Quello che c'è scritto intorno

by Rollo


Quello che c'è scritto intorno

Sul quadrante di un cronografo degli anni Sessanta, lungo il bordo esterno, corre una scala numerata che parte da un valore molto alto e si stringe verso destra fino a fermarsi attorno al sessanta. Accanto, in piccolo, una parola sola: "tachymetre". Eppure quello strumento non misura la velocità, misura il tempo, come qualsiasi orologio e la velocità gliela regala la scala stampata sul bordo del quadrante, calcolata su una base di mille metri. Cronometri il tempo fra due pietre chilometriche e la scala ti dà i chilometri orari, il meccanismo non sa nulla di tutto questo, sa solo contare i secondi, nient'altro.

Cambia la scala e lo stesso movimento diventa un altro mestiere. Stampa attorno al quadrante una graduazione tarata sulla velocità del suono e il tachimetro diventa telemetro: parti quando vedi il lampo, fermi quando arriva il tuono, la scala ti dà la distanza. Era lo strumento dell'artigliere e dell'ufficiale, che dal bagliore di una bocca da fuoco ricavava quanto fosse lontana. Stampa invece una graduazione tarata su trenta pulsazioni e diventa un pulsometro con cui il medico faceva partire la lancetta, contava trenta battiti, la fermava e leggeva direttamente i battiti al minuto. Un solo congegno e tre mestieri che non si parlano, separati soltanto da ciò che qualcuno ha deciso di scrivere sul bordo.

È qui che conviene fermarsi. L'intelligenza di quegli strumenti non stava nel meccanismo, ovvero negli ingranaggi che chiunque, con pazienza, poteva replicare, ma stava nella taratura del riferimento giusto, nel sapere che per trasformare un misuratore di tempo in un misuratore di velocità bastava conoscere la distanza percorsa e stamparla come costante sulla scala. Il sapere non era nella macchina, era nella scelta della scala e quella scelta presupponeva che qualcuno avesse capito perché il tempo e la velocità, su una distanza nota, sono la stessa informazione vista da due angoli.

Prendo un secondo esempio, più umile e più diffuso. Il medico che conta il polso per quindici secondi e moltiplica per quattro non sta facendo una pigrizia, sta usando un punto di equilibrio fra velocità e precisione che qualcuno, prima di lui, aveva calcolato. Quindici secondi sono abbastanza per avere un campione affidabile, abbastanza pochi per non rubare tempo alla visita, ma il bravo clinico sapeva anche quando quel punto di equilibrio smetteva di reggere per cui davanti a un battito aritmico abbandonava la scorciatoia e contava il minuto intero, perché il campione breve, su un ritmo irregolare, mente. La competenza vera non era la moltiplicazione, era sapere quando la moltiplicazione non vale.

Il terzo esempio sta in un gesto che molti hanno imparato da ragazzi, negli scout e quasi nessuno ha capito. Per orientarsi senza bussola si punta la lancetta delle ore verso il sole e la bisettrice fra la lancetta e il dodici indica il sud. Funziona, non per magia ma perché il sole compie il suo giro in ventiquattro ore mentre la lancetta lo compie in dodici, cioè corre il doppio. Dimezzando l'angolo fra la lancetta puntata al sole e il mezzogiorno del quadrante si compensa esattamente quel rapporto di due a uno e si ritrova la direzione che alle dodici solari coincide col sud. Chi conosce la ragione del gesto sa anche dove fallisce: con l'ora legale, o nell'emisfero australe dove la bisettrice va presa dall'altra parte. Chi lo ripete a memoria, no.

Tre oggetti, una stessa struttura. In ciascuno l'apparecchio è muto e l'intelligenza vive altrove, nella relazione fra ciò che lo strumento misura davvero e ciò che noi vogliamo sapere. Oggi quella relazione si è capovolta, lo strumento è diventato intelligentissimo e l'operatore non sa più cosa accada al suo interno. Il saturimetro da venti franchi conta il polso meglio di qualsiasi clinico e dà pure l'ossigenazione, il navigatore trova il sud in galleria e a mezzanotte, là dove il sole e la lancetta non servirebbero a nulla.

E qui va detta una cosa che la nostalgia preferisce tacere: lo strumento nuovo, quasi sempre, è oggettivamente migliore. Il navigatore batte il metodo del sole in ogni condizione, senza eccezioni che valga la pena difendere. Rimpiangere la bussola solare sarebbe una posa, la vera perdita non è smettere di usare il vecchio metodo, che è una scelta sensata, la perdita è smettere di capirlo. Sono due cose diverse e tenerle distinte è tutto. Si può benissimo affidare il calcolo alla macchina conservando il modello mentale di come quel calcolo si fa. Quello che accade, invece, è che il modello mentale evapora insieme alla pratica e resta solo la fiducia cieca nel numero che compare sullo schermo.

C'è una posizione, in questa storia, che vale, secondo me, la pena isolare. Chi ha attraversato il passaggio dall'analogico al digitale possiede un dato che le generazioni nate dentro lo schermo non possono ricostruire e cioé ha visto i due lati della scatola nera. Sa cosa c'era dentro prima che il coperchio si chiudesse e non è una medaglia generazionale né c'entra l'idea sciocca che prima si fosse migliori, è soltanto una posizione di osservazione. L'unico che può fare il confronto è chi c'era prima e c'è anche dopo. Chi conosce il principio del pulsometro non rimpiange il pulsometro, che era scomodo e impreciso; sa però riconoscere cosa la comodità del saturimetro gli ha fatto smettere di pensare e tiene gli occhi su una domanda che al nativo digitale non si presenta nemmeno: quando lo strumento sbaglia, come faccio ad accorgermene?

Perché questo è il punto che sopravvive a ogni avanzamento tecnico. Lo strumento intelligente sbaglia, talvolta in modo silenzioso e plausibile, restituendo un numero pulito che è falso. Il saturimetro su una mano fredda che dà un valore rassicurante e privo di senso, il navigatore che instrada dentro un fiume perché la mappa è più vecchia del ponte crollato. Chi conosce il meccanismo sotto il numero ha un appiglio per dubitare, chi conosce solo il numero, no. La competenza che resta non è il trucco antico, ovvero saper contare i battiti o leggere il sole, ma la capacità di interrogare la scatola invece di subirla.

Conoscere il meccanismo, allora, non è erudizione né archeologia del gesto ma diventa una forma di libertà dalla delega cieca. Si delega volentieri il calcolo e si fa bene, ma la comprensione la si delega una volta sola e non se ne accorge nessuno, finché un giorno lo strumento dà un numero che andrebbe smentito e intorno al quadrante non c'è più scritto niente che sappiamo leggere.

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