Tre anni per niente

by Rollo


Tre anni per niente

Mercoledì scorso, mentre i titoli si accavallavano e i capigruppo si inseguivano davanti alle telecamere, è successa una cosa che vale la pena guardare con calma adesso che il rumore si è depositato. Non la vicenda giudiziaria, che rimane esattamente dove era. Non le dimissioni in sé, che erano nell'aria da tre anni. Quello che vale la pena guardare è il meccanismo: come tre attori politici, in quarantotto ore, abbiano ciascuno commesso un errore strutturale diverso, convinti di stare vincendo.

Daniela Santanchè era al ministero del Turismo da quando il governo Meloni si era insediato. I processi a suo carico esistevano da subito, la richiesta di dimissioni era nell'aria da subito  e per tre anni aveva tenuto. Non per forza propria, o almeno non solo: aveva tenuto perché il sistema di incentivi intorno a lei rendeva conveniente a tutti, compresa Meloni, che restasse al suo posto. Poi mercoledì quella struttura di convenienza si è dissolta in poche ore e Santanchè si è ritrovata a scrivere "obbedisco" in una lettera che citava Garibaldi, come se la citazione potesse trasformare una resa in un gesto eroico.

Il primo errore di timing è suo. Tre anni di resistenza hanno un senso se si esce al momento giusto: con un accordo, con una narrativa gestita, con un successore già individuato e una uscita che preserva la posizione nel partito. Cedere a ridosso di un referendum perso, con le opposizioni che depositano mozioni di sfiducia e il partito che mormora nei corridoi, significa trasformare un'uscita ordinata in una capitolazione. La lettera stessa lo tradisce: quella nota di amarezza, quel "sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri", non è il tono di chi ha scelto il momento. È il tono di chi è stata colta di sorpresa dall'accelerazione degli eventi.

Il secondo errore appartiene a Meloni, ed è di natura diversa, più strutturale. La presidente del Consiglio non può licenziare i propri ministri. Non è una mancanza di carattere è un vincolo costituzionale che il premierato avrebbe dovuto correggere e che è rimasto arenato in Parlamento. Questo significa che ogni ministro in difficoltà sa, nel momento in cui entra al governo, di avere un margine di contrattazione reale con il proprio capo. Santanchè lo ha usato per tre anni, con piena consapevolezza. Quando la pressione è diventata insostenibile, Meloni ha dovuto ricorrere a una nota stampa pubblica, coinvolgere il presidente del Senato come intermediario, aspettare quasi ventiquattr'ore di braccio di ferro visibile a tutti prima di ottenere quello che voleva.

Una mossa di forza presentata come tale, ma che era in realtà un atto di necessità. La differenza, per chi osserva i meccanismi di potere invece delle narrazioni, conta moltissimo. Un capo di governo che deve mendicare pubblicamente le dimissioni di un proprio ministro e che ci riesce solo dopo aver esaurito ogni canale informale, rivela i limiti reali della struttura di comando che ha costruito. Non è una critica politica: è un'osservazione sul funzionamento dei sistemi. Il premierato informale che Meloni ha costruito in tre anni ha dimostrato mercoledì di avere punti di attrito significativi proprio nei momenti in cui dovrebbe funzionare meglio.

Il terzo errore è dell'opposizione ed è forse il più interessante da analizzare perché è l'unico che si presenta come vittoria. "Ci sono voluti quattordici milioni di cittadini che hanno votato no al referendum per far dimettere una ministra": questa è la narrativa che il centrosinistra ha costruito nelle ore successive. È una narrativa emotivamente soddisfacente e strutturalmente falsa. I processi di Santanchè non cambieranno di una virgola a seguito delle sue dimissioni. La riforma della giustizia che il referendum avrebbe dovuto introdurre non si farà, e non si farà indipendentemente da chi occupa il ministero del Turismo. Il nesso causale che viene rivendicato, cioè che il voto popolare abbia prodotto un risultato concreto sul governo, è una costruzione narrativa, non un meccanismo reale.

La domanda che vale la pena porsi, a una settimana dal voto e a un anno circa dalle prossime politiche, è questa: a chi serve davvero questa narrativa? Non all'elettorato che ha votato no, che si aspettava una riforma della magistratura e si ritrova con una poltrona vuota al Turismo. Non alla coerenza del messaggio progressista sulla giustizia, che viene ridotto a una questione personale su una singola ministra. Serve a riempire il giorno dopo, a trasformare una sconfitta referendaria di sistema in qualcosa che assomigli a un risultato. È politica comprensibile, ma è politica che gioca a breve termine in una partita che si decide nel lungo.

Quello che mercoledì ha mostrato, al netto dei comunicati e degli applausi in Aula, è un sistema politico in cui nessuno dei tre attori principali controllava davvero la situazione. Santanchè reagiva ai costi crescenti del restare. Meloni reagiva alla pressione di un referendum perso e di una coalizione che mordeva il freno. L'opposizione reagiva alla necessità di portare a casa qualcosa di tangibile da una giornata convulsa. Tutti e tre si muovevano dentro vincoli strutturali che non avevano scelto, tutti e tre hanno presentato la propria mossa come intenzionale.

Questo è il pattern che si ripete nei sistemi politici quando la pressione aumenta: la distanza tra quello che si dichiara e quello che si fa si allarga, e le mosse tattiche vengono rivestite di linguaggio strategico. "Obbedisco" che cita Garibaldi. "Sensibilità istituzionale" che copre un ultimatum. "Vittoria del popolo" che descrive una resa dei conti interna a un partito. Il linguaggio lavora sempre per nascondere il meccanismo reale; mercoledì il meccanismo era abbastanza visibile da non riuscire a nascondersi del tutto.

A un anno dalle politiche, la domanda che conta non è chi ha vinto o perso la giornata di mercoledì. È se qualcuno dei tre attori ha imparato qualcosa di utile dai propri errori di timing, o se ci risiederemo, con nomi diversi e la stessa struttura.

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