Selezione a monte

by Rollo


Selezione a monte

Il dato che ha girato venerdi scorso è che le vendite di auto in Cina stanno crollando. Nel primo semestre 2026 il mercato interno ha perso 2,3 milioni di unità rispetto all'anno precedente, un calo del 20% che in volume assoluto equivale a tutte le immatricolazioni nuove registrate in Giappone nello stesso periodo ma, nello stesso semestre, le esportazioni cinesi sono cresciute del 71%.

La lettura che circola in Europa è quella consolatoria: il modello cinese incontra i suoi limiti, la domanda interna non regge, il gigante rallenta e noi guadagniamo tempo, ma io la leggo al rovescio e credo che questo errore di interpretazione ci costerà più caro dei dazi che abbiamo messo per sbagliare bersaglio.

Prendiamo BYD, che è il caso più leggibile perché pubblica numeri. Nei primi sette mesi del 2026 le vendite domestiche sono calate del 35% mentre quelle estere sono salite del 79%. A febbraio, per la prima volta da quando l'azienda esiste, le consegne fuori dalla Cina hanno superato quelle interne: 100.600 contro 89.590. Nel periodo gennaio-aprile il 59,8% delle auto vendute è finito fuori dai confini e i due mercati singoli più grandi al di fuori della Cina, nel 2026, sono Brasile e Gran Bretagna. Non Lagos, non Giacarta, non i mercati che nel 2024 avevamo derubricato a discarica del termico cinese. No, ripeto, il Regno Unito.

Il punto che cambia la natura del fenomeno sta nei margini. Nel bilancio 2025 l'attività automobilistica estera di BYD registra un margine lordo del 28,11%, contro il 17,21% realizzato in patria. Citigroup, in una nota di fine marzo, è arrivato a dire che nel primo trimestre 2026 le vendite domestiche cinesi rischiavano di scendere sotto la soglia della profittabilità pura e semplice, rendendo l'export l'unica fonte reale di margine del gruppo. Questo significa che l'esportazione non è più smaltimento di sovracapacità, ma è il centro di profitto ed è il mercato interno a essere diventato il costo.

Questo ribalta la categoria mentale con cui l'Occidente ha classificato la faccenda per tre anni. Il dumping è una pratica in perdita che serve a conquistare quote, e presuppone che chi la esercita prima o poi debba fermarsi perché il sanguinamento costa ma qui il sanguinamento avviene in casa e il profitto avviene fuori, il che significa che non esiste alcun meccanismo interno di autolimitazione. Più il mercato cinese si comprime, più l'estero diventa indispensabile.

Perché comprimersi non equivale a indebolirsi. Nel 2018 in Cina esistevano 487 costruttori di veicoli elettrici, nel 2024 erano circa 130. AlixPartners stima che meno di quindici saranno finanziariamente solidi nel 2030. Hozon, la casa madre del marchio Neta, è entrata in procedura fallimentare nel giugno 2025 dopo aver venduto quasi mezzo milione di veicoli in sei anni, WM Motor, HiPhi, Ji Yue, Aiways, Byton sono scomparse e William Li di Nio ha scritto ai dipendenti definendo il 2026 la battaglia finale. Non è retorica aziendale, ma una descrizione accurata di quello che sta succedendo dentro quel mercato.

Il mercato interno cinese, in altre parole, non è un mercato in crisi. È un filtro. Guerra dei prezzi, sussidi ritirati, tassa d'acquisto sugli elettrici reintrodotta al 5% da gennaio 2026 e tutte queste condizioni sono state costruite, deliberatamente o per incidente, in modo da uccidere tutto quello che non ha scala, capitale e ciclo prodotto, quindi quello che arriva in Europa non è il surplus di quel sistema. È la selezione di quel sistema.

L'ho visto succedere su scala infinitamente minore e in un settore che non c'entra niente, il che è esattamente il motivo per cui lo riconosco. Nella Londra della post-produzione per il cinema di fine anni Novanta, quando lavoravo dentro quel giro, il numero di società che offrivano correzione colore e finishing digitale era sproporzionato rispetto alla domanda reale. Guerra sulle tariffe orarie, margini erosi fino all'osso, una mortalità che nessuno raccontava perché le chiusure avvenivano in silenzio a fine estate. Quando la polvere si è posata, le poche rimaste non erano indebolite dalla guerra ma erano le uniche ad aver imparato a lavorare a quei prezzi, tanto che sono andate a prendersi i mercati esteri dove nessuno era stato costretto a imparare la stessa cosa. Chi aveva vissuto in un mercato protetto ha scoperto di essere in svantaggio proprio per non aver mai sofferto.

Adesso guardiamo cosa hanno prodotto i Cinesi in quattro anni di questo trattamento. Nel primo trimestre 2026 i costruttori cinesi detengono il 16% del mercato europeo delle autovetture, contro il 3% di quattro anni prima. I giapponesi, nello stesso arco, sono rimasti fermi intorno al 12%. Sull'elettrico la distanza diventa oscena ed i marchi cinesi valgono quasi un quarto delle immatricolazioni elettriche europee, i giapponesi meno del 5%. Counterpoint proietta la quota cinese oltre il 20% del mercato europeo complessivo e al 29% dell'elettrico entro il 2030.

Il Giappone è il pezzo di evidenza che nessuno commenta abbastanza. È la nazione che ha inventato il modello dell'esportatore automobilistico imbattibile, costruito su efficienza produttiva, qualità e consumi e a dirla tutta quel vantaggio esiste ancora, è misurabile, non si è deteriorato, solo che non serve più a difendere una quota, perché l'asse su cui si compete si è spostato su elettrificazione, batterie, software, funzioni intelligenti e velocità di sviluppo prodotto. Un capitale accumulato lungo trent'anni ha smesso di comporsi ed è diventato zavorra nel giro di quattro. Se qualcuno cerca un caso di studio sulla differenza tra un vantaggio competitivo e un vantaggio competitivo ancora rilevante, è tutto lì dentro.

C'è un dettaglio marginale che mi ha divertito e che riguarda Il nuovo SUV premium con cui BYD prova a difendere il mercato interno si chiama Da Tang, come la dinastia Tang. Chiamare un'auto destinata al mercato domestico con il nome dell'epoca più cosmopolita della storia cinese, mentre il grosso della flotta va all'estero, ha una qualità involontaria che nessun reparto marketing europeo riuscirebbe a produrre nemmeno provandoci.

Ad ogni modo la risposta europea, intanto, continua a essere il dazio, che sarebbe uno strumento sensato contro l'importazione ed è infatti già stato aggirato nel modo prevedibile dai costruttori cinesi che stanno spostando produzione dentro i confini europei. Il dazio non ferma il flusso, ne cambia la forma giuridica e trasforma un problema commerciale in una dipendenza occupazionale. Fra cinque anni discuteremo di stabilimenti cinesi in Ungheria e in Spagna con la stessa disinvoltura con cui abbiamo discusso i giapponesi a Sunderland nel 1986, con la differenza che a Sunderland arrivava una tecnologia che non avevamo e adesso arriva una tecnologia che avevamo deciso noi di rendere obbligatoria.

Le due variabili che possono interrompere questo scenario non sono europee e vale la pena tenerle d'occhio perché sono le uniche testabili nel breve. La prima è la politica dell'anti-involuzione con cui Pechino sta cercando di frenare la guerra dei prezzi interna. Se ci riesce, i margini domestici risalgono e la fame di export si attenua. La seconda è il cambio. Nel primo trimestre 2026 lo yuan si è rafforzato del 4,6% sul dollaro e questo, da solo, ha eroso il valore in valuta locale dei ricavi esteri di BYD contribuendo a dimezzarne l'utile netto. Un centro di profitto costruito interamente fuori casa è esposto a una variabile che chi lo gestisce non controlla.

Nessuna delle due cose dipende da quello che si decide a Bruxelles. Il che è, sospetto, la parte che facciamo più fatica ad accettare.