Shibui con le cose americane

by Rollo


Shibui con le cose americane

Lo shibugaki è un caco che appena colto non si può mangiare, perché il tannino è così concentrato che lega la bocca. In Giappone lo sbucciano, lo appendono a seccare sotto le gronde e per settimane qualcuno passa ogni giorno a massaggiarlo con le dita, finché la polpa si asciuga e sulla buccia affiora una patina bianca di zucchero. Diventa lo hoshigaki, che a Capodanno finisce tra le decorazioni come augurio di lunga vita.

Da quel sapore astringente viene l'aggettivo shibui, che compare già nel periodo Muromachi e che ancora oggi è il contrario di amai, dolce. Strada facendo la parola è passata dal palato al gusto e ha cominciato a indicare una bellezza sobria, a tratti ruvida, che non si concede al primo sguardo. In Occidente quasi nessuno l'aveva sentita nominare fino all'agosto del 1960.

A portarla in America fu Elizabeth Gordon, che dal 1941 al 1964 diresse House Beautiful, all’epoca la principale rivista americana di casa e arredamento. Più che una direttrice era un’educatrice del gusto. Nel dopoguerra usò la rivista per spiegare alla classe media come dovesse essere una casa moderna ma vivibile, con case prototipo costruite apposta e presentate ai lettori, oltre a un lungo progetto sull’adattamento delle abitazioni al clima. Nel 1953 firmò un saggio in cui accostava l’International Style europeo al totalitarismo. Il saggio le alienò buona parte degli architetti americani ma, a quanto pare, piacque al Dipartimento di Stato dato che, secondo almeno uno storico dell’architettura, fu proprio Washington, qualche anno dopo e in piena guerra fredda, a spingerla verso un grande servizio sul Giappone, che bisognava far digerire agli americani come alleato.

Nell’aprile del 1959 partì per il Giappone con tre persone della redazione e siccome sull’argomento non esistevano libri, Gordon ripiegò su un metodo empirico: girava per i grandi magazzini e chiedeva ai commessi se un certo oggetto fosse shibui oppure jimi, cioè dimesso, oppure ancora hade, cioè vistoso. La risposta le interessava meno della spiegazione, dato che il criterio stava tutto nel perché. A dicembre, di nuovo in Giappone, conobbe Yanagi Sōetsu e fu lui a darle i sei principi che sarebbero finiti sulla rivista.

Il numero di agosto prometteva ai lettori la parola per il livello più alto della bellezza e descriveva lo shibui come una sensazione profonda e silenziosa, che ha qualità nascoste e non le mette in mostra. Andò esaurito in fretta e quando a metà agosto Gordon tornò in Giappone, negli Stati Uniti il numero stava facendo sensazione.

Gli inserzionisti all'inizio erano scettici e lei li aveva convinti con una promessa, cioè che il numero successivo avrebbe parlato di prodotti americani. Così fu. A settembre uscì «How to be shibui with American things» e quattro aziende americane misero in produzione una linea coordinata di vernici, carte da parati, mobili e moquette, disegnata sulla traccia degli oggetti e dei tessuti che Gordon aveva comprato in Giappone. Dal 1961 al 1964 una mostra itinerante portò lo shibui in undici musei degli Stati Uniti e a ogni tappa lei teneva una conferenza.

Raccontata così sembra la storia di una furba, mentre a me pare quasi il contrario. Gordon aveva studiato sul serio e credeva di regalare agli americani qualcosa di più profondo del minimalismo europeo che detestava, ma il guaio stava nella promessa fatta agli inserzionisti, perché dopo aver spiegato lo shibui il numero di settembre doveva dire ai lettori dove comprarlo.

E qui rientra in scena Yanagi, che la vedeva in tutt’altro modo. Lui era un filosofo nato nel 1889 che non aveva mai fatto il vasaio né il tessitore, eppure aveva passato la vita a difendere gli oggetti d’uso quotidiano fatti da artigiani senza nome, tanto da fondare il movimento mingei, termine che significa più o meno arte del popolo. Nel 1936 aveva aperto a Tokyo il Museo dell’artigianato popolare giapponese e per lui lo shibui nasceva proprio da quelle mani anonime, che lavorano per l’uso e non per l’effetto, da una mano che mentre fa la ciotola pensa alla ciotola e basta. Era convinto che altre culture non avessero sviluppato niente di equivalente, perché la mancanza della parola, scriveva, significa la mancanza dell'idea e del fatto. Il numero di settembre della rivista della Gordon però faceva l'operazione inversa, perché prendeva quello che secondo Yanagi poteva soltanto capitare e lo trasformava in un obiettivo, con tanto di cartella colori.

C'è poi un dettaglio che rende la faccenda quasi comica. Lo stesso Yanagi si era formato anche sulle idee di William Morris, il designer inglese dell’Ottocento le cui carte da parati a fiori si vendono ancora oggi, che contro la produzione industriale aveva dato vita al movimento Arts and Crafts per riportare il lavoro artigianale dentro le case. Morris a sua volta ammirava le arti decorative giapponesi, per cui il gusto che Gordon era andata a cercare dall’altra parte del mondo aveva già fatto almeno un giro da Londra.

Ho raccontato questa storia perché secondo me un codice di gusto funziona finché per leggerlo serve qualcosa che non si compra, di solito anni passati a guardare e a sbagliare. Quando qualcuno lo traduce in una lista di prodotti lo rende leggibile a chiunque abbia il prezzo e da quel momento il codice smette di distinguere, così chi lo praticava senza nominarlo passa ad altro mentre il nome resta attaccato alla moquette.

L’ho visto succedere con il Rolex, che era nato come strumento di lavoro per gente che gli affidava la vita, i subacquei con il Submariner o i piloti che attraversavano gli oceani con il GMT-Master ed è diventato così diffuso da non significare più niente se non l’aspirazione a una posizione sociale.

Il bello è che Gordon aveva avuto la risposta sotto gli occhi fin dal primo viaggio, dato che i commessi dei grandi magazzini non consultavano nessuna lista per distinguere lo shibui dal jimi, perché il confine tra un oggetto sobrio e uno semplicemente spento sta in chi lo guarda più che nell'oggetto e si impara come si impara a riconoscere un vino tappato, sbagliando molte volte davanti a qualcuno che sa. Quel sapere stava nelle persone non nelle cose.

Nella primavera del 2023 è successo di nuovo, con uno schema quasi identico. Il guardaroba di Gwyneth Paltrow durante il processo di Park City per un incidente sugli sci e quello della famiglia Roy nell'ultima stagione di Succession hanno riportato in copertina il quiet luxury, fatto di cachemire senza logo a prezzi che il logo non avrebbe mai osato. Robert Burke, consulente del settore, lo spiegò all'Associated Press dicendo che quando lo sai lo sai e che il punto era proprio quello. Nel giro di qualche mese le catene della moda veloce vendevano versioni economiche dello stesso beige, che senza il suo segreto era tornato a essere soltanto un colore.

Gordon lasciò la rivista nel 1964 e le sue carte sono finite allo Smithsonian, compresi gli appunti sulle chiacchierate con i commessi giapponesi, cioè l’unica parte di tutta l’operazione che non si poteva mettere in vendita. Il resto finì nei negozi, perché un catalogo vende credito più che oggetti. Chi nel 1960 comprava la moquette shibui o nel 2023 il maglione di cachemire senza logo non stava acquistando un gusto, perché il gusto non passa di mano con lo scontrino. Stava prendendo in prestito l’occhio di qualcun altro, che per qualche anno gli permetteva di sembrare uno che sa, ma come tutti i prestiti anche questo ha una scadenza, che arriva quando la stessa lista ce l’hanno tutti.

A quel punto chi l’occhio ce l’aveva ha già cambiato strada, mentre chi aveva solo il catalogo si ritrova in casa una moquette color fango e non sa più spiegare perché l’ha comprata, proprio come un Rolex.