nascosti e di solito accade per cedimento, non per intuizione. Il corpo che molla, l'azienda che li sostituisce mentre erano convinti di essere insostituibili, il momento in cui tutta quella corsa non produce più nemmeno il segnale che la giustificava. È il crollo a fare il lavoro che nessun argomento riesce a fare e solo quando la macchina si ferma da sé, contro la volontà di chi la guidava, quella mezz'ora di quiete temuta diventa inevitabile e la domanda rimandata per anni si presenta tutta insieme.
Conosco il tizio delle mail delle undici di sera, molto bene visto che per un certo tempo sono stato io. Non sono uscito dal loop perché qualcuno mi aveva spiegato qualcosa di intelligente e Dio sa se non me l'avevano spiegato, ma ne sono uscito molto più tardi e in un modo che non augurerei come metodo a nessuno.
La prossima volta che lo guardate correre, e che vi viene voglia di dirgli di rallentare, tenete a mente una cosa sola; non lo state guardando sprecare energia ma lo state guardando saldare un debito di cui non conoscete né l'importo né il creditore.
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