Scheduliamo una call

by Rollo


Scheduliamo una call

La persona che comunicava peggio in sala era quella il cui lavoro era comunicare.

Non è una provocazione. È una descrizione fedele di almeno metà delle riunioni a cui ho assistito negli ultimi quarant'anni. Il marketeer, il comunicatore, il responsabile della narrazione aziendale: proprio loro, davanti a una platea di ingegneri o commerciali o contabili, producevano la prosa più opaca, più inutile e più difficile da decodificare. Non per caso.

Perché il meccanismo non è linguistico. È tribale.

"Fare un briefing" non comunica meglio di "fare una riunione preparatoria". Comunica altro: appartenenza. Chi dice briefing sta dicendo, senza dirlo, che conosce il codice. Che è dentro. Il forestierismo come distintivo di categoria, come il gergo dei medici o degli avvocati, ma senza la giustificazione tecnica che quei gerghi almeno possiedono.

Ho assistito a presentazioni in cui una persona laureata in lettere, con una tesi su Calvino, spiegava la necessità di "pushare il contenuto sui touchpoint rilevanti per intercettare i target nel momento del need". In italiano: pubblicare nei posti giusti al momento giusto. Venti parole diventano sette. Il senso è identico. La frase in gergo, però, suona come se ci fosse dietro qualcosa di più complesso, qualcosa che richiede competenza specifica per essere formulato così.

E lì sta il trucco.

La complessità simulata è protezione professionale. Se quello che faccio sembra difficile da capire, sembra anche difficile da replicare. Il problema è che chi sa leggere i meccanismi riconosce la mossa immediatamente. E a quel punto il segnale si inverte: non più competenza, ma insicurezza mascherata.

Vale la pena aggiungere un dettaglio che peggiora tutto. Non è nemmeno inglese. È pseudo-americano aziendale, quello delle slide McKinsey degli anni novanta, filtrato attraverso decenni di fotocopie degradate e poi ulteriormente storpiato nella pronuncia. L'inglese vero, quello di Londra, dal RP dell'establishment al Cockney dell'East End, ha una sua precisione, una sua economia. Quello che circola nelle riunioni italiane è un'altra cosa: è la simulazione di una simulazione, con un accento che nessun madrelingua riconoscerebbe come proprio.

L'informatico che parla di "repository" e "deploy" ha almeno una ragione parziale: sono termini tecnici nati in inglese, adottati universalmente e la traduzione sarebbe goffa. Il marketeer non ha questa scusa. "Strategia" esiste. "Obiettivo" esiste. "Posizionamento" esiste ed è persino più elegante di "positioning". Ha scelto l'inglese non perché fosse più preciso, ma perché suonava meglio. Meglio nel senso di: più simile a quello che vedeva nelle slide delle multinazionali americane.

È un'imitazione. Di un'imitazione.

Le lingue si arricchiscono, assorbono termini stranieri quando ne hanno bisogno. L'italiano ha preso "computer" perché non aveva un equivalente naturale. Non ha bisogno di prendere "engagement" quando ha già "coinvolgimento", né "awareness" quando ha già "consapevolezza". Queste non sono lacune che l'inglese colma: sono sostituzioni che impoveriscono senza aggiungere nulla, se non quel senso di appartenenza a un club internazionale che, visto dall'esterno, assomiglia più a una colonia culturale.

Quando in una riunione qualcuno dice "dobbiamo schedulare un follow-up per definire le prossime action item", traduco mentalmente, ricavo il senso, che di solito equivale a: ci rivediamo martedì. Poi aspetto. Perché prima o poi arriva il momento in cui quella persona deve spiegare qualcosa di veramente complesso, qualcosa che richiede precisione chirurgica e lì la lingua ibrida si inceppa. Le parole non bastano. Il gergo non porta abbastanza peso.

L'italiano sì. Da secoli.

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