Quello che decide senza parlare

by Rollo


Quello che decide senza parlare

Nella seconda metà degli anni Duemila passavo parecchie ore in una sala di encoding alla Tuscolana, a Roma, dove Microcinema Spa preparava i file per la distribuzione digitale nelle sale. Il lavoro consisteva nel dare in pasto alla macchina un master e aspettare. L'encoder faceva una prima passata sull'intero film, misurava la complessità del movimento fotogramma per fotogramma, poi decideva da solo come distribuire i bit disponibili secondo un criterio tipo molti alle scene con azione veloce, pochi ai campi lunghi immobili e nel mezzo una scala di giudizi che nessuno di noi controllava nel dettaglio. Quella decisione era irreversibile perché finiva nel master di distribuzione, ovvero nella copia che il pubblico avrebbe visto per tutta la vita commerciale del film.

Nessuno, in quella sala, avrebbe mai pensato di chiamarla intelligenza. Si chiamava encoding ed era una voce di listino, un tempo macchina da preventivare, una cosa che ogni tanto sbagliava e allora si rifaceva la passata. Ricordo che quella sala era fredda perché i rack scaldavano e il condizionamento andava tenuto basso e ricordo che la prima passata era il momento in cui si scendeva a prendere il caffè, perché non c'era altro da fare che aspettare che la macchina finisse di formarsi un'opinione sul film.

L'altra metà del lavoro riguardava le chiavi. Un film cifrato che arriva in una sala non si apre da solo, ma gli serve una chiave emessa per quel proiettore specifico, legata al suo certificato, valida in una finestra di date decisa a monte. Costruivamo quel meccanismo su tecnologia Microsoft, prima che lo standard internazionale arrivasse a normarlo e il principio era già quello che vale oggi in ogni sala del mondo. Il sistema verificava e decideva. Se il certificato non corrispondeva, alle venti e trenta con la sala piena il film non partiva e il proiezionista non aveva nessuno a cui chiedere spiegazioni; aveva soltanto un esito.

Qualche anno dopo, nel 2010, quella infrastruttura è confluita in ISIDE, un progetto finanziato dall'Agenzia Spaziale Europea attraverso il programma ARTES, con Microcinema in consorzio insieme a OpenSky, Skylogic e Digital Pictures. Un film pesava più di trecento gigabyte e scendeva a centoventi megabit al secondo usando due satelliti in parallelo, sessanta ciascuno. Arrivò a coprire più del novanta per cento delle sale digitali italiane.

Vent'anni dopo, quel tipo di decisione ha un nome nuovo: intelligenza artificiale. Ha anche un'immagine pubblica, un dibattito parlamentare, un panico esistenziale, una bolla azionaria. Ma il nome nuovo non si è appiccicato a quel tipo di decisione lì, si è appiccicato soltanto alla parte che parla.

Il dato che rende la cosa misurabile viene dalla Food and Drug Administration americana, che dal 1995 tiene un elenco pubblico dei dispositivi medici autorizzati contenenti intelligenza artificiale. A fine 2025 l'elenco contava circa millequattrocentocinquanta dispositivi, di cui il settantasei per cento in radiologia. Il primo autorizzato, nel 1995, era PAPNET, uno strumento di rescreening del pap test che rileggeva vetrini già letti da un occhio umano per pescare quello che l'occhio umano si era perso. Il dettaglio interessante non è la quantità ma un'assenza dato che nessuno di quei dispositivi usa intelligenza artificiale generativa o si appoggia a un modello linguistico. Nessuno. Trent'anni di intelligenza artificiale clinica in produzione su pazienti veri e non c'è una chat da nessuna parte.

Questi sistemi non hanno un'interfaccia conversazionale perché non ne hanno bisogno. Lavorano su input che non sono domande, tipo valori di densità, gradienti di grigio, serie temporali, coordinate. Restituiscono output che non sono risposte ma classificazioni, soglie, allarmi. La forma dello scambio è quella di uno strumento di misura, non quella di un interlocutore ed è precisamente questo che li rende invisibili al dibattito pubblico mentre sono già dentro la catena decisionale che riguarda la salute di milioni di persone.

Da qui nasce l'ipotesi che mi interessa e che espongo come mia, non come dato acquisito e cioè che la visibilità pubblica di una tecnologia non dipende dalla sua potenza né dalla sua diffusione, ma dall'esistenza di una porta d'ingresso conversazionale. Ciò che si può interrogare diventa cultura di massa, ciò che decide senza rispondere a nessuno resta infrastruttura e l'infrastruttura non produce immaginario, produce bollette.

C'è un precedente che regge bene lo scrutinio e viene dalla storia economica. Paul David, in un articolo pubblicato sull'American Economic Review nel maggio del 1990, ricostruisce cosa successe alle fabbriche americane quando arrivò l'elettricità. Nella prima fase gli industriali fecero la cosa apparentemente ovvia: sostituirono la macchina a vapore con una dinamo, mantenendo però l'intero albero di trasmissione centralizzato che distribuiva meccanicamente la potenza a tutti i macchinari. La dinamo era un oggetto singolo, grande, visibile e come tale entrava nella percezione. Solo negli anni Venti si arrivò all'unit drive, ovvero al motore elettrico individuale montato su ogni singola macchina ed è a quel punto che la produttività decolla perché cambia la disposizione fisica del capannone. David argomenta sulla produttività e sul ritardo con cui arriva, mentre l'estensione che faccio io riguarda la percezione ed è un'estensione che lui non fa. Il motore elettrico, moltiplicandosi, sparisce. Oggi in una casa europea media ce ne sono decine e nessuno saprebbe contarli, mentre la parola dinamo è rimasta appiccicata a un secolo che non c'è più.

L'intelligenza artificiale che lavora sui parametri è già nella fase dell'unit drive e per questo talmente distribuita da essere invisibile per saturazione. Quella che parla è ancora nella fase della dinamo, oggetto singolo e celebrato, perché ha una faccia e risponde quando la chiami. Fin qui è osservazione. La parte che rende il ragionamento operativo è successa dodici giorni fa, e vale la pena guardarla con attenzione perché è il tipo di conferma che non ti aspetti così pulita.

Il Regolamento europeo 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus sull'intelligenza artificiale, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 24 luglio 2026 ed è entrato in vigore il 27, sei giorni prima della scadenza che avrebbe dovuto rendere applicabili gli obblighi più pesanti dell'AI Act. Il rinvio riguarda i sistemi ad alto rischio dell'Allegato III, ovvero quelli che operano su valutazione del merito creditizio, selezione del personale, accesso all'istruzione, servizi essenziali: applicazione spostata dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027. Per l'intelligenza artificiale incorporata in prodotti già regolati, dai dispositivi medici ai macchinari, la data slitta al 2 agosto 2028. Quello che invece non è stato rinviato di un giorno è l'articolo 50, gli obblighi di trasparenza e di marcatura dei contenuti generati, in applicazione dal 2 agosto scorso.

Riassumendo la sequenza per come si presenta a un cittadino europeo: da dodici giorni un'immagine generata deve essere etichettata come tale, mentre il sistema che stabilisce se ti concedono un mutuo ha sedici mesi in più di respiro.

La lettura pigra di questo fatto è il complotto e va scartata subito perché non regge. La Commissione ha motivato il rinvio in modo verificabile perchè gli standard armonizzati che CEN e CENELEC avrebbero dovuto produrre non erano pronti e l'infrastruttura di valutazione della conformità che l'AI Act dà per esistente semplicemente non esisteva. In altre parole, il meccanismo è che normare ciò che ha un'interfaccia costa poco, perché basta imporre un'etichetta sull'output e la verifica è immediata; normare ciò che decide su parametri costa moltissimo, perché serve costruire un apparato tecnico capace di ispezionare un processo che nessun cittadino può osservare direttamente. La visibilità e la normabilità coincidono, non per volontà di qualcuno ma perché dipendono dalla stessa proprietà strutturale.

Questo produce una conseguenza che nessuno ha deciso e che tutti subiranno. Il diritto europeo si sta stratificando in fretta intorno a quello che possiamo vedere e interrogare, mentre lascia sedimentare nella prassi, senza contraddittorio, i sistemi che decidono di persone reali su misurazioni che quelle persone non conoscono. Non è che siano nascosti, no anzi, sono pubblici, documentati, in molti casi già autorizzati da agenzie serie. Semplicemente non hanno una bocca con cui rispondere alle obiezioni e il dibattito pubblico funziona a obiezioni.

C'è però un contro-esempio che mi disturba e che non voglio nascondere, perché se lo nascondessi il ragionamento sarebbe più elegante e meno vero. Il nucleare civile non ha mai avuto un'interfaccia conversazionale, non ha mai risposto a nessuno, opera su parametri incomprensibili al pubblico, eppure ha generato per settant'anni il dibattito più acceso che una tecnologia abbia mai prodotto in Europa e ha spostato interi governi. Quindi la mia tesi, presa alla lettera, sarebbe falsa.

Quello che salva il ragionamento e insieme lo corregge, è che il nucleare aveva un'immagine. Aveva il fungo, aveva la torre di raffreddamento, aveva Chernobyl. Non serve un'interfaccia per entrare nell'immaginario collettivo ma basta una figura, qualcosa che l'occhio possa afferrare e la memoria trattenere. La chat è una figura potentissima perché mette la macchina nella posizione dell'interlocutore, che è la posizione più antica che il nostro cervello sappia riconoscere. Il classificatore che legge una mammografia non ha nessuna figura, non ha un fungo, non ha una torre. Ha solo un referto che assomiglia a tutti gli altri referti.

Vale la pena chiedersi cosa servirebbe perché quella cosa lì diventasse visibile. Non un incidente, probabilmente, dato che gli errori dei sistemi diagnostici sono già documentati e non hanno prodotto niente di paragonabile a un dibattito. Forse serve solo il tempo che serve sempre, ovvero l'arrivo di una generazione che quei sistemi li dà per scontati e comincia a chiedersi chi li ha scritti.

In quel laboratorio alla fine della Tuscolana, comunque, la macchina aveva ragione quasi sempre. Era quel quasi la parte interessante e non ce ne siamo occupati mai abbastanza.