Quello che il fondello non mostra

C'è un momento preciso, quando passi un orologio a qualcuno che dice di intendersene ed è quello in cui quello lo gira. Non guarda il quadrante e la sua finitura, non guarda il tipo di sfere, non guarda le anse ma ruota il polso, cerca il fondello e se trova il vetro ci si tuffa dentro con la lente o senza. L'ho fatto per anni anch'io e adesso mi capita di guardare chi lo fa con una specie di tenerezza, perché è il gesto di chi crede di essere passato dall'altra parte. Ma lo crede solo lui.
Il fondello trasparente è la dichiarazione di trasparenza più ingannevole dell'intera industria del lusso. E non è un gioco di parole. Quel vetro che si affaccia sul calibro ti mostra esattamente l'unica cosa che non è il segreto. Vedi il rotore girare, vedi le côtes de Genève che qualcuno ha passato sul ponte del bariletto, conti i rubini se hai la lente, apprezzi le viti blu temprate, ma non vedi chi ha progettato quell'architettura, non vedi chi la fabbrica davvero, soprattutto non vedi da chi dipende chi te la sta vendendo. La componente scarsa in orologeria non è mai visibile dal vetro e questo vale nel 2026 esattamente come valeva nel 1936.
Il caso da cui conviene partire è quello che si può documentare per intero, dall'inizio alla catena di fornitura di oggi, quello di Sellita, che probabilmente quasi nessuno ha mai sentito nominare ma fornisce calibri a quasi tutta l'orologeria svizzera entry level.
Sellita nasce nel 1950 a La Chaux-de-Fonds, fondata da Pierre Grandjean come uno dei tanti établisseur, cioè come azienda che monta e rifinisce movimenti per conto di altri e che assembla i pezzi arrivati dalle fabbriche d'ébauches, l'altro grande genere di impresa del settore, quelle che il movimento grezzo lo producono. Negli anni Ottanta Sellita trova la sua nicchia assemblando calibri per ETA, un altro produttore di calibri entrato ad un certo punto della sua lunga vita nel gruppo Swatch, e la trova così bene che si racconta producesse più movimenti ETA della casa madre. Il lavoro consisteva nel ricevere kit parzialmente montati, completarli, regolarli, adattarli alle specifiche del marchio finale. Sull'ETA 2824-2 in particolare Sellita ha lavorato per decenni, imparando tolleranze, punti di attrito, lubrificazioni e tutto quello che non stava nei disegni tecnici ma nelle mani di chi monta lo stesso calibro qualche milione di volte.
Nel 2002 ETA annuncia che comincerà a restringere la fornitura di componenti ai terzi. Per Sellita è una condanna a morte, perché il suo unico cliente le sta comunicando che non le servirà più. Grandjean decide di vendere l'azienda. Il compratore, Miguel Garcia, ha un piano diverso ed è il piano che chiunque avrebbe attuato al suo posto. Il calibro ETA 2824 discende da un progetto Eterna dei primi anni Sessanta, la versione 2824-2 è degli anni Ottanta, i brevetti erano scaduti da un pezzo e quello che restava protetto non era il disegno ma la capacità industriale di produrlo ed era esattamente la cosa che ETA aveva praticamente regalato a Sellita pagandola per farlo.
L'SW200 arriva sul mercato tra il 2003 e il 2008 a seconda di come si contano i primi lotti e la differenza tecnica rispetto all'originale è quasi comica, ovvero un rubino in più, ventisei contro venticinque, aggiunto sotto il bariletto sull'asse della ruota di riduzione della carica automatica. Il resto è intercambiabile al punto che un orologiaio sostituisce l'uno con l'altro senza toccare la cassa. Segue l'SW300, clone del 2892A2, nel 2008, poi l'SW500, clone del mitico Valjoux 7750, nel 2009 e finalmente nel 2014 l'SW1000, che è un progetto proprio. Oggi Sellita produce ben oltre un milione e mezzo di movimenti l'anno ed è il fornitore primario di decine di marchi rispettati.
Poi c'è la parte che il fondello non mostra. Sellita ha clonato l'architettura ma non ha clonato la metallurgia, e per mezzo secolo il pezzo che nessuno vede, la molla a spirale del bilanciere, è arrivato da Nivarox, che sta dentro il gruppo Swatch. Ha replicato tutto il replicabile e per anni è rimasta appesa al suo ex nemico per la sola cosa che quel nemico sapeva fare da un secolo. Uscirne ha richiesto un decennio di investimenti sugli scappamenti, l'arrivo di spirali alternative sui gradi superiori e un intervento dell'antitrust svizzero che ha imposto a Nivarox di continuare a consegnare mentre il mercato si attrezzava. Il vantaggio competitivo che contava non stava nei brevetti del movimento, stava in una molla larga come un'unghia.
Chi compra un orologio svizzero da mille franchi guardando il fondello sta valutando la parte del sistema dove non c'è nessuna asimmetria, mentre l'asimmetria vera sta in una fabbrica di spirali che non vedrà mai. Ma, colpo di scena, il pattern non è recente e non riguarda i marchi minori.
Rolex ha comprato la fabbrica che le faceva i movimenti nel marzo 2004. Prima di quella data Rolex SA a Ginevra e Manufacture des Montres Rolex SA a Bienne erano due società con proprietari diversi, legate da un accordo di esclusiva reciproca stipulato nel 1936 e mai formalizzato oltre. La fabbrica di Bienne l'aveva aperta la famiglia Aegler nel 1878 e la gestirono gli Aegler prima, i Borer poi, con Harry Borer che vende a Patrick Heiniger per una cifra riportata tra uno e due miliardi di franchi. Hans Wilsdorf aveva piazzato il suo primo ordine ad Aegler nel 1905, il che vuol dire novantanove anni. Il marchio che nell'immaginario collettivo è la manifattura integrata per definizione ha comprato il proprio cuore quando il ventunesimo secolo era già cominciato e ha continuato a esistere per un secolo su un accordo verbale tra due famiglie.
Zenith, ora nel gruppo LVMH, racconta la stessa storia dal lato opposto. I cronografi Zenith dagli anni Trenta in poi venivano da Martel Watch, una fabbrica di Les Ponts-de-Martel fondata da Georges Pellaton-Steudler intorno al 1911, che forniva ébauche di cronografo anche a Universal Genève, a Vacheron Constantin, a Jaeger LeCoultre e a Girard-Perregaux restando formalmente indipendente e completamente sconosciuta al pubblico. Quando alla fine degli anni Cinquanta Universal si sposta sugli automatici e Martel perde il suo cliente principale, Zenith la compra e nel 1959 acquisisce il controllo, poi nel 1966 completa il cento per cento dell'acquisizione. L'El Primero, presentato il 10 gennaio 1969, viene sviluppato e assemblato negli atelier di Ponts-de-Martel dagli uomini di Martel, morale è che il movimento più celebrato dell'orologeria svizzera del Novecento è il prodotto di una fabbrica che nessuno ha mai messo sul quadrante.
Il cerchio si chiude nel modo più divertente possibile. Dal 1988 al 2000 il Rolex Daytona di riferimento, il 16520, monta il calibro 4030, che è un El Primero Zenith modificato in oltre duecento punti, con la data eliminata, la frequenza abbassata da 36.000 a 28.800 alternanze e la spirale piatta sostituita da una Breguet. La ragione dichiarata è l'allineamento agli standard di produzione e di assistenza Rolex, e tra gli specialisti si ritiene che il nodo fosse la lubrificazione, perché a 36.000 alternanze quella fluida non regge e serve un processo a secco che nessuna officina Rolex nel mondo era attrezzata a fare. Il Daytona più desiderato dai collezionisti è un orologio con dentro il motore di un concorrente, rallentato per ragioni di manutenzione.
Sul tavolo dell'atelier di Ponts-de-Martel, nel 1975, un orologiaio di nome Charles Vermot smontò le macchine dell'El Primero e nascose in soffitta utensili, stampi e fogli di lavorazione, perché la direzione aveva deciso di abbandonare il meccanico e lui non era d'accordo. Rimasero lassù per un decennio. Senza quella disobbedienza privata il Rolex 16520 non sarebbe mai esistito, e questo non dimostra niente di quello che sto argomentando, ma non riesco a raccontare questa storia senza dirlo. Arriviamo al punto che rovescia tutto e che inizia dall'altra parte del pianeta, in Giappone.
Miyota passa per la parente povera del settore, l'alternativa economica che monti quando non puoi permetterti lo svizzero. Nasce nel 1959 come fabbrica Citizen nell'omonimo paese di Nagano, comincia a vendere a terzi solo nel 1980 e l'anno dopo esce il calibro 2035 al quarzo, che diventa il movimento più prodotto nella storia dell'orologeria: il Guinness certificato nel marzo 1999 parla di 1.769.593.600 pezzi della serie dal debutto del settembre 1981 e oggi il produttore ne dichiara oltre cinque miliardi. Dal 1986 Citizen è il primo produttore mondiale di movimenti. La reputazione da parente povera nasce dall'8215 del 1977, con il rotore unidirezionale che ronza e i secondi non arrestabili, ma sono decisioni di costo prese in piena consapevolezza, come dimostra il 9015 del 2009 con i suoi 3,9 millimetri di spessore e le sue 28.800 alternanze.
E la spirale? Citizen se la fabbrica in casa, insieme alle molle di carica, e lo dichiara apertamente. È l'unica delle tre aziende di questa storia a non aver mai dovuto chiedere a Nivarox il pezzo che nessuno vede. Nel 2012 Citizen compra Prothor Holding, cioè la manifattura La Joux-Perret con Arnold & Son e il componentista Prototec, per una cifra riportata intorno ai 65 milioni di franchi, nel 2016 aggiunge il gruppo Frédérique Constant con Alpina.
Guarda il quadro. Il produttore svizzero indipendente vive di un progetto altrui e ha passato vent'anni a liberarsi del suo ex nemico per una molla. Il giapponese economico ha progetti propri, la spirale in casa e possiede manifatture a La Chaux-de-Fonds che riforniscono l'orologeria di lusso europea. La percezione di gerarchia tra i due è un artefatto del prezzo di listino, che in questo settore il pubblico legge come misura della qualità perché non ha nessun altro segnale a disposizione.
La cassa intanto, che è la parte su cui si concentra il novanta per cento della valutazione al polso, nella grande maggioranza dei casi è acciaio 316L, lo stesso degli strumenti chirurgici, lucidato meglio o peggio. Rolex usa il 904L e lo chiama Oystersteel, che è una scelta industriale reale ma resta un dettaglio di superficie rispetto a chi ti fabbrica la spirale.
Quello che compri, quando compri un orologio meccanico, non è un oggetto. È una posizione in una catena di dipendenze industriali durata un secolo, dove i nomi sul quadrante sono l'ultimo strato e quasi sempre il meno informativo. Il vetro sul fondello serve a farti guardare nella direzione sbagliata, con la tua approvazione. Il che, se ci pensi, è il meccanismo di quasi ogni mercato del lusso. La differenza è che qui puoi ancora ricostruire tutto, perché le fabbriche hanno lasciato tracce, i brevetti hanno date e le acquisizioni hanno cifre. Poi magari in un prossimo pezzo facciamo lo stesso esercizio con il mondo dell'automotive.