Tornerei al server nello stanzino e provo a spiegare perché

by Rollo


Lo dico subito, prima di costruire qualunque ragionamento intorno: io tornerei volentieri al server nello stanzino. Quello vero, fisico, acceso giorno e notte in un angolo dell'ufficio, con la sua lucina che pulsa nel buio quando di notte vai a prendere un bicchiere d'acqua. Vent'anni fa era normale, poi è diventato antiquato, e adesso, a guardare bene i numeri, sta tornando a essere razionale. Non per nostalgia. Per calcolo.

La storia degli ultimi vent'anni del digitale si può raccontare come la storia di una grande delega. Io all'epoca avevo un server sotto il tavolo e un intero rack in hosting a COLT Telecom che potevo andare a trovare ogni volta che serviva. Era normale, era così che si facevano le cose se avevi un'attività online seria, poi è arrivata la promessa SaaS: non preoccuparti del tecnico, ci pensiamo noi. Shopify, WordPress hosting, Salesforce, AWS, Google Run, tutti con un messaggio che era unanime: tu occupati del business, l'infrastruttura affittala a noi.

Ecco, vent'anni dopo possiamo iniziare a fare i conti e i conti dicono che l'omologazione è il prezzo nascosto del SaaS. Quando vendi attraverso Shopify, la tua esperienza utente è essenzialmente la stessa di altri quasi cinque milioni di merchant, quando il tuo blog gira su WordPress.com, la tua presenza editoriale appartiene a un'architettura che decide cosa puoi e non puoi fare, quando il tuo CRM è su Salesforce, i tuoi dati di vendita vivono dentro un perimetro che non controlli. Non credo che sia il caso di continuare, il concetto è piuttosto chiaro. Per anni questo è stato considerato un compromesso accettabile, perché in cambio ottenevi velocità, manutenzione automatica, supporto ma il compromesso ha senso quando la differenziazione conta poco e l'efficienza operativa è tutto e quando il vento cambia, il compromesso comincia a costare.

Oggi il vento sta cambiando per tre ragioni che convergono nello stesso momento ed è questo che rende il discorso interessante adesso e non cinque anni fa.
La prima è economica: il TCO del SaaS su orizzonti di cinque-sette anni ha smesso di essere conveniente per chi ha workload prevedibili e una minima capacità tecnica interna.
La seconda è infrastrutturale: l'hardware consumer è arrivato a un punto in cui può fare quello che vent'anni fa richiedeva sale server, e i modelli AI open source girano su quell'hardware senza dipendere da nessun cloud.
La terza è metodologica, ed è la più sorprendente: l'agentic coding sta abbassando la barriera tecnica che fino a poco tempo fa rendeva il self-hosted accessibile solo a chi aveva un team di sviluppatori.

Partiamo dall'economia, perché è la parte meno romantica e più verificabile. Shopify Plus parte da 2.300 dollari al mese, circa 27.600 dollari all'anno, più transaction fee, più app fee, più tutto il resto. Su sette anni fanno oltre duecentomila dollari di rendita pagata a un fornitore che ti dà un'esperienza utente in larga parte identica a quella dei tuoi concorrenti diretti. WordPress hosting professionale costa meno per merchant piccoli, ma quando cresci paghi anche tu rendite simili tra hosting, plugin, manutenzione. In pratica la promessa "ci pensiamo noi" si è trasformata in una rendita perpetua per chi gestisce le piattaforme e in un costo crescente per chi le usa.

L'alternativa è il commerce headless self-hosted, ad esempio Medusa, Vendure, o Saleor che sono backend open source modulari e si appoggiano a frontend Next.js o equivalenti per l'esperienza utente. Un build production di media complessità costa fra sessanta e duecentomila euro upfront, ammortizzati su cinque anni con costi di hosting che partono da trentacinque dollari al mese per setup leggeri e arrivano a poche centinaia per architetture più serie. Il calcolo è asciutto: se hai team tecnico o partner stabile, possiedi quello attraverso cui vendi invece di affittarlo a vita e se non li avevi, fino a ieri il SaaS restava razionale per default ma adesso vale la pena fare due conti.

E qui entra il terzo elemento, quello che cambia davvero la geometria. Su diversi gruppi di marketer e sviluppatori professionisti circola da qualche mese un'osservazione che fino a un anno fa sarebbe sembrata una boutade. Molti siti che prima venivano realizzati su WordPress oggi vengono costruiti direttamente in agentic coding, ovvero conversando con sistemi come Claude Code o equivalenti, partendo da template o addirittura mock-up e skill precostruite, con un buon design di partenza. I tempi che vengono riportati sono nell'ordine di poche ore di lavoro per uno store funzionante, non di settimane e non è hype ma constatazione operativa di chi i siti li fa per mestiere e che si trova oggi davanti a un'equazione produttiva diversa da quella di tre anni fa.

I numeri stanno dietro a questa osservazione: WordPress ha toccato il picco del 43,6% di market share globale a metà 2025, per poi scendere al 42,2% a maggio 2026 secondo W3Techs. La quota CMS complessiva è passata dal 65,2% al 60,2%, mentre i website builder SaaS crescono al 32,6% anno su anno. Sembra poco, ma è il primo calo significativo dal 2011 e su un universo di centinaia di milioni di siti rappresenta uno spostamento che la community tecnica sta già razionalizzando in due direzioni. Da una parte i clienti più piccoli si stanno spostando su builder SaaS no-code; dall'altra, i clienti più tecnici stanno bypassando del tutto i CMS tradizionali e facendosi costruire siti statici o headless tramite agentic coding. WordPress non sta morendo, ma sta perdendo il monopolio del segmento intermedio.

Su WordPress vale la pena fermarsi un attimo, perché racconta bene il problema strutturale del modello a plugin. Chiunque abbia gestito siti WordPress di qualche complessità sa che il core è potente, ma il momento in cui inizi a impilare plugin per ottenere le funzionalità che servono, perdi il controllo. La sicurezza diventa un problema, la performance degrada significativamente, gli aggiornamenti diventano un campo minato di incompatibilità ed occorre rimetterci le mani di continuo perchè non sempre gli auto update dei plugin sono funzionano come dovrebbero. Il 91% delle vulnerabilità WordPress nel 2025 è venuto dai plugin, non dal core. Chi gestisce siti professionali a traffico serio ha sviluppato negli anni un processo articolato di assessment e review prima di adottare qualunque plugin, tuttavia il paradosso strutturale è che la stessa cosa che ha fatto la fortuna di WordPress, l'ecosistema plugin, è anche quello che lo rende pesante quando vuoi davvero possedere il controllo del tuo sito.

Adesso passiamo all'hardware, perché è la parte che rende il discorso davvero diverso rispetto a cinque anni fa. Un mini PC Intel N100, processore quad-core da sei watt di TDP, costa sotto i centocinquanta euro completo di sedici giga di RAM e disco, consuma fra otto e dodici watt in carico tipico, cioè meno di una lampadina e dunque un anno di elettricità costa fra dodici e ventiquattro dollari. Su quella macchina gira un homelab serio: una dozzina di container Docker, Home Assistant, un media server, Nextcloud, un proxy inverso, eventualmente un piccolo database. La community che ha scoperto questi mini PC negli ultimi due anni si chiama homelab ed è cresciuta molto, perché chiunque sappia fare due conti vede che pagare trecento dollari al mese di cloud per workload prevedibili non ha senso quando una macchina da quattrocento euro fa lo stesso lavoro per i successivi sette anni.

Per workload più seri, un Mac mini M4 base costa cinquecentonovantanove dollari e fa girare modelli linguistici da otto miliardi di parametri a ventotto-trentacinque token al secondo. Un Mac mini M4 Pro con quarantotto giga di memoria unificata, sotto i duemila dollari, gira modelli da trenta miliardi di parametri comodamente. Cinque anni fa per fare la stessa cosa serviva un'istanza GPU su AWS a parecchie centinaia di dollari al mese. Adesso la stessa potenza sta su una scrivania, consuma trenta watt e i dati non escono mai dalla tua rete. Il che, aggiungerei, non è poco.

Il punto strutturale è esattamente questo e non è un dettaglio tecnico: per vent'anni la narrativa è stata "serve cloud, perché serve potenza che tu non hai" e quella narrativa era vera e ha giustificato l'intera architettura cloud-first del software moderno ed oggi non è più vera per molti casi d'uso commerce tipo raccomandazioni prodotto, search semantica sui cataloghi, customer service di primo livello, classificazione automatica delle richieste, generazione di descrizioni prodotto. Tutti questi workload girano oggi su hardware consumer ragionevole, con modelli aperti come Qwen, Llama, Mistral, senza mandare un singolo byte dei tuoi clienti a OpenAI o Anthropic.

Chiunque abbia visto il ciclo del personal computing negli anni ottanta riconosce questo pattern. Negli anni settanta il mainframe centralizzato era l'unica risposta possibile per fare calcolo serio e tutti pagavano rendita a IBM, poi è arrivato il PC e improvvisamente la potenza che serviva stava sulla scrivania. Tra il 2005 e il 2020 il pendolo si è spostato di nuovo: tutto in cloud, tutto centralizzato, tutto in affitto e adesso comincia a riposizionarsi nel mezzo, perché l'hardware locale è di nuovo abbastanza potente da gestire una quota significativa di workload senza dipendere da nessuno.

C'è un altro elemento che pesa ed è quello dei dati perché in un'epoca in cui la regolamentazione sulla privacy si è inasprita, in cui i clienti chiedono sempre più spesso dove vivono i loro dati, in cui le violazioni di sicurezza sui grandi cloud sono frequenti, tenere fisicamente i dati su una macchina che controlli è un asset di posizionamento, non un limite tecnico. Un piccolo merchant svizzero o italiano che può dichiarare con verità che i dati dei suoi clienti non lasciano il suo ufficio ha un argomento di vendita reale, soprattutto verso clienti istituzionali o privati attenti.

Tutto questo non significa che tutti debbano tornare al server nello stanzino domani. Sarebbe stupido e falso. Il SaaS resta razionale per chiunque abbia workload imprevedibili che richiedono scaling rapido, per chiunque preferisca pagare rendita in cambio di prevedibilità, per chiunque non voglia investire un'ora a capire come funziona un container Docker. Non sto facendo una crociata contro Shopify o WordPress, sto facendo solo notare che la matematica è cambiata e che chi pensa al proprio stack come faceva nel 2018 sta perdendo una parte significativa del discorso.

Il quadro che vedo è una biforcazione strutturale del mercato in cui da una parte resterà un mercato di massa fondato su SaaS standardizzato, dove i piccoli merchant continueranno a pagare rendita a Shopify, BigCommerce, WordPress, perché il costo di gestione interno resta superiore al costo di abbonamento e dall'altra emergerà un segmento sofisticato di chi riconquista il controllo dei tre layer fondamentali: backend commerce, frontend experience, modelli AI. Quel segmento userà il controllo come moat strutturale, perché in un mondo dove gli agenti AI cominciano a fare gli acquisti per gli utenti, dove la differenziazione conta più della velocità di lancio, dove la sovranità dei dati diventa argomento commerciale, possedere lo stack vale molto più di quanto valeva nel 2018.

La sorpresa di questa biforcazione è che il segmento sofisticato non sarà composto solo da grandi player con budget importanti dato che grazie all'agentic coding, anche piccoli e medi merchant con un minimo di curiosità tecnica e un buon design di partenza possono adesso costruirsi infrastruttura propria a costi accessibili. Questo allarga il bacino dei potenziali "padroni del proprio stack" molto al di sotto di quella soglia mid-market che fino a ieri era la barriera d'ingresso. Per la prima volta da vent'anni, possedere è una scelta plausibile anche per chi non ha un team tecnico.

La domanda strategica per i prossimi anni non è "self-hosted o SaaS?". È più asciutta: "vuoi affittare a vita, o vuoi possedere?". Per due decenni la prima risposta è stata ovviamente la più razionale per quasi tutti ma adesso non è più così ovvio e quando le evidenze cambiano, cambiare opinione non è incoerenza ma piuttosto intelligenza.

Io tornerei volentieri al server nello stanzino e provando a guardare i numeri senza romanticismo, comincio a pensare che non sarei il solo.

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