Davos 2026: una settimana di conferme

by Rollo


Davos 2026: una settimana di conferme

C'è qualcosa di sfacciatamente gratificante nel vedere le proprie analisi confermate dalla bocca di chi avresti pensato le avrebbe smentite fino all'ultimo.

Negli ultimi dieci giorni ho scritto di profitable stalemate sulla Groenlandia, di Davos come hostile takeover americano, di OpenAI come la Blockbuster dell'intelligenza artificiale, di Europa che risponde alle provocazioni con dichiarazioni invece che con azioni. Non opinioni: analisi strutturali con outcome prevedibili. Chi legge questo blog da un po' sa come funziona. Chi non lo legge, adesso ha l'occasione di capire perché dovrebbe.

Mentre la settimana si srotolava, il coro era assordante. Bloomberg titolava che il primo ministro groenlandese invitava la popolazione a prepararsi per una possibile invasione. L'Atlantic Council parlava dell'"ora più buia della NATO". Al Jazeera consigliava all'Europa di prepararsi all'annessione e alla fine dell'alleanza atlantica. Gli esperti si alternavano sui talk show a predire guerre tra alleati, crisi costituzionali, la fine dell'ordine mondiale del dopoguerra. Frederiksen ripeteva "the end of NATO" come un mantra apotropaico. I think tank sfornava analisi su come l'Europa potesse difendersi, se fosse disposta a farlo, se avesse senso provarci.

Chi conosce bene il gioco non si è fatto prendere dal panico. Ha semplicemente fatto quello che fa di solito: unire i puntini. Martedì scrivevo di "profitable stalemate", il meccanismo in cui tutte le parti beneficiano dal mantenere la tensione senza risolverla. Mercoledì Trump e Rutte annunciavano il "framework" che confermava esattamente quel pattern. Nessuna guerra, nessuna fine della NATO, nessuna apocalisse. Solo la solita dinamica: chi urla più forte ottiene quello che vuole senza sparare un colpo, chi protesta per le telecamere mantiene la faccia, tutti tornano a casa soddisfatti.

Partiamo dal pezzo forte.

Giovedì, a Davos, Bret Taylor ha detto alla CNBC: "It probably is a bubble. When everyone knows that AI is going to have a huge impact, money is plentiful. Smart money, dumb money, too many competitors at every layer of the stack. Over the next few years, you'll see a correction."

Bret Taylor. Il chairman del consiglio di amministrazione di OpenAI. Che ammette la bolla. A Davos. Davanti a 800 CEO.

Pochi giorni prima avevo scritto che ChatGPT è il Blockbuster dell'AI e che chi costruisce carriere sul prompt engineering sta accumulando competenze in via di estinzione. La reazione nei commenti era stata la solita: esagerazione, catastrofismo, non capisci il potenziale. Poi il chairman di OpenAI è andato sul palco più importante del mondo e ha detto esattamente quello che avevo scritto io.

Non "forse". Non "potrebbe essere". "It probably is a bubble."

Sam Altman, notate, non era a Davos. Il CEO del più grande costruttore di hype dell'intelligenza artificiale ha mandato la CFO a parlare di "practical adoption" mentre il suo chairman ammetteva pubblicamente che l'industria è in bolla. Si è tenuto lontano. Chiedetevi perché.

Dario Amodei di Anthropic ha confermato i numeri che avevo citato: 80% dei ricavi dall'enterprise, 20% dai consumer. Avevo scritto che questa è la differenza tra chi costruisce business sostenibili e chi brucia 14 miliardi all'anno inseguendo utenti gratuiti. Amodei l'ha detto lui stesso, a Davos, in diretta CNBC.

Demis Hassabis di Google DeepMind, premio Nobel, ha dichiarato che i modelli linguistici attuali sono "nowhere near" l'intelligenza generale. Yann LeCun, uno dei padri del deep learning, è andato oltre: gli LLM non raggiungeranno mai l'intelligenza umana. Mai. Serve un approccio completamente diverso.

Avevo scritto che tutti quelli che hanno investito le stesse risorse hanno ottenuto più o meno gli stessi risultati. Che non c'è moat tecnologico. Che non c'è vantaggio competitivo duraturo. Che c'è solo chi brucia più cash degli altri. Hassabis e LeCun hanno confermato. Dal palco di Davos. Con i loro Nobel e Turing Award.

Ma l'intelligenza artificiale era solo metà della storia della settimana.

Sulla Groenlandia, il "profitable stalemate" che avevo descritto martedì si è materializzato mercoledì con precisione che definire chirurgica sarebbe riduttivo. Trump ha ritirato i dazi minacciati per il primo febbraio. Ha dichiarato che non userà la forza militare. Ha ottenuto un "framework" con il segretario generale NATO Rutte: accesso totale alle basi, presenza militare illimitata, nessun limite di tempo. Zero costi. La Danimarca non ha ceduto la sovranità formale, quindi può dire di non aver perso. Trump ha ottenuto tutto quello che voleva, quindi può dire di aver vinto. Tutti salvano la faccia. Nessuno deve ammettere niente.

Avevo scritto che il profitable stalemate è quando risolvere il problema conviene meno che mantenerlo. Che tutte le parti traggono beneficio dalla tensione senza risoluzione. Che l'Europa avrebbe protestato senza agire. Martedì teoria, mercoledì cronaca.

Il Board of Peace, lanciato giovedì con cerimonia solenne, ha confermato l'altra previsione: Davos come hostile takeover. "Once this board is completely formed, we can do pretty much whatever we want to do," ha detto Trump dal palco. Testuale. Non ironia, non metafora. Programma operativo.

La settimana scorsa avevo scritto che la delegazione americana record non era engagement con il multilateralismo ma colonizzazione dall'interno. Che il forum stava passando da spazio per civilizzare il potere a megafono per l'unilateralismo americano. Trump ha risposto lanciando un'alternativa all'ONU dal palco del World Economic Forum e annunciando che la presiederà personalmente.

I firmatari del Board of Peace raccontano la storia meglio di qualsiasi analisi: Albania, Argentina, Ungheria, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, UAE, Kazakhstan, Pakistan. La coalizione dei pragmatici. Chi ha capito che conviene stare dentro la stanza dove si prendono le decisioni, anche se la stanza è di proprietà americana. Chi preferisce negoziare i termini della dipendenza piuttosto che fingere un'autonomia che non ha.

Gli alleati occidentali hanno boicottato. UK, Francia, Germania, Italia assenti dalla cerimonia. Il Belgio ha dovuto smentire pubblicamente di aver firmato dopo che la Casa Bianca lo aveva incluso nella lista. Il Canada, dopo aver accettato l'invito, è stato dis-invitato da Trump in serata con un post su Truth Social.

Macron, quello del "we don't give in to bullies", non ha firmato. Ma non ha fatto nient'altro. Dichiarazione roboante, zero azioni concrete. Esattamente il pattern che avevo descritto il 20 gennaio: l'Europa risponde alle provocazioni americane con comunicati stampa mentre Trump avanza con fatti compiuti. Macron parla ai suoi elettori. Trump parla al mondo. Indovinate chi vince.

Il momento che vale l'intera settimana è arrivato quando Jared Kushner ha presentato il piano per Gaza. Slide con timeline, mappe con zone di sviluppo, rendering di come sarà il territorio "ricostruito" in due o tre anni. Trump ha commentato: "Beautiful piece of property. I'm a real estate person at heart."

Non stava facendo battute. Stava descrivendo il proprio framework cognitivo. Per chi ha passato la vita a fare deal immobiliari, tutto è real estate. Incluse le zone di guerra. Inclusi i territori dove vivono due milioni di persone. Location, location, location.

L'energia, l'altro tema che avevo analizzato la settimana scorsa, è emersa esattamente come previsto. Trump dal palco: "We needed more than double the energy currently in the country just to take care of the AI plants. Instead of closing down energy plants, we're opening them up." Satya Nadella: "Energy and energy infrastructure costs will be the key driver of who wins the AI race."

Avevo scritto che la concentrazione energetica per l'AI non è effetto collaterale ma design intenzionale. Che chi controlla l'energia controlla l'AI. Che la transizione verde sta diventando copertura per monopolizzazione. Trump e Nadella hanno confermato la tesi dal palco di Davos, in diretta mondiale.

Cosa significa tutto questo?

Significa che i pattern strutturali sono più predittivi delle intenzioni dichiarate. Significa che seguire gli incentivi invece delle dichiarazioni permette di vedere arrivare gli outcome con giorni o settimane di anticipo. Significa che quarant'anni passati a osservare sistemi invece che a commentare titoli producono un certo tipo di vantaggio analitico.

Non lo dico per vantarmi. Lo dico perché è verificabile. I post sono pubblici, datati, falsificabili. Chi vuole può andare a controllare cosa ho scritto nei giorni scorsi e confrontarlo con quello che è successo a Davos. I fatti sono fatti.

Mentre scrivo, ad Abu Dhabi sono in corso i primi colloqui trilaterali USA-Russia-Ucraina dall'inizio dell'invasione russa. Un'altra opportunità per testare il framework. Se sbaglio, lo vedrete. Se ho ragione, lo vedrete anche quello.

Per ora, la settimana di Davos ha prodotto esattamente quello che l'analisi strutturale suggeriva. Il chairman di OpenAI che ammette la bolla. Trump che ottiene tutto senza sparare un colpo. L'Europa che risponde con comunicati stampa. Kushner che presenta Gaza come opportunità immobiliare.

Se questo è il nuovo ordine mondiale, almeno adesso sappiamo come leggerlo.

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