Undici giorni a bocca asciutta

by Rollo


Undici giorni a bocca asciutta

Undici giorni di chiusura de facto dello Stretto di Hormuz. Non una chiusura formale con mine e fregate iraniane che sparano su tutto ciò che si muove: una chiusura per ritiro assicurativo, più elegante e altrettanto efficace. Iran non ha avuto bisogno di un blocco navale: bastano alcuni attacchi di droni nelle vicinanze dello stretto per convincere assicuratori e compagnie di navigazione che il transito non vale il rischio. Il risultato pratico è identico. Le petroliere non passano. Il gas non arriva.

Quello che manca nel dibattito europeo è una contabilità precisa del danno. Si parla di "impatto energetico", di "pressioni sui prezzi", di "rischi per le forniture". Sono perifrasi. I numeri concreti, disaggregati per settore e per paese, raccontano una storia più specifica e più scomoda.

Partiamo dal gas, che per l'Europa è il problema più acuto. Un quinto delle forniture mondiali di GNL transita attraverso lo stretto, e il trenta per cento del carburante per aviazione europeo ha origine o transita da quella rotta. Il Qatar è il fornitore critico: l'Europa riceve tra il dodici e il quattordici per cento del suo GNL da Doha, tutto via Hormuz. Non è la quota maggioritaria, ma è la quota marginale, quella che nei mercati energetici determina il prezzo. Qatar Energy ha già interrotto la produzione di diversi derivati dopo attacchi di droni su alcune delle sue installazioni. Non è un'interruzione totale ma è un segnale di quanto sia sottile il margine prima che diventi tale.

Il mercato europeo del gas lo ha prezzato immediatamente. I futures TTF, il benchmark europeo, hanno già incorporato una parte del rischio, ma i dati di Kpler indicano che in chiusure di durata superiore a una settimana i prezzi del GNL spot salgono tra il cinquanta e il settanta per cento. Siamo all'undicesimo giorno. La settimana è abbondantemente superata. Chi compra sul mercato spot, invece che su contratti a lungo termine, sente già la differenza nella bolletta reale. Le aziende energivore, quelle che non hanno contratti pluriennali garantiti, stanno già rinegoziando in condizioni di mercato deteriorate.

Ma il gas è solo la parte più visibile. Attraverso lo stretto passano anche circa un terzo dei fertilizzanti mondiali, inclusi zolfo e ammoniaca. Per un' Europa che importa fertilizzanti per l'agricoltura, l'impatto arriva con un ritardo di qualche settimana ma arriva. Circa il trenta per cento della produzione mondiale di ammoniaca è coinvolta o a rischio in questo conflitto. Il costo di produzione alimentare europeo inizia a muoversi, silenziosamente, nelle settimane in cui si discute di missili e successioni iraniane.

La seconda asimmetria che i governi non mettono in fila riguarda la distribuzione del danno tra paesi europei. Non tutti pagano lo stesso. Italia, Grecia, Spagna, Polonia e Belgio dipendono dallo Stretto di Hormuz per importazioni o per la raffinazione. Il Nord Europa, con accesso diretto al Mare del Nord e ai terminali norvegesi, è strutturalmente meno esposto. La Norvegia produce ancora circa due milioni di barili al giorno: per chi può approvvigionarsi lì, la crisi è un aumento di costo. Per chi dipende dal Mediterraneo orientale, è un problema di approvvigionamento fisico.

Questo crea una frattura silenziosa all'interno dell'UE sulla risposta alla crisi. I paesi nordici possono permettersi posizioni più graduali. I paesi del Sud Europa, già strutturalmente più esposti per ragioni geografiche, hanno interesse a una de-escalation rapida che prescinde da considerazioni di politica estera. Quando Madrid ha rifiutato di aprire le basi all'aviazione americana, c'era anche questo calcolo dentro quella decisione, non solo il principio del diritto internazionale che Sanchez ha citato pubblicamente.

La terza asimmetria riguarda il tempo. Le compagnie petrolifere possono assorbire un rallentamento di una o due settimane. Oltre quella soglia, il danno cambia natura. L'Iraq, grande produttore, sta già chiudendo alcuni dei suoi campi più grandi perché senza la possibilità di esportare via Hormuz non ha dove mettere il greggio estratto. Quando i produttori chiudono pozzi per mancanza di sbocchi, riaprirli richiede settimane. Il mercato non si riequilibria il giorno dopo la riapertura dello stretto: il danno strutturale si accumula più velocemente di quanto si ripari.

Le alternative esistono ma sono parziali. Il pipeline saudita Est-Ovest ha capacità teorica di cinque milioni di barili al giorno fino a Yanbu sul Mar Rosso, con possibilità di portarla a sette milioni riorientando infrastrutture parallele. Ma il Mar Rosso è accessibile solo se lo Stretto di Bab el-Mandeb resta aperto, e gli Houthi hanno già annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali in quella rotta. Chiudere Hormuz e lasciare aperto Bab el-Mandeb è tecnicamente possibile ma operativamente instabile: sono due vettori dello stesso conflitto. La rotta alternativa del Capo di Buona Speranza aggiunge settimane di transito e costi significativi, ma funziona solo per il petrolio che non è già intrappolato nel Golfo Persico. Per le navi ancorate in attesa dentro il Golfo, nessuna rotta alternativa è disponibile finché lo stretto non riapre.

C'è infine un effetto che quasi nessuno sta analizzando: la crisi sta migliorando strutturalmente la posizione competitiva della Russia sui mercati petroliferi. Con i barili del Medio Oriente bloccati dalla logistica, India e Cina hanno incentivi forti ad aumentare gli acquisti di greggio russo, abbandonando la moderazione degli ultimi mesi imposta dalle pressioni diplomatiche occidentali. L'Europa, che ha costruito un'architettura di sanzioni energetiche contro Mosca con notevole sforzo politico, si trova in una situazione paradossale: la guerra che i suoi principali alleati hanno scelto di combattere sta rafforzando, indirettamente, la capacità di resistenza economica del paese che quelle sanzioni erano destinate a indebolire.

Non è un effetto cercato. È un effetto strutturale: quando disegni una guerra senza considerare le interazioni tra sistemi energetici, finanziari e geopolitici, le conseguenze non intenzionali tendono a essere più grandi di quelle intenzionali.

Hormuz non è solo una leva tattica che l'Iran minaccia o che gli Stati Uniti possono difendere: è una cinghia di trasmissione tra guerra regionale ed economia globale. Undici giorni lo dimostrano con numeri, non con metafore. La domanda che i governi europei non stanno facendo in modo abbastanza diretto è quanto tempo hanno prima che "costo energetico" diventi "crisi industriale". La risposta dipende dalla durata della chiusura, e la durata dipende da chi, tra Washington e Teheran, decide per primo che il prezzo è troppo alto.

Per ora nessuno dei due ha ancora deciso.

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