Una scarpa ha bisogno di un paese

by Rollo


Una scarpa ha bisogno di un paese

Philipp Arnet fa il calzolaio a Kriens, il comune alle porte di Lucerna, nella bottega che manda avanti con la madre da quasi sessant'anni e dove il padre, anche lui calzolaio, gli mise in mano una tenaglia quando di anni ne aveva quattro. A gennaio ha raccontato al giornale locale zentralplus che un tempo riparavano tra le sessanta e le settanta paia di scarpe al giorno mentre oggi ne arrivano dieci, quindici al massimo. Fra sei anni e mezzo va in pensione e quando i clienti gli chiedono a chi dovranno portare le scarpe dopo, non sa cosa rispondere. Quella domanda senza risposta è il punto da cui voglio partire, perché riguarda anche chi un calzolaio non lo frequenta da anni.

Chi compra una scarpa di qualità sente quasi sempre la stessa spiegazione, cioè che costa di più ma è cucita Goodyear e quindi si può risuolare. Il nome viene da Charles Goodyear junior, figlio dell'inventore della gomma vulcanizzata, che nel 1869 mise a punto le macchine per fare in serie una cucitura fino ad allora soltanto manuale. Il principio è semplice: lungo il bordo della scarpa corre una striscia di cuoio, il guardolo, a cui la tomaia è unita da una cucitura e la suola da un'altra, separata dalla prima. Quando la suola si consuma il calzolaio la scuce e ne monta una nuova senza toccare la tomaia, per cui chi compra una scarpa così compra in realtà una tomaia che dura e una serie di suole che si consumano, mentre la scarpa con la suola incollata finisce il giorno in cui finisce la suola.

Il ragionamento che segue di solito è contabile e anche corretto, perché il prezzo diviso per gli anni d'uso alla fine dà ragione alla scarpa cucita. Tuttavia quel calcolo si regge su un'ipotesi che sul cartellino non c'è scritta da nessuna parte, ovvero che per i prossimi vent'anni esista a una distanza ragionevole qualcuno capace di scucire il guardolo.

Nel 2018 Hans Lüchinger, che ha un laboratorio a Rebstein nella valle del Reno sangallese e un secondo negozio a San Gallo, spiegò al St. Galler Tagblatt che un calzolaio per campare ha bisogno di un bacino tra i 15'000 e i 20'000 abitanti e che con le sole riparazioni non avrebbe potuto pagare nemmeno un dipendente. Lui vive di scarpe su misura, di plantari e di calzature ortopediche, mentre i clienti che portano a riparare sono soprattutto uomini che hanno comprato scarpe costose. In quell'anno il Verband Fuss & Schuh, l'associazione di categoria nata nel 1874 a Langenthal, contava in tutta la Svizzera 85 calzolai, a cui si aggiungevano circa cento maestri calzolai ortopedici. Oggi, secondo la stessa associazione, in tutto il paese ogni anno cominciano l'apprendistato al massimo due persone e gli apprendisti in formazione sono sei. L'unico ramo che tiene è quello ortopedico, dove gli apprendisti sono una quindicina all'anno, anche perché le scarpe ortopediche le rimborsa l'assicurazione invalidità.

Messi insieme, questi numeri dicono una cosa che il discorso sulla qualità di solito salta, ovvero che la durata di una scarpa non è una proprietà della scarpa, dato che dipende dal luogo in cui la si porta. Il cuoio può reggere vent'anni, ma se nel raggio di qualche chilometro non c'è più nessuno che sa lavorarlo, quella scarpa torna a essere una scarpa con la suola incollata, soltanto più pesante e più cara. Chi la compra sta acquistando anche un'opzione sull'esistenza di un artigiano, il cui valore però non dipende da lui ma da quanti altri, intorno, continuano a portare le loro scarpe nella stessa bottega.

Ogni risuolatura paga infatti un pezzo dell'affitto del calzolaio e di conseguenza tiene aperta la possibilità di riparare anche per il vicino. Chi butta un paio di scarpe invece di farle aggiustare non fa un torto soltanto a se stesso, perché toglie qualcosa a quel bacino di 15'000 persone di cui il calzolaio ha bisogno per tenere accesa la luce. Quando abbastanza persone fanno la stessa scelta la bottega chiude e da quel giorno anche chi aveva speso bene si ritrova con una scarpa che nessuno sa più rifare.

Il declino, peraltro, non è recente. Romeo Musio, che dirige il Verband Fuss & Schuh, lo fa risalire a circa un secolo fa, cioè più o meno a quando tra la fine degli anni Venti e l'inizio dei Trenta il calzaturificio cecoslovacco Bata si insediò a Möhlin, nel canton Argovia, con scarpe a buon mercato prodotte in grandi quantità. La reazione della politica è istruttiva, perché nel 1934 il Consiglio federale vietò di aprire o ingrandire calzaturifici per frenare la sovrapproduzione e così protesse le fabbriche, mentre per chi le scarpe le riparava non fece niente di paragonabile. Musio ricorda anche che un tempo l'esercito garantiva commesse di riparazione regolari e redditizie, che oggi non ci sono più.

Il dettaglio che mi colpisce di più però lo racconta Arnet, quando dice che i giovani adulti non sanno nemmeno che le scarpe si possono riparare, perché nessuno glielo ha insegnato e se una cosa si rompe se ne compra una nuova. Non è dunque una preferenza per il nuovo, dato che per preferire bisogna conoscere l'alternativa. Il fatto che una scarpa si aggiusti si trasmette come si trasmette un dialetto, in casa e senza che nessuno lo spieghi, per cui basta che una generazione salti il passaggio e il mercato sparisce senza che nessuno abbia mai scelto di farlo sparire.

C'è poi una questione di forma che con la contabilità ha poco a che vedere, dato che una scarpa tenuta per anni ha preso la piega del piede di chi la porta e dei suoi passi, cosa che una scarpa nuova non può avere per definizione, così come non può avere il colore e la patina che il cuoio prende con il lucido steso a mano centinaia di volte. Comprarne una nuova significa ricominciare quella piega da zero ogni volta, mentre farla risuolare costa soprattutto una cosa che oggi si concede malvolentieri, cioè l'attesa, perché bisogna lasciare le scarpe in bottega, tornare a prenderle e nel frattempo portarne un altro paio. Chi accetta quel piccolo disagio sta dicendo qualcosa su come tratta le cose che possiede, anche se nessuno gli chiede di dirlo.

Nell'intervista la giornalista aveva portato con sé le sue scarpe da ginnastica, con la suola che si stava staccando. Arnet le ha guardate e ha detto che non c'era nessun problema, si toglie lo sporco tra suola e tomaia, si carteggia, si rincolla e si rifinisce. Anche una scarpa che nessuno considererebbe di qualità, insomma, si può salvare, perché il limite non era la scarpa ma l'abitudine di chi la porta. Arnet chiude con un avvertimento che sembra rivolto agli arrampicatori, dicendo che quando alla costosa scarpetta da arrampicata si staccherà la suola non ci sarà più nessuno in grado di sistemarla.

Per questo la cosa più utile che possa fare chi ha speso qualche centinaio di franchi per un paio di scarpe cucite non è lucidarle con cura maniacale, ma portare dal calzolaio anche le altre, quelle che non valgono niente. Sono loro che pagano l'affitto della bottega in cui un giorno torneranno le scarpe buone.